—Ah cane!—gridò l’Ussi.

Ma il cane era già sparito.

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Ogni passeggiata è una piccola spedizione militare: bisogna avvertire il caid, radunare una scorta, cercare un interprete, mandar a prendere le cavalcature, e prima che tutto sia in ordine ci vuole un’ora. Perciò restiamo gran parte della giornata in casa. Ma lo spettacolo della casa ci compensa largamente della prigionia. È una processione continua di soldati rossi, di servi neri, di messi della corte, di negozianti della città, di mori malati che cercano il medico, di rabbini che vengono a inchinare l’Ambasciatore, d’ebree che portano mazzi di fiori, di corrieri che portan lettere da Tangeri, di facchini che portano la muna. Nel cortile lavorano dei musaicisti per Visconti Venosta; sulla terrazza, dei muratori; in cucina, un visibilio di cuochi; nel giardino, i negozianti stendono le loro stoffe e il signor Vincent le sue uniformi; il medico si dondola in una branda appesa a due alberi; i pittori dipingono davanti alla porta della loro camera; i soldati e i servi saltano e gridano nei vicoli intorno; tutte le fontane zampillano col rumore d’una pioggia dirotta e fra gli aranci e i limoni del giardino cantano centinaia d’uccelli. Il giorno si passa fra il giuoco della palla e la storia del Kaldun; la sera fra gli scacchi e i canti, diretti dal Comandante, primo tenore di Fez. La notte la passerei meglio, se non mi passassero continuamente davanti, come fantasmi, i neri servi di Mohammed Ducali, che dorme in una stanzina accanto alla mia. Nella mia dorme pure il dottore e abbiamo fra tutti e due un povero diavolo di servo arabo che ci fa morire dalle risa. Ci dicono che è di famiglia, se non agiata, non bisognosa, e che s’aggregò come servo alla carovana, a Tangeri, per fare un viaggio di piacere. Appena arrivato a Fez, meta del suo viaggio di piacere, non so per che mancanza, ma per poca cosa di certo, fu legnato. Dopo d’allora si mise a servirci con uno zelo furioso. Non capisce nulla, nemmeno i gesti; ha sempre l’aspetto d’un uomo spaventato; gli domandiamo gli scacchi, porta la sputacchiera; ieri il medico gli disse d’andargli a prendere del pane; lui, per far più presto, gli portò un pezzo di crosta che trovò in mezzo al giardino. Abbiamo un bel rassicurarlo: ha terrore di noi, cerca di placarci con ogni sorta di servizi stranissimi, che non gli domandiamo: compreso quello di cambiare tre volte l’acqua nella catinella prima ancora che ci alziamo da letto. Di più, per farci una cosa grata, aspetta ogni mattina, ritto in mezzo alla stanza, colla tazza del caffè in mano, che il dottore od io ci svegliamo, e al primo che dia il menomo segno di vita, gli si precipita addosso e gli caccia la tazza sotto il naso colla furia d’uno che voglia far bere un contravveleno. Un altro bel personaggio è la lavandaia, un donnone col viso coperto, la sottana verde e i calzoncini rossi, che viene a pigliar la nostra biancheria, destinata, ahimè! alle zampate dei mori. È superfluo il dire che non ci stirano nulla: in tutta Fez non esiste un ferro da stirare, e noi ci rimettiamo la roba tale e quale esce di sotto alle zampe dei lavandai.—Forse,—ci fu detto,—ci sarà qualche ferro nel Mellà!—C’è di tutto; il difficile è trovare. C’è, per esempio, una carrozza; ma appartiene all’Imperatore. Si dice che c’è pure un pianoforte; lo si è visto entrare nella città anni sono; ma non si sa bene chi lo possegga. È un divertimento poi il mandar a comprare alle botteghe. Una candela?—Non c’è,—rispondono;—ma ve la facciamo subito.—Un metro di nastro? Sarà fatto per domani sera.—Dei sigari? Abbiamo il tabacco; ve li daremo fra un’ora.—Il viceconsole cerca da qualche giorno un vecchio libro arabo, e tutti i mori interrogati si guardano in viso e dicono:—Un libro? Chi ha dei libri a Fez? N’aveva uno tempo fa, se non c’inganniamo, il tale dei tali; ma è morto e non sappiamo chi siano gli eredi.—E giornali arabi, d’altri paesi, se ne potrebbero avere?—Un solo giornale arabo, stampato in Algeri, arriva regolarmente a Fez, ma è diretto all’Imperatore.—Insomma, ho un bel pensare che sono a meno di duecento miglia da Gibilterra, dove appunto stassera, probabilmente, si rappresenta la Lucia di Lammermor, e che di qui a otto giorni potrei passeggiare sotto la loggia dei Lanzi a Firenze. Malgrado ciò, provo il sentimento d’una lontananza immensa. Non son le miglia, son le cose e la gente che ci allontanano di più dal nostro paese. Con che piacere stracciamo la fascia alla Gazzetta Ufficiale e rompiamo il suggello alle lettere! Povere lettere che sfuggirono alle mani dei Carlisti, passarono in mezzo ai briganti della Sierra Morena, superarono le roccie della montagna rossa, sornotarono, strette dalla mano d’un beduino, le acque del Kus, del Sebù, del Meches, del fiume della fontana azzurra, e ci portarono una parola amorosa in mezzo agli improperi e alle maledizioni.

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Passiamo molte ore a veder lavorare i pittori. L’Ussi ha fatto un bello schizzo del gran ricevimento, in cui è colta meravigliosamente la figura del Sultano; il Biseo, pittore valentissimo d’architettura orientale, sta copiando la facciata della casetta del giardino. Bisogna sentire, per divertirsi, i soldati e i negozianti di Fez che vengono a vedere quel quadretto. Vengono in punta di piedi alle spalle del pittore, guardano facendo cannocchiale della mano e poi quasi tutti si mettono a ridere come se avessero scoperto qualche grande stranezza. La grande stranezza è che nel disegno il secondo arco della facciata è più piccolo del primo, e il terzo più piccolo del secondo. Digiuni come sono d’ogni idea di prospettiva credono quella ineguaglianza un errore, e dicono che i muri sono storti, che la casa balla, che la porta è fuori di posto, e ne fanno le alte meraviglie, e se ne vanno dando di ciuco all’artista. L’Ussi è più stimato dopo che si sa che è stato al Cairo e che ha dipinto la partenza della grande carovana per la Mecca, d’incarico del Vicerè, che gli diede quindicimila scudi. Dicono però che il Vicerè è diventato matto a pagare quindicimila scudi un lavoro in cui, a metter molto, l’artista avrà speso cento lire di colori. Un negoziante domandò al Morteo se l’Ussi dipinge anche i mobili. Ma le più belle toccano al Biseo, che va ogni mattina in Fez nuova a copiare una moschea. Ci va, s’intende, scortato da quattro o cinque soldati armati di bastone. Prima che abbia messo al posto il cavalletto, gli sono intorno trecento persone, e i soldati sono costretti a urlare e a sbracciarsi come dannati per tenergli sgombro dinanzi appena tanto spazio ch’egli possa vedere la moschea. Ben presto però non bastan più nè gli urli nè le spinte, e allora bisogna che c’entri il bastone. Ogni pennellata, una legnata; ma si lascian legnare e fanno peggio. Ogni tanto gli s’accosta un Santo con intenzioni minacciose, e i soldati lo trattengono. V’è pure qualche moro progressista, che gli s’avvicina in aspetto amichevole, s’inchina, guarda, approva e s’allontana facendogli degli atti d’incoraggiamento. La maggior parte però di questi progressisti ammirano assai più la struttura del cavalletto e della seggiola portatile, che non la pittura. Un giorno un moro d’aspetto selvaggio gli mostrò il pugno, e poi, rivolgendosi verso i suoi concittadini, fece un lungo discorso con voce e gesti da spiritato. Un interprete là presente ci riferì che incitava il popolo contro il Biseo, dicendo che quel cane era stato mandato dal Re del suo paese a copiare le più belle moschee di Fez, perchè l’esercito cristiano, venendo poi ad assalire la città, le potesse riconoscere e bombardare per le prime. Ieri poi (c’ero presente) gli si accostò un vecchio moro stracciato, un viso di buon diavolo, tutto ridente, che pareva avesse grandi cose da dirci, e stentando un po’ a spiccicar le parole, esclamò con voce commossa:—France! Londres! Madrid! Roma!—Rimanemmo molto meravigliati, come ognuno può pensare. Gli domandai se sapeva parlare francese o italiano o spagnuolo. Fece cenno di sì.—Parlate dunque,—dissi. Si grattò la fronte, sospirò, pestò i piedi e poi esclamò di nuovo:—France! Londres! Roma! Madrid!—e accennava l’orizzonte. Voleva dire che aveva visto quei paesi, e forse che una volta sapeva farsi capire nelle nostre lingue; ma che aveva tutto dimenticato. Gli feci altre domande, ma non ne cavai nulla di più di quei quattro nomi. E se n’andò ripetendo:—Madrid! Roma! France! Londres! e fin che ci vide, ci salutò affettuosamente, esprimendo col gesto il rammarico di non poter parlare.—Si trova di tutto fra questa gente,—diceva il Biseo indispettito,—persino degli originali che ci voglion bene; ma non un cane che voglia lasciarsi copiare!—Finora, infatti, tutti gli sforzi dei pittori non hanno approdato a nulla. Si rifiutò persino il nostro fido Selam.—Hai paura del diavolo?—gli domandò l’Ussi.—No,—rispose col suo accento solenne,—ho paura di Dio.

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Siamo saliti sulla cima del monte Zalag, il comandante, l’Ussi ed io, guidati dal capitano di Boccard, carissimo giovane, ugualmente ammirabile per la destrezza del corpo, per la forza dell’animo e per l’acume dell’ingegno. Ci accompagnarono un ufficiale della scorta, tre fantaccini, tre cavalieri e tre servi. Arrivati ai piedi del monte, che è a un’ora e mezzo di cammino a nord-est della città, ci arrestammo per far colezione; dopo di che il capitano mise una mela sulla cima d’un bastone confitto in terra, e sulla mela uno scudo, e fece tirar a segno colla sua rivoltella servi e soldati. Il premio era ghiotto; tirarono tutti con grande impegno; ma essendo la prima volta che pigliavano in mano quell’arma, nessuno colpì, e lo scudo fu regalato all’ufficiale perchè lo dividesse fra tutti. C’era da ridere a vedere gli atteggiamenti che prendevano per aggiustare la mira. Chi rovesciava la testa indietro, chi si curvava tutto avanti, chi premeva il mento sul cane, chi si metteva in guardia come un tiratore di sciabola. Abituati tutti agli atteggiamenti terribili, nessuno sapeva adattarsi all’atteggiamento composto e riposato, che il capitano insegnava. Un soldato venne a domandarci se volevamo dare la mancia a una contadina dalla quale egli aveva preso un vaso di latte per noi. Gli si rispose di sì, ma a patto che la contadina stessa venisse a pigliarla. La contadina venne. Era una donna sui trent’anni, nera, disfatta, coperta di cenci, che avrebbe ispirato ripugnanza anche a un uomo affetto dalla più cieca satiriasi. S’avvicinò a passo lento, coprendosi il viso con una mano, e arrivata a cinque passi da noi, ci voltò le spalle e tese l’altra mano. Quanto si stizzì il Comandante!—Stia tranquilla,—gridò,—non m’innamoro, non perdo la testa, mi posso ancora dominare: Dio de’ dei, che spaventoso pudore!—Le mettemmo una moneta nella mano, raccolse il vaso del latte, prese la corsa verso la sua capanna, e arrivata sulla porta, spezzò il vaso profanato contro un sasso.... Cominciammo la salita, a piedi, accompagnati da una parte della scorta. Il monte è alto circa mille metri sopra il livello del mare, roccioso, ripidissimo, senza sentieri. In pochi minuti il capitano disparve fra le roccie; ma per il Comandante, l’Ussi e me, fu una delle dodici fatiche d’Ercole. Avevamo ciascuno un arabo al fianco, che ci sorreggeva e c’indicava dove mettere il piede; il che non c’impedì di battere molte patte sui pietroni, rammentando con terrore le due prime strofe del Natale d’Alessandro Manzoni. In alcuni punti fummo costretti ad arrampicarci come gatti, aggrappandoci ai cespugli e all’erbe, strisciando sulle roccie, raspando, sgambettando, afferrando le braccia delle nostre guide come il naufrago afferra la tavola di salvamento. Di tratto in tratto vedevamo sopra di noi qualche capra che pareva sospesa sulle nostre teste, tanto era erta la salita; e i sassi, appena tocchi, rotolavano fino ai piedi del monte. Coll’aiuto di Dio, dopo un’ora di stenti, riuscimmo sulla cima, sfiniti, ma senza rotture. Che bellezza di veduta! Giù nel fondo la città, una piccola macchia bianca della forma d’un otto, circondata di mura nere, di cimiteri, di giardini, di case di santo, di torri, e tutta la conca verdissima che la contiene; a sinistra una lunga striscia luccicante, il Sebù; a destra, la grande pianura di Fez, rigata d’argento dal Fiume delle perle e dal Fiume della fontana azzurra; a mezzogiorno, le cime azzurrine della gran catena dell’Atlante; a settentrione, le vette delle montagne del Rif; ad oriente, la vasta pianura ondulata dove è la fortezza di Teza, che chiude il passo fra il bacino del Sebù e il bacino della Muluia; sotto di noi, grandi ondulazioni di terreno, gialle di grano e d’orzo, segnate da innumerevoli sentieri, percorse da lunghissimi filari di aloè giganteschi; una grandezza di linee, una magnificenza di verde, una limpidezza di cielo, un silenzio, una quiete che beava l’anima. Chi direbbe che in questo paradiso terrestre sonnecchia un popolo decrepito, incatenato sopra un mucchio di rovine! Il monte che, visto dalla città, pareva un cono, ha invece una forma allungata, e sulla sommità è tutto roccia. Il capitano era salito sulla punta più alta; noi tre, più curanti della vita, ci sparpagliammo tra le roccie più basse, e ci perdemmo di vista. Fatti pochi passi, all’uscita d’una piccola gola, mi trovai faccia a faccia con un arabo. Mi fermai; si fermò e parve molto meravigliato di vedermi solo. Era un uomo sui cinquant’anni, d’aspetto truce, armato d’un grosso bastone. Ebbi un momento il sospetto che mi volesse accoppare per pigliarmi la borsa; ma con mio gran stupore, invece di assalirmi, mi salutò, sorrise e accennando il mio mento con una mano e accarezzando la propria barba coll’altra, disse due o tre volte non so cosa, che mi parve una domanda, a cui gli premesse d’aver risposta. Punto dalla curiosità, chiamai l’ufficiale della scorta che sa qualche parola di spagnuolo, e lo pregai di dirmi che cosa voleva quell’uomo. Chi l’avrebbe mai potuto immaginare! Per farmi un complimento, e che altro poteva essere? mi aveva domandato così ex abrupto perchè non mi lasciassi crescere tutta la barba, che sarebbe stata più bella della sua! I soldati della scorta ci seguitavano tutti e tre alla distanza d’una ventina di passi, e siccome ogni tanto noi ci chiamavamo l’un l’altro ad alta voce, ed era la prima volta che sentivano i nostri nomi, li trovavano strani, ne ridevano e li ripetevano tra loro con pronuncia moresca, stroppiandoli nella più bizzarra maniera:—Isi! Amigi!—A un certo punto l’ufficiale disse bruscamente:—Scut! (Silenzio!) e tutti tacquero. Il sole era alto, la roccia scottava; anche il capitano, benchè esercitato agli ardori della Tunisia, sentiva il bisogno dell’ombra; per cui, dato un ultimo sguardo alle cime dell’Atlante, scendemmo a rotta di collo, e inforcate alla lesta le nostre selle porporine, ripigliammo la via di Fez, dove si ebbe un’amena sorpresa. La porta di El-Ghisa per la quale dovevamo rientrare in città, era chiusa!—Entriamo per un’altra,—disse il Comandante.—Son tutte chiuse,—rispose l’uffiziale della scorta; e vedendoci stralunar gli occhi, ci spiegò il mistero, dicendo che ogni giorno di festa (era venerdì), fra mezzodì e il tocco, che è l’ora della preghiera, si chiudono tutte le porte di tutte le città, perchè è credenza dei Mussulmani che sarà in un giorno di festa, e appunto in quell’ora, che, non si sa in qual anno, i cristiani s’impadroniranno con un colpo di mano del loro paese. Bisognò dunque aspettare che fosse aperta la porta. E appena entrammo, ci toccò un complimento fiorito. Una vecchia ci mostrò il pugno a un per uno borbottando alcune parole. Domandai all’uffiziale che cosa significavano.—Nulla, nulla,—rispose;—è una sciocca. Insistetti, assicurandolo che, qualunque cosa avesse detto, non me ne avrei avuto per male.—Ebbene,—disse allora l’ufficiale sorridendo;—è un modo di dire del paese: gli ebrei all’uncino, i cristiani.... allo spiedo.

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Il medico ha operato un malato di cateratta, coram populo, nel giardino del palazzo. C’era una folla di parenti, d’amici, di soldati, di servi, parte disposti in circolo intorno al malato, gli altri in una lunga fila che dal luogo dell’operazione si stendeva fino alla porta di strada, dove un’altra folla stava aspettando. Il malato era un vecchio moro cieco affatto da più di tre anni. Al momento di mettersi sulla seggiola, si arrestò come impaurito; poi sedette con un movimento risoluto, e non diede più segno di debolezza. Mentre il medico operava, tutta quella gente pareva petrificata. I bimbi stavano stretti alle sottane delle donne e queste abbracciate fra di loro, in atteggiamenti di terrore, come se assistessero a un esecuzione capitale. Non si sentiva un respiro. Noi pure, per l’importanza «diplomatica» dell’operazione, stavamo in grande ansietà.... Tutt’a un tratto il malato gettò un grido di gioia e cadde in ginocchio. Aveva sentito la prima impressione della luce. Tutta la gente ch’era nel giardino salutò il medico con un urlo, a cui rispose un altro urlo della folla radunata nella strada. I soldati fecero immediatamente uscir tutti, fuor che il malato, dal recinto del palazzo, e in poche ore si sparse per tutta Fez la notizia dell’operazione meravigliosa. Fortunato dottore! Egli ne colse il premio la sera medesima, visitando le più belle donne dell’arem del gran sceriffo Bacali, che gli si mostrarono col viso scoperto, in tutta la pompa dei loro vestimenti principeschi, e gli parlarono languidamente dei propri dolori, fissandogli negli occhi i loro sguardi infocati. Che può fare di tante donne il vecchio gran sceriffo? Quello forse che facevano delle proprie i cortigiani mutilati dei Faraoni d’Egitto, delli Scià di Persia, degl’Imperatori greci di Costantinopoli e dei Sultani di Stambul. Visitò, fra le altre, una bellissima nera, di forme matronali, coperta d’anelli, di braccialetti e di collane; la quale, come quasi tutte le altre, si doleva d’un grande languore. Il medico la interrogò intorno alle cagioni del suo male.