A poco a poco la conversazione s’infervorò, ci presero parte anche gli ufficiali, e riuscimmo a sapere varie cose singolari. L’Ambasciatore inglese aveva regalato al Sultano due macchine telegrafiche, e fatto insegnare a parecchie persone della corte la maniera di servirsene; e già se ne servivano, non pubblicamente, perchè nella città, alla vista di quei fili misteriosi, sarebbe nato un sottosopra; ma nell’interno del palazzo imperiale; e non è a dire se il grande ritrovato avesse stupito tutti. Non però fino al punto che noi potremmo supporre, perchè da quello che ne avevano inteso dir prima, se n’erano fatto tutti, compreso il Sultano, un concetto assai più meraviglioso; credevano, cioè, che la trasmissione del pensiero non si facesse già per mezzo della trasmissione successiva delle lettere e delle parole; ma tutta d’un colpo, istantaneamente, in modo che bastasse un tocco per esprimere e trasmettere issofatto qualsivoglia discorso. Riconoscevano, ciò non ostante, che la macchina era ingegnosa e che poteva riuscir utile, particolarmente nei nostri paesi, dove essendoci molta gente e molto traffico, doveva esserci bisogno di far ogni cosa alla spiccia. Il che significava in altre parole: che cosa faremmo noi del telegrafo? E a che termini sarebbe ridotta la politica del nostro Governo, se alle domande dei rappresentanti degli Stati d’Europa si dovesse risponder subito e in poche parole? e rinunziare a quella gran scusa dei ritardi e a quell’eterno pretesto delle lettere smarrite, che sono i corrieri, grazie a cui si può strascicare per due mesi una quistione che potrebbe esser risolta in due giorni? Si seppe, oltre a questo, o piuttosto si capì, che il Sultano è un uomo d’indole mite e di cuore gentile, che vive austeramente, che ama una donna sola, che mangia senza forchetta, come tutti i suoi sudditi, e seduto in terra, ma coi piatti posti sopra una piccola tavola dorata, alta un palmo; che prima d’esser Sultano, correva il lab el barod coi soldati, ed era uno dei più destri; che ama il lavoro e fa molte volte egli stesso quello che dovrebbero fare i suoi servi, fino a incassare le proprie robe nelle occasioni di partenza; e che infine il popolo lo ama, ma anche lo teme, perchè sa di certo che quando scoppiasse una grande rivolta, egli sarebbe il primo a saltare a cavallo e a slanciarsi colla spada nel pugno contro i ribelli. Ma con che garbo dicevan queste cose! Che bei sorrisi e che bei movimenti! Che peccato non intendere il loro linguaggio tutto figure e colori, e non poter leggere e frugare a nostro bell’agio dentro quell’ingenua ignoranza!
Dopo due ore ricomparvero l’Ambasciatore, Sid-Mussa, il gran sceriffo e tutti gli ufficiali; ci fu uno scambio interminabile di strette di mano, di sorrisi, d’inchini, di saluti, di cerimonie, che pareva si ballasse una contraddanza; e finalmente, passando fra due lunghe ali di servi attoniti, s’uscì. Uscendo, vedemmo all’inferriata d’una grande finestra a terreno una decina di visi di donne, nere, bianche e mulatte, indiademate e scarmigliate; le quali, appena apparimmo, scomparvero facendo un gran rumore di pantofole e di sottane sbattute.
Fin dal primo giorno del viaggio, il Sultano Mulei-el-Hassen era, come ognuno può immaginare, l’oggetto principale della nostra curiosità. Fu dunque una festa per tutti la sera che l’Ambasciatore ci annunziò il ricevimento solenne per la mattina seguente. In vita mia, non ho mai levato le pieghe alla giubba, nè fatto scattare la molla del gibus, con più profonda compiacenza che in quella occasione.
Quella gran curiosità derivava, in parte, dalla storia della sua dinastia. Si desiderava di vedere un volto di quella terribile famiglia dei Sceriffi Fileli, a cui gli storici danno il primato del fanatismo, della ferocia e dei delitti su tutte le dinastie che regnarono nel Marocco. Sul principio del secolo decimosettimo, alcuni abitanti del Tafilet, provincia dell’Impero che confina col deserto, dalla quale gli sceriffi di quella dinastia prendono il nome di Fileli, condussero dalla Mecca nel loro paese uno sceriffo chiamato Alì, nativo di Iambo, e discendente di Maometto per Hassen, secondo figliuolo d’Alì e di Fatima. Il clima della provincia di Tafilet, poco dopo il suo arrivo, riprese una regolarità che da qualche tempo aveva perduta; i datteri crebbero in grande abbondanza; il merito ne fu attribuito ad Alì; Alì venne eletto re, sotto il nome di Mulei-Sceriffo; i suoi discendenti allargarono, a poco a poco, colle armi, il dominio dell’avo; s’impadronirono di Marocco e di Fez, scacciarono la dinastia dei sceriffi Saadini, e regnarono, fino ai nostri giorni, su tutto il paese compreso fra la Muluia, il deserto ed il mare. Sidi-Mohammed, figlio di Mulei-Sceriffo, regnò con sapiente clemenza; ma dopo di lui il trono dei Sceriffi s’affondò nel sangue. El Rescid governa col terrore, ruba l’ufficio al carnefice, lacera di propria mano le mammelle alle donne perchè rivelino il nascondiglio dei tesori dei mariti. Mulei Ismaele, il principe lussurioso, l’amante di ottomila donne e padre di mille duecento figli, il fondatore del corpo famoso delle guardie nere, il galante sultano che chiede in isposa a Luigi XIV la figliuola della duchessa La Valliére, fa appendere diecimila teste ai merli di Marocco e di Fez. Mulei Ahmed el Dehebi, avaro e crapulone, ruba i gioielli alle donne di suo padre, s’istupidisce col vino, fa strappare i denti alle sue belle e recidere il capo a uno schiavo che ha troppo premuto il tabacco nella sua pipa. Mulei Abd-Allà, vinto dai Berberi, fa sgozzare, per sfogar la sua rabbia, gli abitanti di Mechinez, aiuta il carnefice a decapitare gli ufficiali del suo valoroso esercito sconfitto, e inventa l’orribile supplizio di cucir l’uomo vivo dentro un toro sventrato perchè si putrefacciano insieme. Appare migliore della propria razza Sidi-Mohammed, suo figliolo, il quale si circonda di rinnegati cristiani, cerca la pace e ravvicina il Marocco all’Europa. Poi, daccapo, Mulei Yezid, violento, crudele e fanatico, che per pagare i suoi soldati, gli sguinzaglia al saccheggio dei quartieri degli Ebrei in tutte le città dell’Impero; Mulei Hesciam, che dopo un regno di pochi giorni, va a morire in un santuario; Mulei Soliman, che distrugge la pirateria e ostenta amicizia all’Europa, ma con arte astuta segrega il Marocco da tutti gli Stati civili, e si fa portare ai piedi del trono la testa degli ebrei rinnegati a cui è sfuggita una parola di rammarico sulla loro abjura forzata; Abd-er-Rhaman, il vinto d’Isly, che fa calcinar vivi i congiurati nelle mura di Fez; e infine Sidi-Mohammed, il vinto di Tetuan, che per inculcare nei suoi popoli il rispetto e la devozione, fa portare per i duar e per le città le teste dei suoi nemici confitte nei fucili dei suoi soldati. Nè son queste le maggiori calamità che affliggono l’Impero sotto la sciagurata dinastia dei Fileli. Sono guerre colla Spagna, il Portogallo, l’Olanda, l’Inghilterra, la Francia, i Turchi d’Algeri; insurrezioni feroci di berberi, spedizioni disastrose nel Sudan, rivolte di tribù fanatiche, ammutinamenti delle guardie nere, persecuzioni di cristiani; guerre accanite di successione tra padre e figlio, tra zii e nipoti, tra fratelli e fratelli; l’Impero a volta a volta smembrato e ricomposto; Sultani cinque volte scoronati e cinque volte rimessi in trono; vendette snaturate tra principi consanguinei, gelosie di donne e delitti orrendi, e miseria immensa, e decadenza precipitosa alla barbarie antica; e in ogni tempo questo principio trionfante: che non potendo assidersi la civiltà europea se non sulle rovine di tutto l’edifizio politico e religioso del Profeta, l’ignoranza è la miglior salvaguardia dell’Impero, e la barbarie un elemento necessario di vita. Con quest’aureola storica ci si presentava alla fantasia il giovine Sultano a cui stavamo per comparire dinanzi.
Alle otto della mattina, l’Ambasciatore, il vice-console, il signor Morteo, il Comandante e il Capitano, vestiti delle loro splendide uniformi, erano già radunati nel cortile, in mezzo a una folla di soldati, fra i quali il caid, tutti in pompa magna. Noi soli, i due pittori, il medico ed io, tutti e quattro in giubba, gibus e cravatta bianca, non osavamo uscire dalle stanze, per timore che il nostro bizzarro vestire, forse non mai visto a Fez prima d’allora, facesse ridere il pubblico.—Vada prima lei—no, tocca a lei—no, tocca a loro—; per un quarto d’ora non si fece altro discorso, l’uno cercando di spinger l’altro fuori della porta. Finalmente, dopo una savia osservazione del dottore, che disse:—L’unione fa la forza—; uscimmo tutti e quattro insieme, stretti in un gruppo, col capo basso e il cappello sugli occhi. La nostra comparsa nel cortile destò una viva meraviglia fra i soldati, i custodi e i servi del palazzo, alcuni dei quali si nascosero dietro i pilastri per ridere al sicuro. Ma fu ben altra cosa per la città. Montammo tutti a cavallo e ci dirigemmo verso la porta della Nicchia del burro, preceduti da un drappello di fantaccini dalla divisa rossa, seguiti da tutti i soldati della legazione, fiancheggiati da ufficiali, interpreti, cerimonieri e cavalieri della scorta di Ben-Kasen-Buhammei. Era un bellissimo spettacolo quella mescolanza di cappelli cilindrici e di turbanti bianchi, di uniformi diplomatiche e di caffettani rosei, di spadine di gala e di sciaboloni barbareschi, di guanti canarini e di mani nere, di calzoni dorati e di gambe nude; e lascio considerare che figura ci facessimo noi quattro, vestiti da ballo, a cavallo a una mula, seduti sopra una sella rossa alta come un trono, grondanti di sudore e coperti di polvere appena usciti di casa. Le strade erano piene di gente. Al nostro apparire tutti si fermavano e facevano ala. Guardavano il cappello piumato dell’Ambasciatore, i cordoni d’oro del capitano, le medaglie del Comandante, e non davano alcun segno di meraviglia. Ma quando passavamo noi quattro, ch’eravamo gli ultimi, era prima uno stralunamento d’occhi e poi un esilararsi di volti che metteva un vero dispetto. Accanto a noi cavalcava Mohammed-Ducali: lo pregai di tradurmi qualcuna delle osservazioni che gli riuscisse di cogliere a volo. Un moro, in mezzo a un crocchio, disse non so cosa, a cui mi parve che gli altri assentissero. Il Ducali diede in uno scroscio di risa e mi notificò che quella brava gente ci credeva esecutori di giustizia. Alcuni, forse perchè il nero è un colore odiato dai mori, ci guardavano con un’aria quasi di disprezzo e di sdegno. Altri scrollavano il capo in segno di commiserazione.—Signori,—disse allora il medico,—se non sappiamo farci rispettare, è colpa nostra; abbiamo le armi; serviamocene; io darò per il primo l’esempio.—Così dicendo, si tolse il gibus, lo schiacciò e passando dinanzi a un gruppo di mori che sorridevano, lo fece scattare improvvisamente. La meraviglia e il turbamento di quella gente, alla vista di quello scatto misterioso, non si può esprimere. Tre o quattro diedero un passo indietro e slanciarono sul diabolico cappello uno sguardo di profonda diffidenza. I pittori ed io, incoraggiati dall’esempio, lo imitammo, e così a furia di pugni nel gibus, arrivammo, rispettati e temuti, alle mura delle città.
Fuori della porta della Nicchia del Burro erano schierati sul passaggio dell’ambasciata duemila soldati di fanteria, in gran parte ragazzi, che presentarono le armi, a modo loro, gli uni dopo gli altri, e passati noi, si misero la divisa sulla testa per ripararsi dal sole.
Passammo un piccolo ponte che accavalcia il Fiume delle perle e ci trovammo nel luogo destinato al ricevimento, dove si discese tutti da cavallo.
Era una vastissima piazza rettangolare, chiusa su tre lati da alte muraglie merlate e da grosse torri; sul quarto lato, dal Fiume delle perle. Nell’angolo più lontano da noi s’apriva una stradicciuola, fiancheggiata da due muri bianchi, che conduceva ai giardini e alle case del Sultano, completamente nascoste dai bastioni.
La piazza, quando v’arrivammo, presentava un aspetto ammirabile.