Passiamo per la gran porta, ci guardiamo intorno credendo di veder le case della città: siamo ancora in mezzo a mura e a torri merlate; a sinistra v’è una cuba, colla cupola verde, ombreggiata da due palme; gente intorno alla cuba, ai piedi delle mura, sulle mura, sulle torri, da ogni parte. Passiamo sotto un’altra porta, ed entriamo finalmente in una strada fiancheggiata da case.
Non ricordo che molto confusamente quello che vidi in quel tragitto, tanto ero sbalordito dallo spettacolo dell’entrata e intento a salvarmi la vita, poichè si camminava sui pietroni in mezzo a una calca di cavalli, e guai a chi avesse fatto un capitombolo. Passammo, mi ricordo, per parecchie strade strette, deserte, fiancheggiate da case molto alte, salendo, scendendo, soffocati dal polverìo e assordati dallo scalpitìo dei cavalli; e dopo una buona mezz’ora di cammino, attraversato un labirinto di vicoli in salita dove ci toccò passare a uno a uno, scendemmo dinanzi a una piccola porta, in mezzo a due file di soldati scarlatti che ci presentarono le armi, ed entrammo in casa nostra.
Fu una sensazione deliziosa.
Era una casa principesca di puro stile moresco con un piccolo giardino ombreggiato da filari paralleli d’aranci e di limoni. Dal giardino s’entrava nel cortiletto interno per una porta bassissima, e un corridoio appena tanto largo da potervi passare una persona. Tutt’intorno al cortile s’alzavano dodici pilastri bianchi, congiunti da altrettanti archi a ferro di cavallo, che sostenevano all’altezza del primo piano una galleria arcata e munita d’una balaustrata di legno. Il pavimento del cortile, della galleria e delle stanze era tutto uno splendido musaico a quadrettini smaltati di vivi colori; gli archi arabescati e dipinti; la balaustrata lavorata a giorno con una delicatezza finissima; tutto l’edifizio disegnato con un’armonia e una grazia degna degli architetti dell’Alhambra. Nel mezzo del cortile v’era una fontana, e un’altra, a tre getti d’acqua, dentro a un vano del muro rivestito di musaico a stelle e a rosoni. Dal mezzo d’ogni arco pendeva una grande lanterna moresca. Un braccio dell’edifizio si stendeva lungo uno dei lati del giardino, e aveva una graziosissima facciata a tre archi, pure dipinti e arabescati, dinanzi alla quale zampillava una terza fontana. V’erano altri piccoli cortili e corridoi e stanzuccie e gl’innumerevoli recessi di tutte le case orientali. Qualche letto di ferro senza coperte e senza lenzuoli, qualche orologio a pendolo, uno specchio nel cortile, due seggiole e un tavolino per l’Ambasciatore, e una mezza dozzina di orciuoli e di catinelle, erano tutta la suppellettile del palazzo. Nelle stanze principali c’erano tappeti ricamati d’oro appesi alle pareti e materasse bianche distese sul pavimento. Non una seggiola, non una tavola, non un comodino. Si dovette far portare il mobilio dell’accampamento. In compenso per tutto fresco, per tutto gorgoglío d’acqua, un’ombra, una fragranza, un non so che di molle e di voluttuoso nelle linee, nei colori, nella luce, nell’aria, che faceva sorridere e pensare. Tutto l’edifizio era circondato da un muro altissimo, e intorno al muro si stendeva un labirinto di stradicciuole deserte.
Appena fummo nel cortile, cominciò un andirivieni di ministri e d’altri personaggi, ognuno dei quali fece un quarto d’ora di conversazione coll’Ambasciatore, palpandosi i piedi. Il ministro delle finanze fu quello che attirò più di tutti la mia attenzione. Era un moro sulla cinquantina, di aspetto severo, sbarbato, tutto vestito di bianco, con un grosso turbante. Più lo guardavo e meno mi potevo persuadere che quell’uomo avesse qualcosa di comune col Minghetti e col Sella. Un interprete mi disse che aveva un grande ingegno, e addusse per prova che essendogli stata portata un giorno una di quelle macchinette che fanno le operazioni aritmetiche, lui aveva fatte le medesime operazioni in un tempo eguale e cogli stessi risultati. E bisognava vedere con che espressione di sacro rispetto, Selam, Alì, Civo, e tutti gli altri servi arabi guardavano quei personaggi, che dopo il Sultano rappresentavano per loro il più alto grado di scienza, di potenza e di gloria, a cui si possa pervenire sulla terra!
Finite le visite, si pigliò possesso del palazzo. I due pittori, il medico ed io occupammo le camere che davano sul giardino; gli altri, quelle del cortile. Interpreti, cuochi, marinai, servi, soldati, tutti trovarono il loro posticino. In poche ore il palazzo cangiò aspetto.