Uscii dal giardino, salii le scale e bussai alla porta, che s'aperse subito, mostrandomi un viso meravigliato, che evidentemente m'aspettava. Era il padron di casa; un uomo sui cinquant'anni, d'aria benevola; dietro il quale faceva capolino una signora attempata, di fisonomia dolce e triste, che pareva sua moglie.
Dissi il mio nome ed esposi il mio desiderio, spiegandolo.
Il mio nome non riuscì nuovo, la mia voce commossa spiegò i miei sentimenti meglio delle parole; fui invitato ad entrare.
Entrai.
Oh care, benedette, indimenticabili pareti della mia povera casa! Fuorchè i muri, tutto era mutato; ma riconobbi subito ogni cantuccio, e rividi ogni cosa al suo posto come al tempo della mia infanzia. Mille voci insieme mi chiamavano da tutte le parti: — Wilelm! Wilelm! Wilelm! È qui — è lui — è tornato — è il piccolo Wilelm! E la mamma? E i fratelli? dove sono? dove sei stato? che cos'hai fatto? — Ma fin dai primi momenti l'immagine di mio padre sopraffece tutte le altre memorie. Lo vedevo apparire sulla soglia di tutte le porte, lo sentivo camminare dietro tutte le pareti; era da per tutto; lo vedevo, come riflesso da cento specchi, in cento immagini; qui seduto al tavolino, occupato a rigare i miei quaderni di scuola; là appoggiato al camminetto, in atto di declamarmi dei versi di Vondel; più in là inteso a fissare al muro un quadretto in cui aveva messo un mio schizzo informe di battaglia, fatto a cinque anni, e festeggiato da lui come la rivelazione d'un genio. Ogni angolo, ogni palmo di parete mi ricordava un suo lavoro, una sua parola, una sua abitudine. E più andavo innanzi per quelle stanze rischiarate d'una luce smorta ed eguale dal riflesso della neve, più la sua immagine si faceva viva, tanto che, in qualche momento mi corse un brivido per le vene, come se voltandomi improvvisamente, dovessi rivederlo davvero. Rividi la stanza dove mia madre gettò un grido disperato quando il nostro vecchio medico, uscendo dalla camera di mio padre, le disse con voce sommessa: — Si faccia coraggio, buona signora... è finita! — Passando per la stanza accanto, rividi me, di sei anni steso sul letto, moribondo di crup; mio padre un po' più in là che mi faceva il ritratto a matita, asciugandosi gli occhi di tratto in tratto, e mia madre inginocchiata al mio capezzale, che mi teneva per mano, e soffocava i singhiozzi nelle coltri. Quante immagini, quante reminiscenze di malattie, di dolori, di spaventi, di racconti di fate, di giocattoli rotti, di vecchie vesti di mia madre e di mia sorella, che erano sparite da anni ed anni dalla mia memoria! Entrando in ogni nuova stanza, ero costretto a fermarmi, come per resistere all'ondata di memorie che mi veniva incontro impetuosa, e mi soverchiava. Una finestra delle ultime stanze mi ridestò una reminiscenza vaga, come d'un sogno, di non so che diverbio, cagione di molte lagrime, che ebbi con un mio fratello, maggiore di me, morto a cinque anni, del quale non rammento più che due grandi occhi neri che mi guardavano sempre. Di stanza in stanza, la mia memoria s'andava rischiarando, come per il diradarsi d'una nebbia, dietro la quale mi riapparivano i primissimi albori dell'intelletto e della coscienza, e capivo per la prima volta il perchè di molte manifestazioni del mio carattere, seguite anni e anni di poi; e su quel fondo luminoso della mia infanzia, si muovevano e s'aggruppavano confusamente le figure del mondo vario e tumultuoso, conosciuto da adulto e da uomo; profili eleganti di belle patrizie, teste gloriose di poeti, visi arditi e cari di soldati, città e mari lontani, e camerette piene di carte e di libri, in cui io avevo sudato e pianto, sospirando mia madre; e mi sentivo crescere nel cuore un rimorso, non so di che, una tristezza, uno sgomento, una voglia di buttarmi in terra e di piangere, che mi soffocava. Arrivai finalmente all'ultima stanza. — È la nostra camera da letto — disse il padrone di casa, aprendo la porta. Era la camera dov'era morto mio padre. Mi fermai sulla soglia, mi sentii mancare il coraggio. Avevo intravvisto un letto nello stesso angolo dov'era stato quello di mio padre, e mi pareva ch'egli dovesse trovarsi ancora là, immobile e bianco, col crocifisso in mano, in mezzo a due ceri accesi. Il padron di casa capì e si fece indietro discretamente. Io mi precipitai solo nella camera e mi gettai in ginocchio ai piedi del letto. Oh! non scorderò mai più, mai più quel momento! Mi parve di risentire nella mia mano la mano fredda di quel povero vecchio, mi parve che fosse spirato allora, mi tornarono in mente le sue ultime parole, i suoi ultimi gesti, il suo ultimo sguardo, che cercava me, il piccolo Wilelm, l'ultimo dei suoi figliuoli, ch'egli lasciava non ancora avviato nel mondo, e di cui parlava sempre con rammarico nei suoi ultimi giorni! Allora soltanto, ricordando la sua lunga vita di lavoro e di sacrifizi, compresi che cosa valesse quell'uomo; sentii tutto quello che gli doveva il mio cuore e la mia mente; riconobbi che non l'avevo amato abbastanza, che il mio sentimento per lui era stato più di rispetto che di tenerezza, che ero stato ingiusto, ch'ero stato ingrato, e gliene domandai perdono a mani giunte, piangendo a calde lagrime, e baciando disperatamente la sponda del letto, come aveva baciato quindici anni prima la sua mano inanimata! Poi rimasi là qualche tempo a meditare, e in quei momenti si decise la sorte della mia vita. Riavuto dalla prima stretta del dolore, mi domandai perchè mi rimanesse nel cuore una così grande tristezza, perchè da tanto tempo mi sentissi quasi stanco della vita, perchè, guardando all'avvenire, lo vedessi così vuoto e così malinconico, perchè fino i più ridenti ricordi dell'infanzia mi amareggiassero l'anima, che cosa avrei dovuto fare per ravvivare la mia gioventù moribonda e per risuscitare le mie speranze morte, che cosa mi mancava, che nuova vita avrei dovuto intraprendere. E allora da tutte le stanze di quella casa, dal giardino, dal portico, dal cortile, tutte quelle medesime voci che m'avevano salutato all'entrare, mi risposero tutte insieme: — Wilelm, e lo domandi? Bisogna riedificare il tempio caduto, rifare la casa antica, rimettere tutto al suo posto, risuscitare il piccolo Wilelm d'una volta e i suoi piccoli fratelli, ricomporre i giocattoli spezzati, tornare a rigare i quaderni di scuola e a declamare i versi di Vondel! Bisogna ricominciare il cammino, Wilelm! — Mille volte m'era già venuto questo pensiero; ma questa volta me lo diceva la mia casa, era un consiglio che mi dava il mio vecchio giardino, era una preghiera che mi mormorava mio padre morto, e per la prima volta la mia anima vi rispose con uno slancio d'amore e di risoluzione. In un momento, come per incanto, la mia mente si rischiarò; tutto intorno parve trasfigurato; un nome da molto tempo caro al mio cuore mi venne sulle labbra come un grido di gioia; lo pronunziai tre volte: — Lijsse! Lijsse! Lijsse! — guardandomi intorno come se lo spirito di mio padre fosse là e mi sentisse; poi balzai in piedi e uscii dalla stanza ringiovanito, forte, sereno, colla fronte radiante dell'aurora d'una nuova vita. E mentre mi congedavo dal mio ospite, mentre ripassavo per le altre stanze, scendendo le scale, passando sotto al pergolato, mi pareva che le mille voci della casa mormorassero in suono di festa: — Addio, Wilelm! addio, Wilelm! È lui, — è il piccolo Wilelm, che va a rifabbricare il tempio caduto, che va a rifare la casa antica, che sta per ricominciare il cammino! A rivederci, Wilelm! — E quando arrivato in fondo alla strada, mi voltai per guardare l'ultima volta la casa, tutta velata dai fiocchi della neve che cadeva sempre più fitta, e fissai lo sguardo alla finestra dell'ultima stanza, mi parve di vedere l'immagine di mio padre che mi benedicesse, dicendo: — Addio, piccolo Wilelm! Sii benedetto, figliuol mio, che vai a fabbricarmi una nuova casa e a prepararmi una nuova vita! A rivederci presto, Wilelm! — E appena arrivato a Bois-le-duc corsi dal padre di Lijsse a fargli la domanda che aspettava da tanto tempo.
Ed ora son passati, da quel giorno, altri quindici anni; ne ho quarantacinque, e la mia testa è tutta grigia. Ma ho rifabbricato il tempio caduto e quasi tutti i miei desiderii sono compiuti. Sto a Deventer, in una bella casa, che ha un piccolo portico, un giardino con la tettoia in fondo, e un lungo pergolato. Dalla stanza a terreno dove sto scrivendo vedo il piccolo Wilelm di dieci anni che fa il chiasso nel cortile coi suoi compagni di scuola, vedo la sua piccola sorella Iulia che inaffia i fiori del giardino, sento il mio primogenito Albert che legge forte nella sua camera al primo piano, e la mia buona Lijsse che dalla finestra grida a Wilelm di non star a prendere il sole di mezzogiorno. Vedo il ripetitore di latino quando passa sotto il pergolato, vedo il gatto di casa che s'arrampica su per le viti, vedo la vecchia donna di servizio tornar dal mercato colla sporta sotto il braccio; i passeri cantano nelle loro gabbiette verdi, le porte s'aprono e si chiudono, tutto si muove, tutto parla, tutto è pieno di allegrezza e di vita, e tutto mi ricorda la casa antica di Kalmert. Io stesso m'accorgo d'aver preso a poco a poco le abitudini di mio padre, la sua andatura, i suoi gesti, la sua intonazione di voce. E qualche volta ho una strana illusione: mi par d'esser proprio lui, ringiovanito di vent'anni, e che il mio spirito sia passato in quel piccolo Wilelm che vedo nel cortile; e vedo un terzo piccolo Wilelm che verrà dopo il mio, e un altro che verrà da quello, e via via, una fila sterminata di piccoli Wilelm che si perde lontano lontano in un orizzonte azzurrino, e mi par di essere immortale e felice. Eppure penso sovente alla morte; ma non come al tempo della mia gioventù, con un sentimento di tristezza o di terrore; ci penso tranquillamente, come un lavoratore contento di sè, seduto a una mensa gioviale, pensa che più tardi andrà a riposare dalle sue oneste fatiche sopra un guanciale non visitato da cattivi sogni. Solamente io dico sempre tra me: vorrei morire di primavera, nell'ultima stanza di casa mia, colla finestra aperta sul giardino, con la mia Lijsse accanto, con tutti i miei figliuoli intorno, colla forza di riconoscerli, di chiamarli per nome, di abbracciarli a uno a uno fino all'ultimo momento, e di dire a tutti con voce distinta, prima di chiudere gli occhi: — Figliuoli, quando avrete trentanni e comincierete a sentirvi stanchi della vita, rifabbricate la casa e ricominciate il cammino!
Fine.
[ INDICE]
| Gli amici di collegio | [Pag. 1] |
| Camilla | [51] |
| Furio | [161] |
| Un gran giorno | [271] |
| Alberto | [301] |
| Fortezza | [401] |
| La casa paterna | [439] |