—Sono lieto,—disse,—che il Re d’Italia abbia mandato un Ambasciatore per stringere maggiormente i legami della nostra antica amicizia. La casa di Savoia non fece mai la guerra al Marocco. Io amo la casa di Savoia e ho seguito con gioia e con ammirazione i grandi avvenimenti che si compirono sotto i suoi aspicii in Italia. Ai tempi di Roma antica, l’Italia era il paese più potente del mondo. Poi si divise in sette stati. I miei antenati furono amici di tutti e sette questi stati. Ed io, ora che tutti e sette si sono riuniti in un solo, ho concentrata in quest’uno tutta l’amicizia che i miei antenati nutrivano per gli altri.
Disse queste parole lentamente, a pause, come se le avesse studiate prima, e facesse di tratto in tratto uno sforzo per rammentarsele.
Fra le altre cose, l’Ambasciatore gli disse che il Re d’Italia gli aveva mandato il suo ritratto.
—È un dono prezioso,—rispose;—e io lo farò porre nella sala dove dormo, in faccia a uno specchio, che è il primo oggetto su cui cadono i miei occhi allo svegliarmi; e così ogni mattina, appena desto, vedrò riflessa l’immagine del Re d’Italia, e penserò a lui.
E poco dopo soggiunse:
—Sono contento, e desidero che restiate lungo tempo in Fez e spero che ne serberete una buona memoria quando sarete tornati nella vostra bella patria.
Dicendo queste cose, teneva quasi sempre gli occhi fissi sulla testa del cavallo. A momenti, pareva che volesse sorridere; ma subito corrugava le soppracciglia come per richiamare sul suo volto la gravità imperiale. Era curioso,—si capiva,—di vedere che razza di gente fossimo noi sette schierati a dieci passi dal suo cavallo; ma non volendo guardarci direttamente, girava gli occhi a poco a poco, e poi con uno sguardo rapidissimo ci abbracciava tutti e sette insieme, e in quel momento nel suo occhio brillava una certa espressione indefinibile d’ilarità infantile, che faceva un graziosissimo contrasto colla maestà di tutta la sua persona. Il folto corteo che gli stava dietro e ai lati, pareva pietrificato. Tutti gli occhi eran fissi in lui, non si sentiva un respiro, non si vedevano che volti immobili in un atteggiamento di venerazione profonda. Due mori, con mano tremante, gli cacciavano le mosche dai piedi; un altro, di tratto in tratto, gli passava la mano sul lembo della cappa come per purificarla dal contatto dell’aria; un quarto, in atto di sacro rispetto, accarezzava la groppa del cavallo; quello che reggeva il parasole, stava cogli occhi bassi, immobile come una statua, quasi fosse confuso e sgomento dalla solennità del suo ufficio. Tutto, intorno a lui, esprimeva la sua enorme potenza, l’immensa distanza che lo separava da tutti, una sottomissione sconfinata, una devozione fanatica, una svisceratezza d’amore pauroso e selvaggio, che sembrava domandare d’essere provato col sangue. Non pareva un monarca; ma un Dio.
L’Ambasciatore gli porse le sue credenziali e gli presentò il Comandante, il capitano e il vice-console, i quali gli s’avvicinarono l’un dopo l’altro e stettero qualche momento dinanzi a lui nell’atteggiamento del saluto.
Guardò con particolare attenzione le decorazioni del Comandante.
—Il medico,—disse poi l’Ambasciatore accennando noi quattro,—e tre scienziati.