Il giovane napoletano, che aveva ascoltato con profonda attenzione, gli strinse la mano, e gli disse con voce commossa: — La ringrazio. — Poi s'alzò in fretta, corse nell'altra camera, alla finestra, e alzando gli occhi umidi al cielo, esclamò con voce commossa: — Ed io mi credo infelice e mi rodo l'anima e trovo che la vita è una lotta, e non mi sento la forza di sostenerla? Ah miserabile, insensato ed ingrato!

VIII.

Riccardo (il giovane, di cui s'è taciuto il nome fin qui) cominciò quello stesso giorno a parlare ed a scrivere ad amici e a conoscenti, per veder di trovare un impiego ad Alberto. E vi si mise con tanto ardore, e con un così fermo proposito di riuscirvi, che quasi non gli rimase altro pensiero e altro desiderio nell'anima; e le sue malinconìe sparirono, e gli rinacque l'allegrezza. Aveva uno scopo, nel quale il cuore, la volontà e la coscienza si trovavano d'accordo; e non ci voleva altro per ridestare la parte più nobile di lui, che da qualche tempo sonnecchiava. L'immagine d'Alberto gli stava sempre dinanzi, e oltre la pietà gentile che gl'ispirava, gli faceva comprendere e stimare per la prima volta i grandi favori, di cui la natura e la fortuna erano state larghe con lui. — Insomma, — diceva sovente sorridendo, — questo giovine m'ha dimostrato matematicamente che io devo esser felice! Ah, quella scellerata abitudine di guardar sempre sopra noi stessi! — Ma benchè avesse molti amici, e facesse quanto era in lui per conseguire il suo intento, fin dai primi passi intoppò in tanti ostacoli e perdè tante illusioni, che si dovette persuadere che l'impresa era assai più difficile di quel che sul primo momento aveva creduto.

Da ogni parte egli trovava una concorrenza impreveduta e formidabile, e andava man mano scoprendo, con un sentimento di meraviglia e di spavento, l'immensa miseria larvata, decente, istruita, e ancora pudibonda, che affluisce nelle grandi città capitali, e fluttua alle porte degli Uffici e dei palazzi; una moltitudine, non prima conosciuta da lui, di gente capelluta, barbuta e macilente, d'impiegati destituiti, di professori disoccupati, di commessi licenziati, di ufficiali espulsi, di scrittori falliti, di vecchi, di malati, di rovinati, che presentano come documenti commendatizi libri, raccolte di giornali, cicatrici, bambini, polizze del monte di pietà e lettere di deputati e di senatori; bisogni, dolori, sventure, appetto alle quali la condizione in cui si trovava Alberto, giovane, sano e senza famiglia, poteva ancora parere una condizione fortunata. Su tutte le vie in cui si metteva, trovava un serra serra d'affamati; e si perdeva d'animo vedendo che non era quasi mai la raccomandazione dignitosa d'un uomo stimato, quella che otteneva la preferenza; ma il sorriso della signora leggiera, l'insistenza sfrontata del ciarlatano, la paroletta detta in buon punto a tavola fra il dolce e lo Sciampagna, l'armeggiamento, l'intrigo. Ma nel conoscere o nel sentir parlare di tanta gente per cui era una grande fortuna il trovar modo di non morir di fame, e in quella stessa difficoltà grandissima di trovare un pezzo di pane per il suo protetto, egli provava una compiacenza nuova ed acuta, un godimento saporito della sua pace e dei suoi comodi; un maggior gusto nel rannicchiarsi nella sua poltrona, al caldo, dopo un buon pranzo, col giornale in mano, pensando a quella povera gente “capelluta, barbuta e macilente„ che aveva incontrato lungo il giorno per le scale delle banche e dei ministeri; un sentimento che egli non voleva spiegar bene a sè stesso, ma di cui qualche volta si vergognava improvvisamente, sdegnandosi che gli fosse entrato nel cuore, a intorbidargli la sorgente della pietà vera e nobile, la quale, egli diceva, dev'essere un dolore. Ma per quanto facesse, egli non riusciva a scernere, in quella nuova contentezza di sè medesimo, ciò che gli veniva dalla coscienza, da ciò che gli veniva dall'egoismo, per poter respingere la parte impura, e godere soltanto della soddisfazione legittima, serenamente. E se ne rodeva. “Così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano„.

IX.

Intanto metteva ogni cura nel nascondere ad Alberto la mala riuscita delle sue ricerche; o almeno, per ogni speranza fallita, gliene faceva balenare una nuova, confortandolo con allegre parole; e quanto più andava penetrando nella sua anima onesta e buona, tanto più fortemente s'infervorava nel suo proposito. Ma Alberto non s'illudeva. Da qualche parola incerta, da alcuni turbamenti fuggevoli del suo giovine protettore, gli trapelava la verità; e man mano che si sentiva crescere per lui l'affetto e la gratitudine, la speranza gli veniva meno, e colla speranza quella po' di serenità, a cui gli s'era aperta l'anima dopo i giorni della disperazione. Egli tornava a prevedere molto triste il suo avvenire. Giulia e sua madre lo avevano indotto, e più che indotto, costretto a viver con loro come un fratello e un figliuolo; ed egli non dubitava punto ch'esse si sarebbero sobbarcate lietamente ad ogni sacrifizio per continuare a tenerlo in casa, finchè non avesse trovato un mezzo di sostentamento. Ma come gli sarebbe bastato l'animo di approfittare più a lungo di quella generosità? Egli aveva accettato la loro offerta, s'era arreso alle loro preghiere, colla speranza di potere uscir tra pochi giorni da quello stato, e affrettarsi a pagare, a prezzo di qualunque privazione, il suo debito di gratitudine. Ma i giorni passavano, e la sua condizione non mutava. Ogni volta che egli sedeva a tavola, per quanto quelle due buone donne cercassero di rallegrarlo in tutti i modi possibili, gli si stringeva il cuore. Quel sentimento d'alterezza, che l'abbandono, la disperazione e la fame avevano fatto per poco tacere, ora gli si ridestava più vivo e più geloso di prima; e quel sedersi alla tavola altrui senza pagare gli cominciava a parere un'umiliazione insopportabile. Egli capiva i mille sacrifizii che quelle due povere donne facevano per lui; e l'idea di costringerle a vivere in quel modo, forse per qualche mese ancora, lo spaventava. Avrebbe potuto valersi delle offerte di Riccardo, e pagare la pigione e la pensione con quei denari. Ma egli era certo che Giulia spontaneamente, e la madre per consiglio di Giulia, non avrebbero mai accettato un centesimo che potessero immaginare gli fosse stato dato da altri. Questi pensieri lo rendevano di giorno in giorno più triste. E questa tristezza era cresciuta ancora dalla previsione d'un giorno non lontano, in cui avrebbe dovuto a qualunque costo allontanarsi da quella casa, separandosi da Giulia, quando appunto cominciava a stimarla, ad amarla, ad ammirarla più di quello che avesse mai fatto pel passato; quando cominciava a sentirsi stretto a lei da tanti dolori; quando oramai la vita non gli pareva più bella e più desiderabile che per lei. Una sera mentre stavano desinando, e Giulia si sforzava di parere allegra, egli proruppe in singhiozzi.

X.

Quella stessa sera la famiglia dell'avvocato era tutta radunata nella stanza da pranzo, intorno a una tavola coperta d'un tappeto verde e rischiarata da un grande lume. Il padre scriveva senza alzar mai gli occhi di sulla carta, la madre leggeva, e in un canto giocavano e discorrevano i tre figliuoli: una bambina d'ott'anni, bionda, bianca e rosea come una bambino inglese, e due ragazzini, l'uno di poco più di sei anni, l'altro di cinque. La bambina avea i capelli sciolti, e tratto tratto, ridendo, scoteva il capo con un atto grazioso per ricacciarli dietro le spalle. Ad ogni movimento del padre taceva all'improvviso, e faceva cenno ai fratelli che tacessero; poi ripigliava a parlar sotto voce e a ridere. Nel punto che guardava il padre cogli occhi intenti, la bocca socchiusa e una mano sospesa nell'atto di dire: — Silenzio, — era bella come un angiolo; e la madre, in quel punto, l'osservava.

Sulla tavola, dalla parte dei ragazzi, v'era un biglietto da una lira; il bambino più grande lo prese, e avvicinandolo alla fiamma della candela, e guardando timidamente suo padre, disse sottovoce alla sorella: — E se lo bruciassi?

— Ebbene, — questa rispose ad alta voce, con un accento, in cui si sentiva la soddisfazione di poter insegnare qualche cosa; — purchè non lo bruciassi tutto, si potrebbe ancora spendere. —