— Eccola, — mormorava colle labbra tremanti e cogli occhi umidi, — Iride, la mia buona Iride, quella che mi vuol bene, che mi protegge, e sta sempre con me, e mi fa passare tante ore contente; quella che mi compatisce e mi perdona... io così in questo modo, che non sono nemmeno degno di starle vicino, e lei così bella... Eccola là... Iride, dormi, io ti guardo, sei tanto bella, sei il mio angelo, io ti voglio bene che non so che cosa farei per te, guarda; io sono contento; io bacerei dove tu metti i piedi, cara Iride. —

Tirò fuori in fretta il fazzoletto e lo baciò dicci o dodici volte avidamente.

— Dormi, non ti svegliare, Iride; io ti guardo, starei sempre qui a guardarti. —

Corse a un roseto là presso, strappò in furia molte rose e le andò a gettare ai suoi piedi.

— To', prendi, ti copro di fiori, tu devi dormire in mezzo alle rose, tu che sei così bella. —

S'inginocchiò ai suoi piedi e le baciò due o tre volte il vestito, continuando a dire tra sè: — Cara Iride! mia bella, mia buona Iride!

Iride si mosse: Furio balzò in piedi e si fece tutto di fuoco. Essa fingeva sempre di dormire; ma nel muoversi s'era sciolta da una specie di mantiglia che parte le era stesa sotto e parte le avvolgeva il seno. Furio indietreggiò a quella vista, con gli occhi fissi su di lei; si passò una mano sulla fronte, si cacciò indietro i capelli con una scrollata di capo, e poi si slanciò a traverso i campi di corsa. Andava come se fosse inseguito, pareva che il terreno si facesse elastico per dargli l'impulso, divorava la strada; arrivò a un fosso, cadde, si bagnò, si rialzò, e via, via, come portato dal vento; sale il colle, scivola, si rialza, si aggrappa agli sterpi, arriva sulla cima, e giù dall'altra parte a lunghissimi salti, seguitato dalle pietre urtate che franano, pestando piante e solchi, empiendo la valle silenziosa di grida: — Animo! — Là! — Così! — Coraggio! — Ed eccolo in fondo, steso sull'erbe, supino, spossato, cogli occhi al cielo e la mente smarrita in una certa ebbrezza fantastica, come se fosse precipitato in fondo all'abisso.

XIX.

Da quel giorno Furio cominciò a vivere in uno stato di esaltazione continua. Il nuovo contegno di Iride, un po' meno allegra di prima, ma più affettuosa, e come sempre occupata da un pensiero, non potendolo attribuire a un semplice sentimento di sollecitudine e di pietà, perchè non credeva d'essersi lasciato scoprire, lo prendeva come segno d'un principio d'affetto uguale al suo, e questa idea lo metteva tutto sossopra. Sino allora il non avere alcuna speranza, neanco lontana, d'una corrispondenza, la certezza d'esser tenuto nulla più che un ragazzo, e cercato così per distrazione, come un giocattolo; quello stesso fare leggiero, a scatti e a frulli, che Iride aveva usato con lui, era bastato a frenarlo, a mantenerlo un po' in quiete, a fargli fare almeno uno sforzo per dissimulare quello che sentiva. Ma ora quella speranza, che il suo ardentissimo desiderio mutava facilmente in certezza, lo faceva uscire di sè; egli si sentiva come lanciato tutt'a un tratto dall'infanzia nella giovinezza; si sentiva uomo, caldo, fiero, tempestoso; s'agitava, andava, veniva, correva; cercava Iride, la fuggiva, ritornava subito a cercarla, le si strisciava intorno tremante, sussultava sotto il suo sguardo, la divorava cogli occhi senza proferir parola, non trovava riposo la notte, usciva in esclamazioni solo, soffriva, piangeva.

In riva al lago, in mezzo a un gruppo d'alberi, v'era una statua di pietra annerita e muscosa, che rappresentava una donna dormente, in una positura simile a quella d'Iride quand'era stesa ai piedi dell'albero quel giorno. Posava sopra un piedestallo; ma essendosi dovuto rialzare il terreno intorno all'acqua, il piedestallo era scomparso sotto la terra nuova. Due o tre volte, sull'imbrunire, quand'era più agitato, Furio si andò a stendere sull'erba, accanto a quella statua, viso a viso, e rimase lungamente a guardarla, fingendosi coll'immaginazione che fosse viva e sua, e portasse quel caro nome: bizzarrìe che si fanno anche da grandi.