VI.

Furio era appunto in su quegli anni; e di natura caldo e tenerissimo, ne sentiva più che altri le inquietudini. Ma non aveva più madre, egli che ne avrebbe avuto bisogno più d'ogni altro; e suo padre per lui non contava nulla. Suo padre non lo capiva; lo credeva un ragazzo mal riuscito. Accortosi fin dai primi saggi della scuola che in lui non c'era la materia di un burocratico, nè d'un banchiere, nè d'un appaltatore di strade ferrate, e persuaso che fuor di lì non ci fosse salute, aveva detto tra se: — Farà quel che potrà; — e l'aveva abbandonato al suo destino, per rivolgere tutti gli affetti e tutte le cure al fratello maggiore, figlio della sua prima moglie, ingegnere, uomo della sua stampa, o presso a poco. A chi gli domandava come riuscisse negli studii il ragazzo, egli rispondeva in tono trascurato o compassionevole, agitando la mano aperta dinanzi alla fronte: — È una testa un po'... vaga, tende al vago, non si ferma sulle cose, non le approfondisce.... — E non lo amava; era una creatura troppo diversa da lui; egli credeva sinceramente che facesse torto alla sua prosapia. Invece Furio aveva ingegno; ma ne aveva tanto che non se ne potevano accorgere alla scuola; e poi non c'era chi l'animasse a studiare. In casa, ogni suo sfogo di affetto e ogni sua scappata fantastica erano stati presi, fin dai primi anni, più come indizii di vocazione drammatica o di istintiva goffaggine, — erano incerti fra i due, — che come manifestazioni di buon cuore e d'ingegno. La zia lo aveva avuto sempre per uno stupido, e perchè lui, umiliato e tormentato di continuo, non le voleva bene, anzi l'aveva in uggia e gliene dava segni chiarissimi, così essa lo credeva anche perverso, e sempre più inasprendosi, sempre più l'inaspriva. E Furio, chi l'avesse saputo intendere ed amare, sarebbe stato un buonissimo ragazzo; ma per quei due vecchi gretti e diacciati egli era quel che per la gente ignorante sono certi geroglifici orientali, che chiudono una bella sentenza, e son presi per uno scarabocchio di ragazzi.

Aveva una corporatura superiore all'età sua; ma benchè, a primo aspetto, gli si dessero due o tre anni di più, chi appena lo guardasse in viso, vedeva che era ancor fanciullo. Con altri parenti sarebbe stato bello: non già che non fosse; ma, cresciuto sotto quella dura persecuzione della zia, aveva preso a poco a poco una cert'aria cupa e sospettosa, che gli stava male. Pareva sempre che ruminasse qualche cosa di cattivo. Il sole della campagna l'aveva fatto bruno come un soldato. Era sottile, ma robusto, e un po' curvo di quella cascaggine naturale agli anni di grandi cresciute. Aveva una capigliatura folta e sempre scomposta che gli cascava sulla fronte, e ch'egli ributtava indietro con un atto vigoroso del capo, come il cavallo la criniera. E quando non aveva dentro il dispetto o l'amarezza di qualche sfuriata della zia, gli occhi gli splendevano pieni di dolcezza, e le labbra grosse e vermiglie gli si aprivano ad un sorriso così tra l'affettuoso e il melanconico, che spiccava più caramente su quella sua fisonomia risentita e quasi rozza. Aveva due grandi mani che teneva sempre nascoste; e si vergognava del suo vestire, chè non sapeva mettersi niente addosso, e la roba gli si affagottava e gli scappava da tutte le parti.

VII.

Furio, pregato e ripregato da Candida, acconsentì d'andare a far colazione cogli altri. — Animo, Furio, — gli diceva la sorella mentre andavano, e l'accarezzava, — asciugati bene gli occhi, che nessuno s'accorga di nulla, e non ti pigliar soggezione della cognata, ch'è una donna alla buona, e ti vuol bene, e non badare alla zia. — Ma Furio, via via che si avvicinava alla villa, si sentiva mancare il cuore, come se andasse alla tortura. Entrò ch'erano già a tavola, sedette senza guardar nessuno, e cominciò a mangiare cogli occhi bassi. Parlavano del fratellastro. Suo padre interrogava Iride d'un certo progetto di ponte, ch'essa non aveva mai sentito nominare. La zia le domandò quando sarebbe arrivato suo fratello, ed essa rispose che sarebbe arrivato fra tre giorni. Entrarono in altri discorsi, e Iride cominciò a parlare quasi sempre lei sola. Furio, cogli occhi sul piatto, non movendosi se non quanto bisognava per mangiare, la stava a sentire tutto intento e maravigliato. Aveva una curiosa maniera di parlare. A momenti faceva una vocina di bimba, lenta e soave; a momenti parlava lesto e tronco come un soldato; era un discorrer tutto a salti, con mille variazioni di tono, ora allegro, ora serio, ora annoiato, e poi certe risate improvvise e sonore, che non si capiva come c'entrassero; e certe mosse, certe scrollate di spalle, certi colpi della mano sulla tavola; pareva che avesse addosso l'argento vivo, e le frullassero pel capo cento capricci il minuto.

Quando stavan per finire, Furio, un po' incoraggito che l'avevan lasciato in pace fino allora, risolvette di guardar sua cognata. Cominciò a spinger gli occhi innanzi fino a guardarle le mani: erano piccole e bianche come le mani d'una bambina; poi si fece animo ancora, e sollevò lo sguardo.... Cielo, che angelo!

— Non credevo che fosse già così grande, — uscì a dire la signora.

Furio si sentì un tremito e abbassò il volto; tutti gli occhi, fuorchè quei di Candida, si fissarono su di lui.

— Oh! per lungo è lungo, — disse il padre, guardandolo con quella sua aria di compatimento.

— Le male erbe crescono, — soggiunse la zia.