Una schiera di ufficiali a cavallo ci viene incontro di galoppo, saluta, si divide in due e s’unisce alla scorta.

Dietro costoro, un grosso stuolo di cavalieri vestiti pomposamente, montati su cavalli bellissimi, preceduti da un moro di alta statura, col turbante bianco e il caffettano roseo, s’avanza verso di noi. È il gran cerimoniere Hadje Mohammed Ben Aissa, cogli ufficiali di corte, che dà il benvenuto all’Ambasciatore in nome del Sultano, e s’accompagna alla scorta.

Andiamo innanzi, fra due ali di soldati di fanteria che trattengono a stento la folla.

Che soldati! Sono vecchi, uomini maturi, e ragazzi di quindici, di dodici, persino di nove anni, vestiti di rosso scarlatto, colle gambe nude, colle pantofole gialle, schierati, senz’ordine di statura, sopra una sola riga, coi comandanti dinanzi. Ci presentano, ognuno a modo suo, i loro fucili rugginosi, colle baionette scontorte. Chi tiene un piede innanzi, chi sta a gambe larghe, chi col mento sul petto, chi colla testa chinata sopra una spalla. Alcuni si son messi la giacchetta rossa sul capo per ripararsi dal sole. Di tratto in tratto v’è un tamburino, un trombetta, cinque o sei bandiere le une accanto alle altre, rosse, gialle, verdi, ranciate, tenute come si tengono le croci nelle processioni. Non si vede nessuna divisione di squadre o di compagnie. Paiono soldatini di cartone messi in fila da un ragazzo. Vi son dei neri, dei mulatti, dei bianchi, faccie d’un colore indefinibile; uomini di statura ciclopica accanto a bimbi che appena possono reggere il fucile; vecchi con una lunga barba bianca, curvi, che s’appoggiano col gomito ai vicini; figure selvaggie che fan l’effetto, con quell’uniforme, di scimmie vestite ed ammaestrate; tutti ci guardano cogli occhi attoniti e la bocca aperta e si stendono dinanzi a noi in due file a perdita d’occhio.

Una seconda folla di cavalieri ci viene incontro, a sinistra. È il vecchio governatore Gilali Ben Amù, seguito da diciotto sotto-governatori e dal fiore dell’aristocrazia di Fez, tutti vestiti di bianco da capo a piedi, come uno stuolo di sacerdoti: visi austeri, barbe nere, caic di seta, bardature dorate. Salutano, ci girano intorno e s’uniscono alla scorta e alla Corte.

Andiamo innanzi, sempre in mezzo a due schiere di soldati, dietro ai quali ondeggia una folla bianca e incappucciata che ci divora cogli occhi. Son sempre gli stessi soldati, per buona parte ragazzi, col fez, la giacchetta rossa e le gambe nude. Alcuni hanno i calzoncini turchini, altri bianchi, altri verdi; molti sono in maniche di camicia; chi tiene il fucile al piede, chi sulla spalla; chi sta avanti, chi sta indietro. Gli ufficiali son vestiti a capriccio, da zuavi, da turcos, da spahì, alla greca, all’albanese, alla turca, con divise gallonate e arabescate d’oro e d’argento, con sciabole a scimitarra, spade, pugnali ricurvi, pistoloni, daghe, stivali alla scudiera e stivaletti gialli senza tallone; alcuni color di porpora da capo a piedi, altri tutti bianchi, altri tutti verdi che paiono mascherati da diavoli. Di tratto in tratto si vede fra loro un viso europeo che ci guarda con un’espressione di simpatia e di tristezza. Si vedono fino a dieci bandiere schierate insieme. Al nostro passaggio, squillano le trombe. Qualche braccio di donna s’intromette fra le teste di due soldati e s’agita col pugno chiuso verso di noi in atto di minaccia. Le mura della città par che s’allontanino via via che andiamo innanzi, e le due schiere di soldati si allungano dinanzi a noi come due siepi sterminate di roseti vermigli.

Un’altra folla di cavalieri, più pomposi dei precedenti, ci viene incontro. È il vecchio ministro della guerra. Sid-Abd-Allà ben-Hamed, nero, montato sopra un cavallo bianco bardato di color celeste; e con lui i governatori militari della provincia, il comandante del presidio di Fez, e un folto stato maggiore di generali coronati di turbanti bianchi come la neve e vestiti di caffettani di cento colori.

Ci rimettiamo in via. Ormai è più di mezz’ora che camminiamo in mezzo ai soldati e qualcuno ne ha contati oltre a quattro mila. Da una parte è schierata la cavalleria; dall’altra un’accozzaglia che non ha più nome; uomini e ragazzi vestiti di cento uniformi diverse, o piuttosto di brandelli d’uniformi, metà armati e metà senz’armi, colla cappa, senza cappa, con un cencio intorno al capo, col capo scoperto, scamiciati; visi del deserto, del litorale dell’Oceano, delle montagne dell’Atlante, del Rif, della provincia di Sus; teste rapate e teste ornate di lunghe treccie; colossi e nani, ceffi di belve e faccie di morti—disotterrati, larve, fantocci, comparse teatrali, gente razzolata Dio sa dove per far numero e paura. E dietro costoro, su due grandi rialti di terreno che sorgono a destra e a sinistra della strada, due turbe innumerevoli di donne velate, che gridano e gesticolano in atto di meraviglia, di sdegno, d’allegrezza, sollevando i bambini sopra la testa.

Ci avviciniamo alle mura, in direzione d’una porta monumentale, coronata di merli. Scoppia il suono d’una banda e nello stesso tempo tutte le trombe e tutti i tamburi dell’esercito prorompono in un fragore infernale. Allora si sciolgono gli ordini del ricevimento e tutti ci si affollano intorno, magistrati, generali, cortigiani, ministri, ufficiali, schiavi; la nostra scorta è scompigliata, i nostri servi dispersi e noi stessi separati gli uni dagli altri. È un torrente di turbanti e di cavalli, che ci avvolge e ci travolge con un impeto irresistibile; un barbaglio di colori, una fantasmagoria di faccie strane, un frastuono di voci stridule, una furia, una confusione di battaglia, uno spettacolo grandioso e selvaggio che innamora e sbalordisce.