Nel mezzo v’era una folla di generali, di cerimonieri, di magistrati, di nobili, d’ufficiali, di schiavi, arabi e neri, tutti vestiti di bianco, divisi in due grandi schiere, l’una di fronte all’altra, alla distanza d’una trentina di passi.

Dietro una di queste schiere, dalla parte del fiume, erano disposti in fila tutti i cavalli del Sultano, grandi e bellissimi, bardati di velluto ricamato d’oro; ciascuno tenuto da un palafreniere armato. A un’estremità della schiera dei cavalli, c’era una piccola carrozza dorata, che la regina d’Inghilterra regalò all’Imperatore; il quale la fa mettere in mostra in tutti i ricevimenti.

Dietro i cavalli, e dietro l’altra schiera dei personaggi della corte, si stendevano due file lunghissime di guardie dell’Imperatore, vestite di bianco.

Tutt’intorno alla piazza, ai piedi delle mura e lungo la riva del fiume, tremila soldati di fanteria che apparivano appena come quattro lunghissime strisce d’un color rosso fiammante; e sull’altra riva del fiume, una folla immensa di popolo, tutta bianca.

Nel mezzo della piazza eran schierate le casse contenenti i regali del Re d’Italia: un Ritratto del re stesso, specchi, quadri di musaico, candelabri, seggioloni.

Noi ci andammo a mettere vicino alle due schiere dei personaggi, in modo da formar con esse un quadrato aperto verso il lato della piazza donde doveva venire il Sultano. Dietro di noi v’eran le casse; dietro le casse, tutti i soldati dell’ambasciata schierati. Da un lato Mohammed Ducali, il comandante della scorta, Salomone Aflalo, e i marinai in uniforme.

Un cerimoniere di faccia arcigna, armato d’un nodoso bastone, ci schierò su due righe; il Comandante, il capitano e il viceconsole, davanti; il medico, i pittori ed io, dietro. L’ambasciatore stette cinque o sei passi davanti a noi, col signor Morteo, che doveva fare da interprete.

Tutti e sette, senz’accorgercene, ci avanzammo a poco a poco d’alcuni passi.

Il cerimoniere ci fece tornare indietro e c’indicò col bastone il punto preciso dove dovevamo restare.

Quella esigenza ci fece specie, tanto più che ci parve di veder brillare negli occhi del cerimoniere un risolino astuto. Nello stesso punto sentimmo un vivace bisbiglio che veniva dall’alto. Guardammo in su, e vedemmo nei bastioni, a una certa altezza, quattro o cinque finestre, chiuse da persiane verdi, dietro le quali si muovevano confusamente molte teste. Erano teste di donna; il bisbiglio veniva di là; le finestre appartenevano a una specie di loggia, che per un lungo corridoio comunicava coll’arem del Sultano; e il cerimoniere ci faceva stare in quel certo punto per ordine del Sultano stesso, al quale le donne avevano chiesto di poter vedere i cristiani. Che peccato non aver sentito quello che dicevano dei nostri cappelli a staio e dei nostri vestiti a coda di rondine!