Un altro bello spettacolo, che s’ebbe a Tangeri, fu quello delle feste per la nascita di Maometto; e mi fece un’impressione anche più viva perchè mi ci trovai dinanzi, posso dire, all’impensata.
Tornando da una passeggiata sulla riva del mare, sentii alcuni colpi di fucile dalla parte del Soc di Barra; v’accorsi e sul primo momento non riconobbi più il luogo. Il Soc di Barra era trasfigurato. Dalle mura della città fino alla sommità della collina v’era formicolìo d’arabi, una folla tutta bianca, straordinariamente animata. Saranno state tremila persone, ma sparse e raggruppate in maniera che parevano innumerevoli. Era un’illusione ottica singolarissima. Su tutti i rialti del terreno, come sopra altrettante loggie, v’erano gruppi di arabe sedute all’orientale, immobili, rivolte verso la parte bassa del Soc. Qui, da una parte, la folla divisa in due ali lasciava libero un grande spazio a un drappello di cavalieri che si slanciavano alla carriera, schierati di fronte, sparando i loro fucili lunghissimi; dall’altra parte, v’erano grandi cerchi d’arabi, uomini e donne, in mezzo ai quali davano spettacolo giocatori di palla, tiratori di scherma, incantatori di serpenti, ballerini, cantastorie, suonatori, soldati. Sull’alto della collina, sotto una tenda conica, aperta sul davanti, biancheggiava l’enorme turbante del vice-governatore di Tangeri, il quale presiedeva alla festa, seduto in terra, in mezzo a una corona di mori. Di lassù si vedevano giù in mezzo alla folla i soldati delle Legazioni vestiti dei loro pomposi caffettani rossi, qualche cappello cilindrico, qualche ombrella di consolessa, e i pittori Ussi e Biseo coll’album e la matita in mano; di là dalla folla, Tangeri; di là da Tangeri, il mare. Lo strepito delle fucilate, gli urli dei cavalieri, lo scampanellìo degli acquaioli, le grida festose delle donne, il suono dei pifferi, dei corni, dei tamburi, formavano tutt’insieme un frastuono inaudito, che rendeva più strano ancora quello spettacolo selvaggio, irradiato dalla luce sfolgorante del mezzogiorno.
La curiosità mi spingeva da dieci parti in un punto. Ma un grido d’ammirazione, partito da un gruppo di donne, mi fece correr prima dai cavalieri. Erano dodici soldati di alta statura, col fez a punta, la cappa bianca, i caffettani aranciati, azzurrini e rossi, e fra loro un ragazzo vestito con femminile eleganza, figlio del governatore del Rif. Si schieravano ai piedi delle mura della città, rivolti verso la campagna; il figlio del governatore, nel mezzo, alzava la mano, e si slanciavano tutti insieme alla carriera. Nei primi passi v’era un po’ d’incertezza e un po’ di disordine. Poi quei dodici cavalli, stretti, sfrenati, ventre a terra, non formavano più che un solo corpo, un mostro furioso, di dodici teste e di cento colori, che divorava la via. Allora i cavalieri, inchiodati sulle selle, colla fronte alta, colla cappa al vento, alzavano i fucili sopra la testa, li stringevano con un movimento convulso contro le spalle, sparavano tutti insieme gettando un urlo di trionfo e di rabbia, e sparivano in un nuvolo di polvere e di fumo. Pochi momenti dopo tornavano indietro lentamente, in disordine, i cavalli schiumosi e insanguinati, i cavalieri in atteggiamento stanco e superbo, e in capo ad alcuni minuti ricominciavano. Ad ogni nuova scarica, le donne arabe, come le dame dei tornei, salutavano il drappello con un gridìo loro proprio, che è una ripetizione rapidissima del monosillabo: Iù, simile a un trillo acuto di gioia infantile.
Di là passai al giuoco della palla. Erano una quindicina d’arabi, ragazzi, uomini maturi e vecchi colla barba bianca, alcuni col fucile a tracolla, altri colla sciabola, e giocavano con una palla di cuoio grossa come un arancio. Uno la pigliava, la lasciava cadere e la ributtava in alto con un colpo del piede; tutti gli altri correvano per coglierla in aria; chi la coglieva, rifaceva l’atto del primo; e così il gruppo dei giocatori, seguitando la palla, s’allontanava man mano, e poi, di comune accordo, tornavano tutti insieme nel luogo di dov’eran partiti. Ma il curioso di questo gioco stava nei movimenti delle persone. Erano passi di ballo, gesti misurati, atteggiamenti di mimi, un fare quasi cerimonioso, una certa apparenza di contraddanza, un non so che di severo e di molle insieme, ed una corrispondenza di mosse e di giri, in quell’andare e venire, di cui non mi riuscì di scoprire la legge. Correvano e saltellavano tutti insieme in un piccolo spazio, si serravano, si rimescolavano, e non seguiva mai un urto, nè il più leggero scompiglio. La palla s’alzava, spariva, balzava in mezzo a quelle gambe e al disopra di quelle teste, come se nessuno la toccasse, e fosse rigirata in quella maniera da due venti contrarii. E tutto quel movimento non era accompagnato nè da una parola, nè da un grido, nè da un sorriso. Vecchi e ragazzi, eran tutti egualmente seri, silenziosi e intenti al gioco, come a un lavoro obbligato e triste, e non si sentiva che il suono dei respiri affannosi e il fruscìo delle pantofole.
A pochi passi di là, in mezzo a un altro circolo di spettatori, ballavano dei neri, al suono d’un piffero e d’un piccolo tamburo di forma conica, battuto con un pezzo di legno ritorto a mezzaluna. Erano otto omaccioni, neri e lucidi come l’ebano, senz’altro addosso che una lunga camicia bianchissima, stretta alla cintura da un grosso cordone verde. Sette si tenevano per mano, disposti in cerchio, l’ottavo era in mezzo, e ballavano tutti insieme o piuttosto accompagnavano la musica, senza quasi cangiar di posto, con un movimento di fianchi da non descriversi, che mi metteva un forte prurito nelle punte dei piedi, e quel sorriso di satiri, quell’espressione di beatitudine stupida e di voluttà bestiale, che è tutta propria della razza nera. Mentre stavo guardando questa scena, due ragazzi di una decina d’anni ciascuno, ch’erano fra gli spettatori, mi diedero un saggio della ferocia del sangue arabo, che non dimenticherò per un pezzo. Improvvisamente, non so per che ragione, si saltarono addosso, si avviticchiarono l’uno all’altro come due tigri, e cominciarono a lacerarsi il viso e il collo a morsi e a unghiate con una furia che metteva orrore. Due uomini robusti, usando di tutta la loro forza, li separarono a stento, già sgocciolanti di sangue, e dovettero trattenerli ancora perchè non tornassero ad avvinghiarsi.
Gli schermitori facevan ridere. Eran quattro, e tiravano di bastone a due a due. Non si può dire la stravaganza e la goffaggine di quella scuola; e la chiamo scuola perchè in altre città del Marocco vidi poi che tiravano nella stessa maniera. Eran mosse da funamboli, salti senza scopo, contorsioni, sgambettate, e colpi annunziati un minuto prima con un gran giro del braccio; ogni cosa fatta con una flemma beata, che avrebbe dato modo a un nostro tiratore di addossare a tutti quattro un prodigioso carico di legnate senza pericolo di toccarne una sola. Gli arabi spettatori, però, stavano là a bocca aperta, e molti di tratto in tratto mi guardavano, come per cercare nei miei occhi l’espressione della meraviglia. Io volli contentarli e finsi un’ammirazione benevola. Allora qualcuno si scansò perchè potessi spingermi un po’ più avanti, ed io mi trovai circondato, stretto da ogni parte dagli arabi, e potei soddisfare il mio desiderio di studiare un po’ quella gente nel suo odore, nei movimenti appena percettibili delle narici, delle labbra e delle palpebre, nei segni della pelle, in tutto ciò che sfugge all’osservatore che passa, e serve nonostante a far capir molte cose. Un soldato della Legazione italiana mi vide da lontano in quella stretta, e credendo che fossi prigioniero involontario, venne a liberarmi, mio malgrado, a suon di gomitate e di pugni.
Il cerchio del contastorie era il più piccolo, ma il più bello. Ci arrivai giusto nel momento in cui, avendo terminato la solita preghiera inaugurale, cominciava il racconto. Era un uomo d’una cinquantina d’anni, quasi nero, con una barba nerissima e due grandi occhi scintillanti, ravvolto, come tutti gli altri raccontatori del Marocco, in un amplissimo panno bianco stretto intorno al capo da una corda di pelo di cammello, che gli dava la maestà d’un sacerdote antico. Parlava a voce alta e lenta, ritto in mezzo al circolo degli uditori, accompagnato sommessamente da due suonatori di chiarina e di tamburo. Raccontava forse una storia d’amore, le avventure d’un bandito famoso, le vicende d’un sultano. Io non ne capivo una parola. Ma il suo gesto era così giusto, la voce così espressiva, il volto così parlante che un barlume del senso, in qualche momento, mi traspariva. Mi parve che raccontasse un lungo viaggio; imitava il passo del cavallo stanco; accennava a orizzonti immensi; cercava intorno a sè una goccia d’acqua, lasciava spenzolare le braccia e la testa come un uomo spossato. Poi, a un tratto, scopriva qualcosa lontano dinanzi a sè, pareva incerto, credeva e non credeva ai suoi occhi,—ci credeva,—si rianimava, affrettava il passo, arrivava, ringraziava il cielo e si buttava in terra tirando un gran respiro e ridendo di piacere all’ombra d’un’oasi deliziosa che non sperava più di trovare. Gli uditori stavano là immobili, senza rifiatare, riflettendo coll’espressione del viso tutte le parole dell’oratore; e così com’erano in quel punto, con tutta l’anima negli occhi, lasciavano vedere chiaramente l’ingenuità e la freschezza di sentimento, che celano sotto l’apparenza d’una durezza selvaggia. Il contastorie andava a destra e a sinistra, s’avventava, retrocedeva atterrito, si copriva il viso colle mani, alzava le braccia al cielo, e via via che s’infervorava e levava la voce, i suonatori soffiavano e picchiavano con maggior furia, gli ascoltatori gli si stringevano intorno più ansiosi, finchè il racconto finì in un grido tonante, gli strumenti saltarono per aria e la folla commossa si disperse per cedere il posto ad un altro uditorio.
Tre suonatori tenevano intorno a sè un altro cerchio più grande di tutti gli altri. Le figure, i movimenti e la musica di costoro mi fecero una singolare impressione. Erano tutti e tre strambi, di statura altissima e curvi dai piedi alla testa come le figurine grottesche che rappresentano la ci maiuscola nei titoli di certi giornali illustrati. Uno sonava il piffero, l’altro un tamburello a sonagli, il terzo uno strumento stravagante, una specie di clarinetto, mi parve, combinato, non so come, con due corni da caccia divergenti, che mandavano un suono non mai sentito. Questi tre sonatori, ravvolti in pochi cenci, stavano stretti l’un all’altro, di fianco, come se fossero legati, e sonando continuamente e disperatamente il medesimo motivo, l’unico forse che sonavano da cinquant’anni, facevano il giro dell’arena. Io non so dire come si movessero. Era un non so che tra l’andatura e il ballo, certi scatti come della gallina che becca, certi stringimenti di spalle, fatti da tutti e tre con una simultaneità macchinale, e così lontani da una qualunque somiglianza coi movimenti nostri, così nuovi, così bizzarri, che più li osservavo, e più mi davan da pensare, come se esprimessero una idea, o avessero la loro ragione in qualche proprietà caratteristica del popolo arabo, e ci penso ancora sovente. Quei disgraziati, grondanti di sudore, sonavano e ballonzolavano da più di un’ora, con una serietà inalterabile, e qualche centinaio di persone li stavano a sentire, pigiate e immobili, col sole negli occhi, senza dar segno nè di piacere nè di noia.
Il circolo dove si faceva più strepito era quello dei soldati. Erano dodici, tra giovani e vecchi, alcuni col caffettano bianco, altri colla sola camicia, questo col fez, quello col cappuccio, armati di fucili a pietra focaia, lunghi come lancie, nei quali introducevan la polvere sciolta, come fanno tutti i soldati nel Marocco, dove non s’usano cartuccie. Un graduato, vecchio, dirigeva lo spettacolo. Si mettevan sei da una parte e sei dall’altra, di faccia. A un segnale, cangiavano vicendevolmente di posto, correndo, e appoggiavano un ginocchio a terra. Allora uno di essi cantava non so che cosa, con un’acutissima voce in falsetto, tutt’a trilli e a gorgheggi, che durava parecchi minuti, ascoltato con un silenzio profondo. Poi, a un tratto, balzavano tutti in piedi, in circolo, e spiccando un altissimo salto, gettando un grido di gioia, rovesciavano il fucile e sparavano contro terra. Non si può immaginare la rapidità, la furia, e quello che aveva di pazzamente festoso e di diabolicamente simpatico quella ridda tonante e lampeggiante, intraveduta in mezzo a un nuvolo di polvere saettato dal sole. Fra gli spettatori, a pochi passi da me, v’era un’arabina di dieci o dodici anni, non ancora velata, uno dei più bei visetti ch’io abbia visto a Tangeri, d’un bruno pallido delicatissimo, la quale contemplava coi suoi begli occhioni celesti pieni di stupore uno spettacolo assai più meraviglioso per lei che la danza dei soldati: quello che le offrivo io levandomi i guanti; questa seconda pelle delle mani, come dicono i ragazzi arabi, che i cristiani si mettono e si tolgono a loro piacere, senza risentirne il menomo dolore.
Esitai se dovessi andare o no a vedere l’incantatore dei serpenti; ma la curiosità vinse il ribrezzo. Questi così detti incantatori appartengono alla confraternita degli Aissaua e dicono di ricevere dal loro patrono Ben-Aïssa il privilegio di poter sfidare senza pericolo la morsicatura di qualunque animale più velenoso. Molti viaggiatori, infatti, degni di pienissima fede, assicurano d’aver visto parecchi di costoro farsi morsicare a sangue, senz’effetto venefico, da serpenti di cui un momento dopo venne esperimentato il veleno potentissimo sopra altri animali; e dicono di non essere riusciti a scoprire di che mezzo si valessero quei destri ciarlatani per rendere innocua la morsicatura. L’Aissaua che io vidi, dava uno spettacolo orribile, ma incruento. Era un arabo piccolo, tarchiato, col viso smorto, una faccia di giustiziere, chiomato come un re merovingio e vestito d’una specie di camicia azzurrina che gli scendeva fino ai piedi. Quando m’avvicinai, saltellava grottescamente intorno a una pelle di capra distesa in terra, dalla quale usciva la bocca d’un sacco, dov’erano chiusi i serpenti; e saltellando cantava, accompagnato da un flauto, una canzone di motivo malinconico, che doveva essere una invocazione al suo Santo. Finito il canto, chiacchierò e gesticolò lungo tempo per farsi buttar dei denari, poi s’inginocchiò davanti alla pelle di capra, ficcò la mano nel sacco, ne tirò fuori, con molti riguardi, un lungo serpente verdognolo, pieno di vita, e lo portò in giro sotto gli occhi degli spettatori. Poi cominciò a maneggiarlo in tutti i modi, come se fosse stato un pezzo di corda. Lo afferrò per il collo, lo tenne sospeso per la coda, se lo attorcigliò intorno alla fronte, se lo nascose nel petto, lo fece passare per i fori del cerchio di un tamburello, lo buttò in terra, lo trattenne col piede, se lo strinse sotto un’ascella. L’orribile bestia rizzava la testa schiacciata, dardeggiava la lingua, si scontorceva con quei suoi movimenti flessuosi, odiosi, abbietti, che sembrano l’espressione d’una vigliacca perfidia; e schizzava dagli occhi piccolissimi tutta la rabbia che gli fremeva nel corpo; ma non m’accorsi che mordesse mai la mano in cui era imprigionato. Quando fu stanco di quel lavoro, l’Aissaua strinse il serpente per la nuca, gli aggiustò un piccolo ferro nella bocca in modo da fargliela rimanere aperta, e lo mostrò così agli spettatori più vicini, perchè osservassero i denti; osservazione affatto superflua, se pure la sostanza venefica rimaneva, perchè non v’era stata morsicatura. Dopo ciò afferrò il serpente con due mani, si mise la coda in bocca e cominciò a menar le mandibole: la bestia si scontorceva furiosamente; io me n’andai inorridito.