Furio, una sera ch'era andato a dormire, mentre tutti gli altri stavano ancora sotto a discorrere, si svegliò, oppresso dal caldo, dopo due ore di sonno, e si fece alla finestra mezzo vestito per respirare un po' d'aria fresca della notte. La notte era quieta e chiara che pareva giorno. Gli alberi del giardino, illuminati dalla luna, apparivano distinti, foglia per foglia, fino ai più lontani, come alla luce del sole. Furio, all'aspetto di quella splendida pace del cielo, si sentì entrare nel cuore una dolce malinconia; guardò lungamente il giardino, i sentieri lontani, le case sparse, i colli; poi incrociò le braccia sul parapetto della finestra, chinò la testa, e stette un pezzo così.

Quando si riscosse, credette che fosse molto tardi e che tutti dormissero. Come spinto da una mano misteriosa, scavalcò il parapetto, e senza quasi pensarvi andò avanti sul terrazzino. A un tratto si accorse d'esser vicino alla finestra della camera d'Iride, e gli corse un brivido da capo a piedi; ebbe paura. Le finestre erano aperte e la camera buia; pensò che già dormisse, gli parve di udire il respiro, si sentì salire una fiamma alla testa, si mosse per tornare indietro... Magli mancò l'animo: avrebbe potuto far rumore e svegliarla; era vicino ai fiori, sedette, e si nascose. In quel punto sentì un suono confuso di voci giù nella sala da pranzo. Gli si agghiacciò il sangue. Non erano ancora andati a dormire, andavano allora, si davano la buona notte; che fare? tornare a letto? farsi scorgere? No, impossibile; fermo lì, e zitto. Il cuore gli batteva forte. Dopo un minuto, sente un passo leggiero venir su per le scale, due o tre porte si aprono e si chiudono l'una dopo l'altra, man mano più vicine; ecco il lume; l'ultima porta s'apre, Iride è nella sua camera, mette il candelliere sul tavolino, s'affaccia alla finestra. Furio trattiene il respiro, si preme una mano sul cuore dalla paura ch'essa lo senta battere; Iride è lì, sopra di lui; s egli stende un braccio la tocca, ne sente il profumo, vede in confuso il bianco del suo vestito. — Oh per carità, va via! — dice il povero ragazzo tra sè. Iride si leva dalla finestra, canterella, tace, ricomincia, va e viene per la camera, si riavvicina al parapetto, ritorna dentro, mormora qualche parola indistinta...

Intanto s'è levato un po' di vento che spande intorno un delizioso odor di giardino. Le foglie della vite e dei fiori stormiscono rendendo il suono d'un bisbiglio concitato, tenero, supplichevole, che par che dica: — Iride, Iride, Iride. — E tutta la campagna tace e la luna splende.

Furio restò un po' di tempo immobile coi gomiti appoggiati sulle ginocchia e la testa fra le mani. Poi a poco a poco le sue gambe si rilassarono, la testa gli ricadde da un lato, si distese in terra supino e s'addormentò.

— Ma vedi che testa! Anche stassera mi son dimenticata di chiudere! — disse Iride, e scese dal letto e s avvicinò alla finestra. — Che buon odore di fiori! — esclamò respirando l'aria viva, e s appoggiò sul parapetto. A un tratto balza indietro, gettando un leggero grido. — Cielo! che sarà mai? — Si riaccosta alla finestra, tende l'orecchio: un respiro! Il coraggio della paura la prende, s'affaccia risoluta, guarda: — Chi vedo! Furio! Che sia svenuto! — Si veste in fretta, esce di corsa, arriva in punta di piedi all'angolo del terrazzino, e si china a guardare il ragazzo. Dalla cintura in su era tutto illuminato dalla luna; aveva i capelli in disordine, la bocca semiaperta e le guancie ancora umide di lacrime. — Dorme, — disse Iride dopo averlo guardato attentamente; — pare che abbia pianto... Ora gli asciugo le lacrime e si sveglia. — Adagio adagio allungò il braccio per pigliargli il fazzoletto ch'egli si teneva fermo sul petto con una mano aperta, nell'atto di chi preme qualcosa sul cuore. Iride glielo prese, lo guardò. Come! il suo fazzoletto! il fazzoletto ch'essa credeva d'aver perduto! Stette un po' sopra pensiero, e poi esclamò: — Ma è possibile? — Restò qualche minuto immobile a guardar Furio che seguitava a dormire, poi tornò lentamente alla sua camera, si riaffacciò alla finestra, lasciò ricadere il suo fazzoletto, e chiuse.

Furio si destò, si guardò intorno, e di nuovo gli parve che le foglie della vite e dei fiori, agitate dal vento, gli dicessero all'orecchio: — Iride, Iride, Iride. —

XVI.

A una donna che avesse avuto un briciolo di cervello, la scena di quella sera sarebbe bastata a fare tutto capire, e anche mettendola solo in sospetto, l'avrebbe indotta a mutar modi col ragazzo. Ma Iride era tanto leggiera che in lei la curiosità vinse immediatamente la prudenza. E non seppe reprimere nemmeno un sentimento di compiacenza vanitosa, che le sorse nel cuore così vivo da non lasciarla nemmeno riflettere ch'era un sentimento colpevole e pericoloso. Non già ch'essa potesse pigliar sul serio l'amore di Furio; ma una donna, chiunque l'ami, se ne tiene; e tanto più era naturale che se ne tenesse lei capricciosa e vanissima. E poi ci trovava da divertirsi: porgergli la mano e vederlo arrossire; appoggiare il braccio sul suo e vederlo scotersi; dirgli: caro! e vedere i suoi occhi risplendere; aver lì un ragazzo da poterne fare quel che voleva con un'occhiata, era una cosa amena. Poi per quietare la propria coscienza aveva mille scuse: non era giusto di volere un po' di bene, e dimostrarglielo, a quel povero ragazzo trascurato e aspreggiato, e pure così buono, dolce e avido d'affetto? Non sarebbe mica stata benevola e carezzevole con lui a fin di male; non sarebbe neanco stata in dovere, per così dire, di dubitare che del male gliene potesse fare; davanti alla sua coscienza non faceva che esercitare un sentimento di pietà consolatrice, un sentimento materno, irreprensibile; essa non doveva saperne nulla di ciò che potesse sentir per lei quel poverino; che c'era dunque da ridire? Ora si rendeva ragione di quella strana timidezza, di quei turbamenti, di quei tremiti, di quei rossori. — Questa è nuova davvero! — ripeteva tra sè la mattina, scendendo le scale, — un bambino di quattordici anni!... mio cognato! — e rideva.

XVII.

Quella mattina, Candida, appena levata, cercò premurosamente di Furio, lo condusse in un angolo della sala da pranzo e gli disse nell'orecchio: