Non c’è in tutta Tangeri nè un carro nè una carrozza; non si sente strepito d’officine nè suono di campane nè grida di venditori; non si vede nessun movimento affrettato nè di cose nè di persone; gli stessi Europei, per non saper dove battere il capo, restano per ore immobili in mezzo alla piazza; tutto riposa e invita al riposo. Io stesso, che son qui da pochi giorni, comincio a sentir l’influsso di questa vita molle e sonnolenta. Arrivato al Soc di Barra, mi sento irresistibilmente risospinto verso casa; lette dieci pagine d’un libro, il libro mi sfugge di mano; una volta abbandonata la testa sulla spalliera della poltrona, ho bisogno di riepilogarmi almeno un paio di capitoli dello Smiles, per riescire a risollevarla; e il solo pensiero del lavoro e delle cure che m’aspettano a casa, mi stanca. Questo cielo sempre azzurro e questa città tutta bianca sono un’immagine della pace inalterata e monotona che diventa a poco a poco, in chi abita questo paese, il supremo desiderio della vita. Ed ecco la cagione per cui interrompo qui le mie note. La mollezza affricana m’ha vinto.....


Tra la molta gente che ronzava intorno alla porta della Legazione v’era un moro elegante, che fin dal primo giorno m’aveva dato nell’occhio; uno dei più bei giovani che io abbia visto nel Marocco; alto e snello, con due occhi neri e melanconici, e un sorriso dolcissimo; una figura da sultano innamorato, che Danas, lo spirito maligno delle Mille e una notte, avrebbe potuto mettere accanto alla principessa Badura, in vece del principe Camaralzaman, sicuro che non si sarebbe lamentata del cambio. Si chiamava Maometto, aveva diciotto anni ed era figliuolo d’un moro agiato di Tangeri, protetto dalla Legazione d’Italia, un grosso ed onesto mussulmano, che da qualche tempo, essendo minacciato di morte da un suo nemico, veniva quasi ogni giorno, colla faccia spaurita, a chieder aiuto al Ministro. Questo Maometto parlava un poco spagnuolo, alla moresca, con tutti i verbi all’infinito, e così aveva potuto stringere amicizia coi miei compagni. Era sposo da pochi giorni. L’aveva fatto sposare suo padre, perchè mettesse giudizio, e gli aveva dato una ragazza di quindici anni, bella come lui. Ma il matrimonio non l’aveva molto cangiato. Egli era rimasto, come dicevamo noi, un moro dell’avvenire, il che consisteva nel bere, di nascosto, qualche bicchiere di vino, fumare qualche sigaro, annoiarsi a Tangeri, bazzicare cogli Europei e almanaccare un viaggio in Spagna. In quei giorni però, quello che ce lo tirava intorno, era il desiderio d’ottenere, per mezzo nostro, il permesso d’unirsi alla carovana, e andare così a veder Fez, la grande metropoli, la sua Roma, il sogno della sua infanzia; e a questo fine ci prodigava inchini, sorrisi e strette di mano, con una espansione e una grazia che avrebbe sedotto tutto l’arem dell’Imperatore. Come quasi tutti gli altri giovani mori della sua condizione, ammazzava il tempo trascinandosi di strada in strada, di crocchio in crocchio, a parlare del nuovo cavallo d’un ministro, della partenza dell’amico per Gibilterra, d’un bastimento arrivato, d’un furto commesso, di pettegolezzi da donne; o rimanendo molte ore immobile e taciturno in un angolo della piazzetta del mercato, colla testa chi sa dove. A questo bellissimo ozioso si lega il ricordo della prima casa moresca in cui misi il piede, e del primo pranzo arabo a cui arrischiai il palato. Un giorno suo padre ci invitò a desinare. Era un desiderio che avevamo da molto tempo. Una sera tardi, guidati da un interprete e accompagnati da quattro servi della Legazione, s’arrivò, per alcune stradette oscure, a una porta arabescata, che s’aperse, come per incanto, al nostro avvicinarsi; e attraversata una stanzina bianca e nuda, ci trovammo nel cuore della casa. La prima cosa che ci colpì fu una gran confusione di gente, una luce strana, una pompa meravigliosa di colori. Ci vennero incontro il padrone di casa, il figliuolo e i parenti coronati di gran turbanti bianchi; dietro di loro, c’erano i servi incappucciati; più in là, negli angoli oscuri, dietro gli spigoli delle porte, faccie attonite di donne e di bambini; e malgrado tanta gente, un silenzio profondo. Credevo d’essere in una sala: alzai gli occhi, e vidi le stelle. Eravamo nel cortile. Quella, come tutte le altre case moresche, era un piccolo edifizio quadrato, con un cortiletto nel mezzo, su due lati del quale si aprivano due stanze alte e lunghe, senza finestre, con una sola gran porta arcata, chiusa da una cortina. I muri esterni erano bianchi come la neve, gli archi delle porte, dentellati, i pavimenti a mosaico; qua e là una finestrina binata e una nicchietta per le pantofole. La casa era stata addobbata. I pavimenti coperti di tappeti; accanto alle porte dei grandi candellieri, con candele rosse, gialle e verdi; sui tavolini, specchi e mazzi di fiori. Ma l’effetto di tutte queste cose, in sè medesime punto strane, era stranissimo. C’era un po’ della decorazione d’una chiesa, e insieme un’aria di teatrino, di sala da ballo, di reggia posticcia; ma piena di gentilezza e di grazia; e nella distribuzion della luce e nella combinazione dei colori, un effetto novo, un significato profondo, una corrispondenza meravigliosa con tutto ciò che noi avevamo sempre pensato e sentito, confusamente, di quel popolo; come se quella fosse la luce, per così dire, e il colorito della sua filosofia e della sua religione, e vedendo l’interno di quella casa, vedessimo per la prima volta dentro all’anima della razza. Si spese qualche minuto in inchini e in vigorose strette di mano, e poi fummo invitati a vedere la camera degli sposi. Io cercai inutilmente, con una curiosità da sfacciato europeo, gli occhi di Maometto: egli aveva già chinato la testa e nascosto il rossore sotto il turbante. La camera nuziale era una sala alta, lunga e stretta, colla porta sul cortile. Da una parte, in fondo, vi era il letto della sposa; dalla parte opposta quello di Maometto; tutti e due decorati di ricche stoffe, di un colore rosso carico, con sopra una trina; il pavimento coperto di grossi tappeti di Rabat; le pareti, d’arazzi gialli e rossi; e fra i due letti, il vestiario della sposa appeso al muro: busti, gonnelline, calzoncini, vestitini di taglio sconosciuto, di tutti i colori d’un giardino fiorito, di lana di seta e di velluto, gallonati e stelleggiati d’oro e d’argento; tutto il corredo d’una bambola da principessina; una vista da far girar la testa a un coreografo e morir d’invidia una mima. Di là passammo nella stanza da pranzo. Anche qui tappeti, arazzi, mazzi di fiori, grandi candellieri posati sul pavimento, materassine e guanciali di cento colori stesi a pie’ dei muri, e due letti addobbati con gran pompa, poichè era la camera nuziale del padrone. Vicino a uno dei letti era apparecchiata la tavola, contro l’uso degli arabi, che mettono i piatti in terra, e mangiano senza posate; e vi scintillava su, a dispetto del Profeta, una corona di vecchie bottiglie, incaricate di rammentarci, in mezzo alle voluttà del banchetto moresco, che eravamo cristiani. Prima di metterci a tavola, ci sedemmo, a gambe incrociate, sopra i tappeti, intorno al segretario del padrone di casa, un bel moro in turbante, il quale preparò il tè sotto i nostri occhi e ce ne fece pigliare, secondo l’uso, tre tazze per uno, spropositatamente inzuccherate, e profumate di menta; e tra una tazza e l’altra accarezzammo il codino e la testina rasata d’un bel bambino di quattr’anni, ultimo fratello di Maometto, il quale contava furtivamente le dita delle nostre mani per assicurarsi ch’eran cinque come quelle di tutti i maomettani. Preso il tè, sedemmo a tavola. Il padrone, pregato, sedette anche lui, per tenerci compagnia, e cominciarono a sfilare i piatti arabi, oggetto della nostra vivissima curiosità. Io assaggiai il primo con grande fiducia.... Eterno Iddio! Il mio primo pensiero fu di precipitarmi sul cuoco. Tutte le contrazioni che si possono produrre sul viso d’un uomo all’assalto improvviso d’una colica, o alla notizia del fallimento del suo banchiere, io credo che si sian prodotte sul mio. Capii sul momento come una gente che mangiava a quel modo dovesse credere in un altro Dio e pigliare in un altro senso la vita umana. Non saprei esprimere quello ch’io sentii nella bocca fuorchè paragonandomi a un disgraziato costretto a far colazione coi vasetti d’un parrucchiere. Eran sapori di pomate, di cerette, di saponi, d’unguenti, di tinture, di cosmetici, di tutto ciò che si può immaginare di meno proprio a passare per una bocca umana. A ogni piatto ci scambiavamo degli sguardi di meraviglia e di terrore. La materia prima doveva esser buona: era pollame, montone, caccia, pesce; piatti enormi e di bella cera; ma tutto nuotante in salse abbominevoli, tutto unto, profumato, impomatato, tutto cucinato in maniera da parer più naturale di metterci dentro il pettine che la forchetta. Pure bisognava mandar giù qualcosa, ed io mi confortavo al sacrifizio ripetendo quei versi dell’Aleardi:

Oh nella vita
Qualche delitto incognito ne pesa!
Qualche cosa si espia!

La sola cosa mangiabile era il montone allo spiedo. Nemmeno il cuscussu, il piatto nazionale dei mori, fatto con grano tritato della grossezza della semola, cotto a vapore e condito con latte o brodo,—perfido simulacro di risotto—, nemmeno questo famoso cuscussu, che piace a molti europei, mi è riuscito d’inghiottirlo senza cangiar colore. E ci fu qualcuno di noi che, per punto, mangiò di tutto! cosa consolante la quale dimostra che in Italia ci sono ancora dei grandi caratteri. A ogni boccone, il nostro ospite c’interrogava umilmente collo sguardo, e noi, stralunando gli occhi, rispondevamo in coro:—Eccellente! Squisito!—e buttavamo giù subito un bicchier di vino per ravvivarci gli spiriti. A un certo punto, scoppiò nel cortiletto una musica bizzarra che ci fece balzar tutti in piedi. Erano tre sonatori, venuti, come vuole il costume moresco, a rallegrare il banchetto: tre arabi dai grandi occhi e dal naso forcuto, vestiti di bianco e di rosso, uno colla tiorba, l’altro col mandolino, il terzo col tamburello; tutti e tre seduti fuori della porta della nostra stanza, vicino a una nicchietta dove avevano deposto le pantofole. Tornammo a sedere e i piatti ricominciarono a sfilare (ventitrè, comprese le frutta, se ben mi ricordo) e i nostri volti a contorcersi e i turaccioli a saltare in aria. A poco a poco le libazioni, l’odore dei fiori, il fumo dell’aloé che ardeva nei profumieri cesellati di Fez, e quella bizzarra musica araba, che a furia di ripetere il suo lamento misterioso, s’impadronisce dell’anima con una simpatia irresistibile; ci diedero per qualche momento una specie di ebbrezza taciturna e fantastica, durante la quale ognuno di noi credette di sentirsi il turbante sul capo e la testa d’una sultana sul cuore. Finito il pranzo, tutti si alzarono e si sparpagliarono per la sala, per il cortile, per il vestibolo, a guardare e a fiutare da ogni parte con una curiosità infantile. In ogni angolo oscuro si rizzava, come una statua, un arabo ravvolto nella sua cappa bianca. La porta della camera nuziale era stata chiusa colle cortine, e per lo spiraglio si vedeva un gran movimento di teste bendate. Alle finestrine superiori apparivano e sparivano dei lumi. Si sentivano fruscii e voci di gente nascosta. Intorno e sopra di noi ferveva una vita invisibile, la quale ci avvertiva che eravamo dentro le mura, ma fuori della casa; che la bellezza, l’amore, l’anima della famiglia s’era rifugiata nei suoi penetrali; che lo spettacolo eravamo noi e che la casa rimaneva un mistero. A una cert’ora uscì da una porticina la governante del Ministro, ch’era stata a veder la sposa, e passando per andarsene, esclamò:—Ah! se vedessero, che bottone di rosa! Che creatura di paradiso!—E intanto la musica continuava a suonare, e l’aloé continuava ad ardere, e noi seguitavamo a girare e a fiutare, e la fantasia lavorava, lavorava. E lavorava ancora, e più che mai, quando usciti da quell’aria piena di luce e di profumi, infilammo una viuzza solitaria e tenebrosa, al lume d’una lanterna, in mezzo a un silenzio profondo.


Una sera si sparse la notizia, da molto tempo aspettata, che il giorno dopo sarebbero entrati in città gli Aïssaua.

Gli Aïssaua sono una delle principali confraternite religiose del Marocco, fondata, come le altre, per ispirazione di Dio, da un Santo chiamato Sidì-Mohammed-ben-Aïssa, nato a Mechinez due secoli sono; la vita del quale è una lunga e confusa leggenda di miracoli e d’avventure favolose, variamente raccontata. Gli Aïssaua si propongono di ottenere dal cielo una protezione speciale, pregando continuamente, esercitando certe pratiche loro proprie, tenendo vivo nel loro cuore, piuttosto che il sentimento della fede, un’esaltazione, una febbre religiosa, un furore divino, che prorompe in manifestazioni stravaganti e feroci. Hanno una grande moschea a Fez, che è come la casa centrale dell’ordine, e di qui si spandono ogni anno a turbe, in tutte le province dell’impero, dove raccolgono intorno a sè, per celebrare le loro feste, i confratelli sparsi per le città e per le campagne. Il loro rito, simile a quello dei dervis urlanti e giranti dell’Oriente, consiste in una specie di danza sfrenata accompagnata da salti, scontorcimenti e grida, nella quale vanno via via infuriando e inferocendosi finchè, perduto ogni lume, stritolano legno e ferro coi denti, si brucian le carni con carboni accesi, si straziano coi coltelli, inghiottiscono fango e sassi, sbranano animali e li divoran vivi e grondanti di sangue, e cadono a terra senza forze e senza ragione. A questi eccessi non giunsero gli Aïssaua che io vidi a Tangeri, e credo che ci giungano raramente, e assai pochi, se pure qualcuno vi giunge ancora; ma fecero però abbastanza per lasciarmi nell’animo un’impressione incancellabile.

Il Ministro del Belgio c’invitò ad assistere allo spettacolo dal terrazzo di casa sua, che guarda sulla strada principale di Tangeri, dove sogliono passare gli Aïssaua per andare alla moschea. Dovevano passare alle dieci della mattina, scendendo dalla porta del Soc di Barra. Un’ora prima, la strada era già piena di gente e le case coronate di donne arabe ed ebree, vestite dei loro colori vivissimi, che davano alle terrazze bianche l’aspetto di grandi ceste di fiori. All’ora fissata, tutti gli occhi si voltarono verso la porta, all’estremità della strada, e pochi minuti dopo comparvero i forieri della turba. La strada era tanto affollata, che gli Aïssaua, fin che non furono vicini, rimasero confusi cogli spettatori. Per qualche tempo non vidi che una massa ondeggiante di teste incappucciate, in mezzo alle quali sorgevano, sparivano e ricomparivano alcune teste scoperte, che parevan di gente che si picchiasse. Al di sopra delle teste s’alzavano parecchie bandiere. Di tratto in tratto si udiva un grido simultaneo di molte voci. La folla veniva innanzi lentamente. A poco a poco si cominciò a notare, nel movimento di tutte quelle teste, un cert’ordine. Le prime formavano un circolo; altre, più in là, una doppia schiera; altre più lontane, un altro circolo; poi le prime, alla loro volta, si schieravano, le seconde si disponevano in cerchio, e così via via. Ma non son neanco ben sicuro di quello che dico, perchè in quella gran curiosità che mi affannava di osservare singolarmente le persone, è facile che la legge precisa del movimento comune mi sia sfuggita. In capo a pochi minuti, giunsero i primi sotto il nostro terrazzo. Il mio primo senso fu un misto di compassione e di orrore. Eran due file di uomini, rivolti gli uni in faccia agli altri, vestiti di cappe e di lunghissime camicie bianche, che si tenevano per le mani, per le braccia o per le spalle, e pestavano i piedi in cadenza, dondolandosi, rovesciando il capo avanti e indietro, e levando un mormorio sordo e affannoso, rotto da gemiti, rantoli, soffi e interiezioni di spavento e di rabbia. Solamente gli ossessi del Rubens, i morti risuscitati del Goya e il moribondo magnetizzato del Pöe potrebbero dare un’idea di quelle figure. Eran faccie livide e convulse, cogli occhi fuori dell’orbita e la bocca schiumosa; visi di febbricitanti e di epilettici; alcuni illuminati da sorrisi indefinibili, altri che non mostravano che il bianco dell’occhio, altri contratti come da uno spasimo atroce, o pallidi ed immobili come visi di cadaveri. Di tratto in tratto, facendo gli uni agli altri un gesto strano col braccio spenzoloni, gettavano tutti insieme un grido acuto e doloroso, come di chi riceva una pugnalata mortale; poi andavano alcuni passi innanzi, e ricominciavano la danza, gemendo e sbuffando; e allora si vedeva un ondeggiamento disordinato di cappucci, di grandi maniche, di treccie, di ciuffi, di folte capigliature spartite in lunghe ciocche ondulate, che parevano teste anguicrinite. Alcuni, più spiritati, andavano fra una schiera e l’altra, barcollando come ubbriachi, sbatacchiandosi contro i muri e le porte. Altri, come rapiti in estasi, camminavano ritti, lenti, col viso in alto, gli occhi socchiusi, le braccia abbandonate. Parecchi, sfiniti, che non potevano più nè gridare nè reggersi, eran tenuti su per le ascelle dai compagni, e travolti così, come corpi morti, nella folla. La ridda si faceva di mano in mano più scomposta, e il gridìo più assordante. Erano dondolamenti di testa da lussarsi le vertebre del collo e rantoli da spezzarsi la cassa del petto. Da tutti quei corpi grondanti di sudore, veniva su un puzzo nauseabondo come da un serraglio di fiere. Ogni tanto uno di quei visi stravolti si alzava verso il terrazzo e fissava nei miei due occhi stralunati, che mi facevano torcere indietro la testa. Di momento in momento, dentro di me, cangiava l’effetto di quello spettacolo. Ora mi pareva una gran mascherata, ed ero tentato di riderne; ora ci vedevo l’immagine d’una gran baldoria di pazzi, di malati in delirio, di galeotti ubbriachi, di condannati a morte che volessero stordire il proprio terrore, e mi stringevano il cuore; ora non consideravo che la bellezza selvaggia del quadro, e ci provavo la voluttà d’un artista. Ma a poco a poco, il senso intimo di quel rito, s’impose alla mia mente; il sentimento, che quelle smanie traducevano, e che tutti abbiamo provato molte volte, lo spasimo dell’anima umana che si agita sotto l’immensa pressione dell’Infinito, si risvegliò; e senz’accorgermene, accompagnavo quel turbinìo col linguaggio che lo spiegava:—Sì, ti sento, Potenza misteriosa e tremenda: mi dibatto nella stretta della tua mano invisibile; il sentimento di Te mi opprime, non ho forza di contenerlo, il mio cuore si sgomenta, la mia ragione si perde, il mio involucro di creta si spezza!—E continuavano a passare, fitti, pallidi, scapigliati, mettendo voci supplichevoli, in cui pareva che esalassero la vita. Un vecchio cadente, un’immagine di re Lear forsennato, si staccò dalla schiera e s’avventò come per spaccarsi il cranio nel muro: i compagni lo trattennero. Un giovane cadde di picchio in terra, fuori dei sensi. Un altro, coi capelli sciolti giù per le spalle, la faccia nascosta nelle mani, passò a lunghissimi passi, curvato fino a terra, come un maledetto da Dio. Passarono beduini, mori, berberi, neri, colossi, mummie, satiri, faccie di cannibali, di santi, d’uccelli di rapina, di sfingi, d’idoli indiani, di furie, di fauni, di diavoli. Potevano essere un tre o quattrocento. In meno di mezz’ora sfilarono tutti. Le ultime erano due donne (perchè anche le donne possono appartenere all’ordine), due figure di sepolte vive, riuscite a spezzare la bara, due scheletri animati, vestite di bianco, coi capelli rovesciati sul viso, gli occhi sbarrati, la bocca bianca di schiuma, sfinite di forze, ma ancora animate da un movimento di cui non parevano aver più coscienza, che si scontorcevano, urlavano e stramazzavano; e in mezzo a loro un vecchio gigantesco, una figura di negromante centenario, vestito d’una camicia lunghissima, che allungando due grandi braccia cadaveriche, posava la mano sul capo ora all’una ora all’altra, in atto di protezione, e le aiutava a rialzarsi da terra. Dietro a questi tre spettri si precipitò una folla di arabi armati, di donne, di pezzenti, di bimbi; e tutta quella barbarie, tutto quel furore, tutto quell’orrendo cumulo di miseria umana, irruppe nella piazza e scomparve.

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