Il Curato sedette in mezzo a Camilla e al ragazzo, al chiarore della lucerna, e cominciò a discorrere per veder di tenerli un po' allegri. Camilla lo interrompeva a quando a quando per sentire se si faceva rumore sull'aia.

Il Curato discorreva di Carlo.

— È una dura vita — diceva — la vita del soldato, chi non lo sa? Ma bisogna pigliarla come una prova che Dio vuol fare di noi, per vedere se siamo abbastanza forti nella virtù e nel bene, da resistere alle tentazioni e superare i pericoli. C'è poco merito a esser buoni e virtuosi in un villaggio, dove si lavora dalla mattina alla sera, e s'è circondati da persone che ci vogliono bene, e ci danno l'esempio dei buoni costumi e della divozione; il male, in questo caso, bisogna andarlo a cercare, o cavarlo tutto da noi medesimi; e non c'è bisogno d'una gran forza per non fare nè l'uno nè l'altro. Il difficile è di mantenersi nella buona strada in mezzo a gente che batte la cattiva, e cerca di tirarvici anche voi; e colui che vi si mantiene, quegli sì che ha acquistato un gran merito dinanzi a Dio! C'è dunque piuttosto da considerarla come una fortuna, che come una disgrazia, questa occasione ch'egli ci offre di renderglisi accetti in un modo particolare, serbando il cuore puro e onesto del buon campagnuolo sotto il cappotto del bravo soldato! E Carlo, vedete, sarà l'uno e l'altro, perchè Carlo è così un po' chiuso e fiero, ma in fondo è un giovane che ha religione, e chi ha religione vera ha coraggio; e lasciate pur dire che per esser bravi soldati bisogna non credere a nulla e ridersi di chi crede qualche cosa. Per andare incontro alla morte col cuor fermo e sereno, bisogna vedere qualcuno al di là che ci faccia segno: — V'aspetto! — e arrischia con più coraggio questa vita colui che crede che ce ne sia un'altra, di quegli che perdendola, crede di perder tutto, e deve fare il sacrificio senza la promessa del premio. E credete pure che di queste cose non si ride tanto in guerra, quanto se ne ride in pace. Quando l'esercito piemontese....

— Non ha inteso una voce, signor Curato? — interruppe Camilla.

Il Curato tacque e stette un minuto coll'orecchio intento; poi continuò: — Non è nulla. Quando l'esercito piemontese si trovava in Crimea, c'era il colèra. I soldati morivano a trenta, a quaranta, a cinquanta il giorno. Si diceva che la guerra sarebbe durata anni cd anni; nessuno sperava più di tornare in patria; erano tutti rassegnati a morire senza rivedere le loro famiglie, tutti scoraggiti, tristi. Eppure, ogni domenica, allo spuntar del sole, al suono dei tamburi e delle trombe, quel piccolo esercito si radunava in una gran pianura deserta, si disponeva su tre lati, lasciando il quarto vuoto e lì c'era un altare e si diceva la messa. I generali stavano accanto all'altare. Di tanto in tanto le file serrate dei reggimenti si aprivano qua e là per lasciar portar via i soldati presi dal male. La banda suonava le arie, che ricordavano a tutti quei poveri giovani il loro paese lontano, e i begli anni passati a casa; il cielo era sereno, e splendeva un sole che faceva luccicare tutte le baionette; si sentiva lontano lontano il rimbombo delle cannonate dei Russi; era uno spettacolo che persino il bravo generale La Marmora, che comandava a tutti i nostri soldati e voleva mostrarsi un uomo di ferro, molte volte, quelli che gli eran vicini gli vedevano colare le lacrime giù per la faccia. Ebbene, quelli che ci son stati lo assicurano: non c'era nessuno, in quel momento, che non sentisse il bisogno di sollevare il cuore e la mente a Dio, e che non pronunciasse qualche parola di preghiera. Generali, soldati, vecchi, giovani, sani, feriti, avevano tutti un solo sentimento e un solo pensiero: — Buon Dio, proteggi le nostre famiglie lontane, la nostra vita, la nostra bandiera; ispiraci forza e coraggio; e accordaci la grazia di rivedere il nostro caro Piemonte! — E finita la funzione tornavano tutti ai loro accampamenti coll'anima più serena e col cuore più forte....

In quel momento s'udì un rumore: tacquero tutti e tre, e stettero ascoltando: nulla; regnava il più profondo silenzio. Si sentiva appena muovere le foglie d'una vite stretta all'inferriata della finestra.

Tutt'a un tratto, quel profondo silenzio fu rotto da una voce sconosciuta che veniva dalla stanza di Carlo e che gridò sonoramente:

— Giù. —

Camilla impallidì: vi fu un altro momento di silenzio.

Poi un'altra volta risonò quel grido di malaugurio: — Giù! —