Il caid chinò la testa.
Il ragazzo s’alzò pallido, convulso, guardando con un’espressione di meraviglia e di spavento i suoi liberatori e il caid.
—Va,—gli disse l’interprete,—sei libero!
—Ah!—gridò con un accento inesprimibile,—e disparve.
Noi ci rimettemmo in cammino.
L’ho da dire? Ho visto uccidere un uomo, ma non provai un sentimento così profondo d’orrore come quello che m’assalì alla vista di quel ragazzo seminudo disteso in terra per ricevere cinquanta bastonate. E dopo l’orrore, mi salì il sangue al capo dall’indignazione e vituperai nel mio cuore il Caid, il Sultano, il Marocco, la barbarie colle parole più fulminanti del linguaggio umano. Ma è proprio vero che bisogna sempre aspettare i secondi pensieri.—Ma e noi,—pensai qualche momento dopo;—quanti anni sono che abbiamo abolito il bastone? E quanto tempo è che s’è abolito in Austria? E in Prussia? E negli altri Stati d’Europa?—Questa riflessione mi fece cadere lo sdegno dal cuore e non mi lasciò che un sentimento d’amarezza. Per chi poi desiderasse di sapere in che modo si bastona al Marocco, basterà dire che qualche volta, terminata l’operazione, si porta la vittima al cimitero.
Di là fino a Zeguta la carovana passò di collina in collina, di valle in valle, sempre tra campi di grano e d’orzo e prati verdissimi, circondati d’aloé, di fichi d’India, d’olivi selvatici, di quercie nane, di cisti, di corbezzoli, di mirti, di cespugli fioriti. Non si vedeva una tenda, non s’incontrava un’anima viva. La campagna era tutta lussureggiante, solitaria e tacita come un giardino fatato. Giungendo sulla sommità d’un’altura, vedemmo le cime azzurre delle montagne di Fez, che subito si rinascosero come se avessero alzata la testa un momento per vederci passare; e nel più forte del caldo arrivammo a Zeguta.
Era uno dei più bei luoghi che si fosser veduti in tutto il viaggio.