—Non potresti,—essa gli rispose—suggerirmi la medicina senza farmi queste domande?

Il medico rispose che le faceva quelle domande per necessità.

—I cristiani,—disse la donna,—sono molto curiosi.

—E quando la loro curiosità non vien soddisfatta,—rispose il medico,—essi indovinano.

—E che cosa hai indovinato?

Il medico espresse il suo pensiero e la nera si coperse il viso.

Io pure gli domandai che cosa avesse indovinato; ma non rispose altro che:—Lesbo! Lesbo!

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Viene di tratto in tratto qualche spagnuolo rinnegato a cercare il signor Patxot. Si dice che questi disgraziati siano intorno a trecento in tutto l’Impero. I più sono spagnuoli, condannati per delitti comuni, che fuggirono dalle galere della costa; gli altri, in parte disertori francesi, fuggiti dall’Algeria; in parte canaglia avventuriera venuta da differenti paesi d’Europa. In altri tempi salivano ad alte cariche nella corte e nell’esercito, formavano corpi militari speciali ed erano lautamente pagati. Ma ora le loro condizioni son molto mutate. Appena giungono, abiurano la religione cristiana e abbracciano l’Islamismo, senza circoncisione nè altre cerimonie, pronunziando semplicemente una formula. Nessuno bada poi che adempiano o no i doveri religiosi; i più, infatti, non metton mai piede nelle moschee e non sanno neppure le preghiere. Per legarli al paese il Sultano esige che si sposino subito. Dà a chi la vuole una delle sue nere, gli altri possono sposare una mora o un’araba libera; a tutti il Sultano fa le spese del matrimonio. Si debbono tutti arrolare nell’esercito; ma possono esercitare nello stesso tempo qualche mestiere. La maggior parte appartengono all’artiglieria, e parecchi alla banda musicale, il cui capo è uno spagnuolo. I soldati ricevono cinque soldi al giorno e gli ufficiali venticinque o trenta: chi ha qualche talento speciale può guadagnare fino a due lire. In questi giorni, per esempio, si parla molto d’un rinnegato tedesco, dotato d’un certo ingegno meccanico, che s’è fatto una sorte invidiabile. Costui, non si sa perchè, fuggì nel settantatrè da Algeri, andò a Tafilet, sul confine del deserto; vi stette due anni, imparò l’arabo, venne a Fez, s’arrolò, e in alcuni giorni, con pochi strumenti che aveva portati con sè, costrusse una rivoltella. L’avvenimento fece chiasso; la rivoltella passò di mano in mano fin che giunse al Ministro della guerra; il Ministro ne parlò all’Imperatore; l’Imperatore volle vedere il soldato, l’incoraggiò, gli diede dieci lire ed elevò la sua paga giornaliera a quaranta soldi. Ma queste fortune son rare. Quasi tutti vivono miseramente e in un tale stato d’animo, che per quanto si sappian macchiati di gravi delitti, ispirano piuttosto compassione che orrore. Ieri se ne presentarono due, rinnegati da parecchi anni, che hanno moglie e figliuoli nati a Fez. Uno ha circa trent’anni, l’altro cinquanta; tutt’e due spagnuoli fuggiti da Ceuta. Il giovane non parlò. L’altro disse d’esser stato condannato ai lavori forzati per aver ucciso un uomo nell’atto che bastonava a morte suo figlio. Era pallido e parlava con voce commossa, stropicciando un fazzoletto colle mani tremanti.—Se mi promettessero di non tenermi più che altri dieci anni in galera,—diceva,—ci tornerei. Ho cinquant’anni, uscirei a sessanta, potrei vivere ancora qualche anno nel mio paese. Ma è l’idea di morire colla divisa del galeotto indosso che mi spaventa. Tornerei in galera a qualunque patto, purchè fossi sicuro di morire libero in Spagna. Questa che meniamo qui non è vita. Siamo come in mezzo a un deserto. È una cosa che sgomenta. Tutti ci disprezzano. La nostra stessa famiglia non è nostra, perchè i figliuoli non ci amano e sono incitati da tutti ad odiarci. E poi non si dimentica mai la religione in cui s’è nati, le chiese dove nostra madre ci condusse a pregare, i suoi consigli, il tempo più bello della nostra vita... e queste memorie.... siamo rinnegati, siamo galeotti, è vero; ma infine siam sempre uomini... queste memorie ci straziano l’anima!—Dicendo questo, piangeva.

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