Passai innanzi al portone del cortile di casa mia, e m'affacciai alla porticina: non vidi nessuno.

Entrai: la porta della casetta del portinaio era chiusa; andai innanzi lentamente sotto un lungo pergolato che riesciva in faccia alla scala.

E fin qui non sentii che un po' di batticuore. Ma quando mi trovai dinanzi al portico della casa, in quel piccolo spazio dov'era affollata la parte maggiore e più intima dei miei ricordi; quando vidi la porta dell'uffizio di mio padre, quella scala, quel terrazzino, quelle finestre contornate di viti, — tutto ancora tal quale l'avevo lasciato; — allora mi sentii oppresso improvvisamente da una violenta emozione, e i miei occhi si riempirono di lacrime.

Guardai alle finestre: non v'era nessuno. Mi voltai indietro, verso la casetta del portinaio: nessuno. Tutte le porte erano chiuse, e tutto era bianco di neve, e continuava a nevicare.

Come mi balzava il cuore! Quanta gente c'era per me in quella solitudine! I vecchi medici di casa attraversavano a passo lento il cortile, le fantesche morte scendevano la scala colla sporta al braccio, i miei amici di infanzia saltellavano sotto il portico, il mio ripetitore di latino faceva capolino in fondo al pergolato, mio padre usciva dall'uffizio rimettendo gli occhiali nell'astuccio, mia madre mi faceva cenno dalla finestra che non stessi a pigliare il sole di mezzogiorno, mia sorella inaffiava i fiori nel giardino, mio fratello leggeva forte nella sua stanza, il mio vecchio gatto nero si arrampicava su per le viti, i miei passeri cantavano nelle loro gabbiette verdi, le porte e le finestre s'aprivano e si chiudevano; tutto si moveva, tutto parlava, tutto mi guardava; ed io stavo là sotto quei mille sguardi e in mezzo a quelle mille voci, sopraffatto da un sentimento inesprimibile di tenerezza, di malinconia e di stupore, e incerto se dovessi trattenermi o fuggire.

Un po' di neve che cadde da un albero sopra i miei piedi, mise in fuga tutti quei fantasmi, e mi risentii sicuro di me stesso. Allora cominciai a considerare attentamente il luogo. Come tutto era diventato piccino! Quella casa, che m'era sempre parsa un grande edifizio, non era che una casetta di villaggio; il pergolato, che m'era sempre parso altissimo, lo toccavo quasi col cappello; il muricciuolo dell'orto che non ero mai riuscito a saltare, potevo scavalcarlo senza scompormi; mi pareva di essere diventato un gigante, sentivo che la mia persona era d'ingombro; e non so perchè, questo mi rincresceva. Provavo quasi tristezza d'essere tanto ingrossato. Mi pareva che tutti gli oggetti che mi circondavano dovessero dire: — Chi è quell'omaccione? noi non lo conosciamo. — Certi sfondi, certi prospetti lontani del giardino e del cortile, s'erano ravvicinati; i muri di cinta s'erano ristretti; non mi sapevo dar ragione d'aver veduto per tanti anni, in quello spazio così angusto, delle vaghe immagini di steppe, di valli e di strade senza fine, e d'aver provato un certo sentimento di viaggiatore avventuroso andando, nei giorni di pioggia, da un'estremità del cortile all'estremità opposta del giardino. Toccai la cancellata del giardino; era aperta, entrai. La neve copriva i sentieri, le spalliere di mortella, le aiuole, i fossi; ma riconobbi ogni cosa al primo sguardo. Rividi la finestrina dell'uffizio di mio padre, alla quale, ventitrè anni prima, una mattina d'aprile, egli s'era affacciato, dicendomi con voce fresca ed allegra: — Wilelm, in questo momento compisco settantaquattro anni! — Rividi il capanno di gelsomini sotto il quale m'ero preparato alla mia prima confessione, e dov'ero rimasto molte ore immobile e pensieroso il giorno in cui, tornando dalla scuola, avevo visto per la prima volta un cadavere. Rividi il piccolo canneto da cui per parecchi anni avevo tratto spade e lancie per il piccolo esercito di monelli cenciosi che combattevano sotto il mio comando contro i vigliacchi della parocchia di Sant'Ambrogio. Dietro ogni cespuglio s'alzava un fantasma; pullulavano da ogni parte centinaia di ricordi: ricordi di persone morte, di parole dette da gente dimenticata, di scene miste di realtà e di sogno, di certi giochi di luce, di mattinate piovose, di fragranze dell'aria, di letture, di fantasticherie, di rimorsi infantili, di proponimenti di cangiar vita, di certi rami di piante incurvati in una certa direzione, di certi insetti visti in quel dato punto del tronco d'un albero, dei primi improvvisi e misteriosi rimescolamenti del sangue provati nel veder venire verso di me, in mezzo al verde e all'ombra, la figura leggera e bianca d'una cugina di tredici anni che avevo sognata la notte. E più andavo innanzi, più le immagini mi si presentavano fitte e vive. Non badavo più alla neve, non pensavo più che qualcuno potesse vedermi dalle finestre e prendermi per un matto o per un ladro. Tutta la mia mente e tutto il mio cuore erano nel passato. Mi pareva che molte voci sommesse mi chiamassero per nome, o mi dicessero mille cose incomprensibili in suono di lamento, ed io rispondevo confusamente, giustificandomi e promettendo non so cosa, e guardavo intorno con un sentimento di rispetto e di pietà come se quel giardino fosse un camposanto, e quei rialti di neve nascondessero dei morti.

Così arrivai sotto una tettoia in fondo al giardino, sedetti, rivolto verso le finestre, e mi misi a pensare. I miei pensieri mi conducevano a un sentimento amaro della vanità delle cose umane. — Ah, come sono invecchiato! — dicevo tra me. Se quando scorrazzavo ragazzo in questo giardino, qualcuno m'avesse predetto quello che poi è accaduto, mi sarebbe parso d'essere chiamato ad una felicità immensa. Eppure, io sono da questa felicità assai più lontano ora di quello che lo fossi in quegli anni. Sono partito di qui pieno di speranze e d'ambizioni, temendo quasi che la vita non fosse abbastanza lunga e la terra abbastanza vasta, per quello che avevo da operare e da godere; ed ecco che, dopo pochi anni, tornando qui ancor giovane, non ho più altro desiderio che d'andar a terminare la mia gioventù lontano dai rumori del mondo, in una villetta solitaria, colla mia famiglia e i miei libri! Molte fatiche, qualche piacere, una passeggiera soddisfazione d'amor proprio, e tutto è finito. Partito appena per il grande viaggio, son già sulla via del ritorno. Non aspiro più ad altro che alla pace della coscienza e della vita. Non sento più nemmeno l'amarezza del disinganno. Falsi amici, false speranze, vanità, gloriole, piccoli piaceri e piccolissime passioni della vita vissuta finora, li vedo ai miei piedi, e li guardo senz'ira e senza rammarico. Non disprezzo, non accuso nulla e nessuno, non mi credo migliore dei miei simili; non sento altro che una immensa sazietà, una profonda stanchezza, un invincibile bisogno di solitudine e di silenzio. Chi ama il mondo, si slanci innanzi, s'apra la via, trionfi, splenda e s'inebrii; l'invidia non trarrà più dal mio cuore un sospiro. Io non domando più altro al mondo che un po' di verde e un po' d'aria, e a Dio la forza di resistere alla disperazione il giorno in cui rimanessi solo sopra la terra....

In quel momento vidi comparire dietro i vetri d'una finestra un viso di cui i fiocchi fittissimi della neve velavano la fisonomia.

Mi parve che mi guardasse.

Pensai allora che era mio dovere o d'andarmene o di salir su a dar spiegazione della mia presenza in quel luogo. Questa riflessione mi diede coraggio a fare quello che da principio non avrei osato: a chiedere il permesso di visitare l'interno della casa.