Il sole era ardentissimo, nella vasta piazza regnava un profondo silenzio, tutti gli occhi erano rivolti dalla stessa parte. Credo che in quei momenti ai miei compagni, come a me, batteva il cuore più forte.

Aspettammo circa dieci minuti.

All’improvviso, corse un fremito per tutto l’esercito, s’intese un suono di banda, le trombe squillarono, i personaggi della corte si curvarono profondamente, le guardie, i palafrenieri e i soldati misero un ginocchio in terra, e da tutte le bocche uscì un grido prolungato e tonante:—Dio protegga il nostro Signore!

Il Sultano s’avanzava verso di noi.

Era a cavallo, seguito da una turba di cortigiani a piedi, uno dei quali sorreggeva sopra il suo capo un enorme parasole.

Arrivato a pochi passi dall’Ambasciatore, si fermò; una parte del suo seguito chiuse il quadrato; gli altri gli rimasero intorno.

Il cerimoniere del bastone gridò ad alta voce:—L’Ambasciatore d’Italia!

L’Ambasciatore, accompagnato dall’interprete, col capo scoperto, s’avvicinò al Sultano.

Questo gli disse in arabo:—Benvenuto! Benvenuto! Benvenuto!—Poi gli domandò se aveva fatto buon viaggio, e s’era stato soddisfatto del servizio della scorta e del ricevimento dei Governatori.

Ma di tutto questo noi non udimmo nulla. Eravamo affascinati. Quel Sultano, che l’immaginazione ci aveva rappresentato sotto l’aspetto d’un despota selvaggio e crudele, era il più bello e più simpatico giovane che possa brillare alla fantasia d’un’odalisca. È alto di statura e snello, ha gli occhi grandi e soavi, un bel naso aquilino, il viso bruno d’un ovale perfetto, contornato d’una corta barba nera; una fisonomia nobilissima e piena di dolce mestizia. Una cappa bianca come la neve gli scendeva dalla testa ai piedi; il turbante era coperto da un alto cappuccio; i piedi nudi e infilati in due babbucce gialle; il cavallo grande e bianchissimo, colla bardatura verde e le staffe d’oro. Tutta quella bianchezza e quell’ampia e lunga cappa gli davano un aspetto sacerdotale, una grazia di regina, una maestà semplice ed amabile, che corrispondeva ammirabilmente all’espressione gentilissima del suo viso. Il parasole, insegna del comando, che un cortigiano teneva un po’ inclinato dietro di lui,—un gran parasole rotondo, alto quasi tre metri, rivestito, sopra, di seta color amaranto, sotto di seta azzurra, ricamata d’oro, con una grossa palla dorata sulla cima,—aggiungeva gentilezza e dignità alla sua figura. L’atteggiamento grazioso, lo sguardo così tra pensieroso e ridente, la sua voce sommessa e monotona come il mormorìo d’un ruscello, tutta insomma la sua persona e la sua maniera aveva un non so che d’ingenuo e di femmineo, e nello stesso tempo di solenne, che ispirava una simpatia irresistibile ed un rispetto profondo. Non mostrava d’aver più di trenta due o trentatrè anni.