Queste memorie funeste, quelle porte massiccie e basse, quel gruppo disordinato di edifizi cupi, che la notte, quando la luna batte sulle acque del lago morto, presentano l’aspetto d’un castello enorme e inaccessibile, destano in mezzo a quella città allegra e gentile, un sentimento di tristezza solenne. Il cortile, di notte, non è rischiarato che da qualche raro fanale; le poche persone che passano, s’affrettano come se avessero paura; non si sente il rumore dei passi, non si vede una finestra illuminata; vi si entra con una vaga inquietudine e se n’esce quasi con piacere.

Fuor di questo, l’Aja non ha monumenti considerevoli nè antichi nè moderni. Vi sono parecchie mediocri statue di diversi principi d’Orange; una cattedrale vasta e nuda e un palazzo reale modesto. Su molti edifizi pubblici si vede scolpita una cicogna, ch’è l’animale araldico della città. Parecchi di questi uccelli passeggiano liberamente nella piazza del mercato dei pesci, mantenuti a spese del municipio come gli orsi di Berna e le aquile di Ginevra.


Il più bell’ornamento dell’Aja è il suo bosco; una vera meraviglia dell’Olanda e uno dei più magnifici passeggi del mondo.

È un bosco d’ontani, di quercie e dei più grandi faggi che si vedano in Europa, del circuito di più d’una lega francese, posto ad oriente della città, a pochi passi dalle ultime case; una vera oasi deliziosa in mezzo alla malinconica pianura olandese. Appena vi s’è entrati, appena si sono oltrepassati i padiglioni, le casette svizzere, i chioschi sparsi in mezzo ai primi alberi, par di essersi smarriti in una foresta sterminata e solitaria. Gli alberi sono fitti come un canneto, i viali si perdon nel buio; ci son laghi, canali quasi nascosti dalla verzura delle sponde; ponti rustici, crocicchi di sentieri abbandonati, recessi chiusi, oscurità profonde e fresche in cui par di respirare l’aria d’una natura vergine e d’essere infinitamente lontani dai rumori del mondo.

Questo bosco, che come quello della città di Haarlem, si vuol che sia un resto d’un’immensa foresta che copriva anticamente quasi tutta la costa dell’Olanda, è rispettato dagli Olandesi come un monumento della loro storia nazionale. Nella storia d’Olanda, in fatti, si trovano moltissimi atti che gli si riferiscono, e che provano che in ogni tempo si ebbe una cura gelosa della sua conservazione. Gli stessi generali spagnuoli rispettando questa specie di culto nazionale, preservarono il bosco sacro dalle offese dei soldati. In più d’un’occasione di gravi strettezze finanziarie quando il governo sarebbe stato disposto a decretarne la distruzione per vender le legna, i cittadini scongiurarono il pericolo con una oblazione volontaria. Mille ricordi sono legati a questo bosco diletto: ricordi d’uragani spaventosi, ricordi d’amori principeschi, di feste celebri, di avventure romanzesche. Alcuni alberi portano il nome di re e d’imperatori, altri di elettori germanici; un faggio ha la fama d’esser stato piantato dal gran pensionario e poeta Giacobbe Catz; altri tre, dalla contessa d’Olanda, Giacomina di Baviera; e si accenna ancora il luogo dove essa soleva riposare delle sue passeggiate. E ci lasciò il suo ricordo anche il signor Voltaire, che ci ebbe non so che ripesco galante con la figliuola d’un parrucchiere.

In fondo al bosco, dove la piccola vegetazione presa da una sorta di furia conquistatrice, s’alza, s’ammucchia, s’arrampica su per gli alberi, s’intreccia sopra i sentieri, si stende sulle acque, e intercetta da tutte le parti il passo e la vista, come se volesse celare i misteri di qualche dimenticata divinità silvestre, si nasconde un palazzotto reale, chiamato la Casa del Bosco, una specie di Casa del labrador della villa d’Aranjuez, eretta nel 1647 dalla principessa Amelia di Solms in onore di suo marito Federico Enrico lo Statoldero.

Quando andai a visitare questo palazzo, mentre stavo cercando cogli occhi la porta d’entrata, vidi uscire e salire in carrozza una signora d’aspetto nobile e benevolo, che presi per una viaggiatrice inglese, che avesse terminata la sua visita. La carrozza mi passò accanto, mi levai il cappello, la signora fece un cenno del capo e scomparve.

Seppi un momento dopo da una cameriera del palazzo che quella «viaggiatrice» era niente meno che sua maestà la Regina d’Olanda.