Via via che s’andava innanzi, i giardini e le ville spesseggiavano. Il mio compagno di viaggio mi accennò un campanile lontano, e mi nominò il villaggio di Ryswijk, dove fu firmato nel 1697 il celebre trattato di pace tra la Francia, l’Inghilterra, la Spagna, l’Alemagna e l’Olanda. Il castello del principe d’Orange, dove convennero i firmatari, non esiste più, e fu alzato in suo luogo un obelisco.
Tutt’a un tratto, il trekschuit uscì di mezzo agli alberi, e vidi una vasta pianura, un gran bosco e una città coronata di torri e di mulini a vento.
Era l’Aja.
Il barcaiolo mi chiese e ricevette i denari in un sacchettino di cuoio. Il rimorchiatore stimolò il cavallo. In pochi minuti arrivammo in città, e dopo un quarto d’ora io mi trovavo in una stanza luccicante dell’Albergo Turenna, chi sa! forse nella stanza medesima dove il celebre maresciallo aveva dormito da giovanetto quando era al servizio dell’Olanda.
L’Aja—in olandese S’Gravenhage o S’Hage,—la capitale politica, la Washington dell’Olanda, della quale Amsterdam è la New-York,—è una città mezza olandese e mezza francese, con larghe strade senza canali; vaste piazze piene d’alberi, case signorili, alberghi splendidi, e una popolazione composta in gran parte di ricchi, di nobili, d’impiegati, di letterati, d’artisti; e d’un popolino più raffinato che quello delle altre città olandesi.
Nel primo giro che feci per la città, quello che mi colpì di più furono i quartieri nuovi, dove abita il fiore dell’aristocrazia danarosa. In nessuna città, nemmeno nel sobborgo Saint-Germain a Parigi, mi sentii tanto povero diavolo come in quelle strade. Sono strade larghe e diritte, fiancheggiate da palazzini di forme snelle e di colori gentili, con grandi finestre senza persiane, per le quali si vedono i tappeti, i vasi di fiori e i mobili sontuosi delle sale a terreno; con tutte le porte chiuse; e non una bottega, non un annunzio sui muri, non una macchia, non una festuca a cercarla con cent’occhi. Quando passai per quelle strade, v’era un silenzio profondo. Solo di tratto in tratto incontravo qualche carrozza aristocratica che scorreva sul pavimento di mattoni quasi senza far rumore, e vedevo qualche lacchè impalato dinanzi a una porta, o qualche testa bionda di signora dietro a una tendina. Passando rasente le finestre, osservavo colla coda dell’occhio il mio meschino vestiario di viaggiatore riflesso spietatamente dalle grandi vetrate, mi pentivo di non aver portato i guanti, provavo una certa umiliazione di non essere almeno cavaliere di nascita, e mi pareva di udire qua e là delle voci sommesse che dicessero:—Chi è quel pezzente?
Della città antica, la parte più considerevole è il Binnenhof, un gruppo di vecchi edifizi di differenti stili d’architettura, che da due lati guarda, su due vaste piazze, e da un altro sopra un grande stagno. In mezzo a questo gruppo di palazzi, di torri, di porte monumentali, d’un aspetto medioevale e sinistro, v’è uno spazioso cortile, nel quale s’entra per tre ponti e tre porte. In uno di quegli edifizi risiedevano gli Statolderi, e ora v’è la seconda Camera degli Stati generali; dalla parte opposta, v’è la prima Camera, i Ministeri e diversi altri uffici d’amministrazione pubblica. Il ministro dell’interno ha il suo ufficio in una piccola torre bassa, nera, lugubre, che pende a filo sulle acque dello stagno.
Il Binnenhof, la piazza che si stende ad occidente chiamata Buitenhof, e un’altra piazza di là dallo stagno chiamata Plaats, nella quale si giunge passando sotto una vecchia porta che faceva parte d’una prigione, furono il teatro dei più sanguinosi avvenimenti della storia d’Olanda.
Nel Binnenhof, fu decapitato il venerando Van Olden Barneveldt, il secondo fondatore della repubblica, la più illustre vittima di quella lotta secolare tra il patriziato borghese e lo statolderato, tra il principio repubblicano e il principio monarchico, che travagliò così miseramente l’Olanda. Il patibolo ora innalzato dinanzi all’edifizio dove sedevano gli Stati generali. Dalla parte opposta v’è la torre dalla quale si dice che Maurizio d’Orange, non visto, assistesse al supplizio del suo nemico. Nella prigione ch’è fra le due piazze, fu torturato Cornelio De Vitt accusato ingiustamente d’aver tramato contro la vita del principe d’Orange. Nel Plaats furono trascinati dal popolo furioso, laceri e insanguinati, Cornelio e Giovanni De Vitt, il gran pensionario, e là sputacchiati, calpestati, uccisi a colpi di picca e di pistola; e poi mutilati e vilipesi i loro cadaveri. Nella stessa piazza fu pugnalata Adelaide di Poelgest, amante d’Alberto, conte d’Olanda, il 22 settembre del 1392; e si mostra ancora la pietra sulla quale cadde spirando.