Mi sentii una leggera scossa al sangue. La parola «regina» m’ha fatto sempre, indipendentemente dalla persona a cui si riferisca, quest’effetto; e non saprei dirne chiaramente il perchè. Forse perchè mi ricorda certe visioni luminose e confuse dell’adolescenza. L’immaginazione amorosa d’un ragazzo di quindici anni qualche volta striscia sulla terra e qualche volta si slancia con desiderii mostruosamente audaci a un’altezza vertiginosa. Sogna delle bianchezze sovrumane, dei profumi che danno il delirio e delle voluttà che fanno cader fulminati, e suppone che tutto questo si ritrovi nelle creature misteriose e inaccessibili che la fortuna ha poste in cima della scala sociale. E fra i mille casi strani, insensati, impossibili, che s’avvicendano nella sua mente nelle notti febbrili, sogna anche di superare nelle tenebre, colla sua agilità infantile, muri altissimi, cancellate formidabili, fossi profondi, di sospingere porte misteriosamente aperte, di passar per corridoi senza fine, in mezzo a gente assopita, per sale immense, nel silenzio; di salire per scale aeree, di arrampicarsi su pei rilievi d’una torre, rischiando la vita, a una tremenda altezza, sopra i grandi alberi d’un giardino illuminato dalla luna; e infine di giungere spossato e insanguinato sopra un balcone, e là sentir da una voce sovrumana parole d’una pietà profonda, e rispondere con altre parole d’una tenerezza immensa, scoppiare in pianto, invocar Dio, curvar la fronte sul marmo, coprir di baci disperati un piede scintillante di gemme, abbandonar il viso nei rasi profumati, e sentirsi fuggir la ragione e la vita in un amplesso più forte della natura umana.


In quel palazzo, chiamato il Palazzo del Bosco, v’è, fra le altre cose considerevoli, una sala ottagona coperta dal pavimento alla vôlta di pitture dei più celebri artisti della scuola del Rubens, fra le quali uno smisurato quadro allegorico del Jordaens che rappresenta l’apoteosi di Federico-Enrico; una sala piena di preziosi regali dell’imperatore del Giappone, del vicerè d’Egitto e della Compagnia delle Indie; e un’altra elegante saletta decorata di pitture a chiaroscuro che si scambiano, anche considerate attentamente, per bassorilievi: opera di Jacob De Witt, pittore che acquistò in quell’arte corbellatrice una grande rinomanza sul principio del secolo scorso. Le altre son sale piccine, belle, ma senza fasto, e piene di tesori che non dan nell’occhio, come si convengono alla grande e modesta casa d’Orange.

Mi parve strano quell’uso di lasciar entrare gli stranieri nel palazzo nel momento stesso che la Regina ne usciva; ma non mi fece più specie quando conobbi altre consuetudini, altri tratti popolari, il carattere, in una parola, della famiglia reale d’Olanda.

Il re, in Olanda, è considerato quasi più come statoldero che come re. V’è in lui, come diceva del duca d’Aosta quel tal repubblicano spagnuolo, la minor quantità di re possibile. Il sentimento che il popolo olandese nutre per la famiglia reale non è tanto di devozione per la famiglia del monarca quanto di affetto per quella casa d’Orange che partecipò a tutti i suoi trionfi e a tutte le sue sventure, che visse, per così dire, della sua vita per lo spazio di tre secoli. Il paese, in fondo, è repubblicano, e la sua monarchia è una sorta di presidenza coronata, senza alcun fasto monarchico. Il Re pronunzia dei discorsi ai banchetti e nelle feste pubbliche come da noi i ministri; e gode anzi la fama di oratore, poichè parla all’improvviso, con una voce potentissima e un certo impeto d’eloquenza soldatesca, che eccita un indicibile entusiasmo nel popolo. Il principe ereditario, Guglielmo d’Orange, studiò all’Università di Leida, sostenne esami pubblici e prese la laurea d’avvocato. Il principe Alessandro, secondogenito, sta studiando ora nella stessa Università, è membro del Club degli studenti, e invita a pranzo i suoi professori e i suoi compagni di scuola. All’Aja, il principe Guglielmo entra nei caffè, discorre coi vicini, s’accompagna per la strada coi giovani suoi conoscenti. Nel bosco, la regina si mette a seder sur una panca accanto a una povera donna. E non si può dire che usin così, come altri principi, per acquistare popolarità, poichè la famiglia d’Orange non ne può nè acquistare nè perdere, non essendoci in quel popolo, per natura e per tradizione repubblicano, nemmeno un indizio di fazione, non dico che voglia la repubblica, ma che ne pronunzi il nome. Per contro, quel popolo, che ama e venera il suo re, che nelle feste in onor suo gli stacca i cavalli dalla carrozza ed esige che tutti portino una coccarda color d’arancio in omaggio al nome d’Orange, nei tempi ordinari non si occupa punto dei fatti suoi e della sua famiglia. All’Aja mi ci volle molto per sapere che grado avesse nell’esercito il principe ereditario. Uno dei primi librai della città, al quale rivolsi quella domanda, si meravigliò della mia curiosità che gli parve puerile, e mi disse che probabilmente non avrei trovato in tutta l’Aja cento persone che sapessero darmi una risposta.

La sede della corte è all’Aja; ma il re passa una buona parte dell’estate in un suo castello nella Gheldria, e va ogni anno a star qualche giorno in Amsterdam. Il popolo dice che v’è uno statuto il quale obbliga il re a passare in Amsterdam dieci giorni all’anno, e il municipio di quella città a fargli le spese per quei dieci giorni; suonata la mezzanotte dell’undecimo, un fiammifero che bruci Sua Maestà per accendere il sigaro, è a carico suo.

Tornando dalla villa reale all’Aja, trovai il bosco animato dalla passeggiata della domenica: musica, carrozze, una folla di signore, i caffè pieni di gente, e stormi di bambini da ogni parte.

Allora osservai per la prima volta il bel sesso olandese.

La bellezza è un fior raro in Olanda come in tutti i paesi; ma vidi nondimeno assai più donne belle in un giro di cento passi nel bosco dell’Aja, che non ne abbia viste in tutti i quadri dei Musei olandesi. Non si vede fra quelle signore nè la bellezza scultoria delle romane, nè gli splendidi colori delle inglesi, nè l’espressione vivacissima delle andaluse; ma una finezza, una grazia innocente e affabile, una leggiadria tranquilla, un’ideina che piace. Hanno l’attrattiva, disse giustamente uno scrittore francese, del fiore di valeriana che adorna i loro giardini. Son piuttosto alte che piccine, e grassotte; hanno i tratti del viso irregolari, la pelle unita e brillante, d’un bel bianco pallido o d’un roseo delicatissimo, che vi sembra stato suffuso dall’alito di un angelo; i pomelli delle guancie salienti; gli occhi d’un azzurro chiaro, sovente chiarissimo, in alcune di un’apparenza vitrea, che danno uno sguardo vago come quello d’una persona distratta. Si dice che non hanno bei denti: non lo potrei affermare perchè ridon poco. Camminano con meno leggerezza che le francesi, con meno rigidezza che le inglesi; vestono alla moda di Parigi; con più grazia all’Aja che ad Amsterdam, benchè meno riccamente; e mettono in pomposa evidenza le loro grandi capigliature bionde.

Mi fece specie il vedere ancora vestite da bimbe, colle sottane corte e i calzoncini bianchi, ragazze che da noi hanno già il vestire e l’aria di donne fatte. In Olanda, dove la vita è lenta e l’impazienza un sentimento ignoto, le ragazze non hanno fretta di smetter gli usi e l’aspetto della puerizia, e d’altra parte, entrano naturalmente assai più tardi che in altri paesi in quella età così critica, nella quale, come dice mirabilmente, al solito, Alessandro Manzoni, par che entri nell’animo una potenza misteriosa, che solleva, adorna e rinvigorisce tutte le inclinazioni e tutte le idee. Raramente una ragazza si marita prima di vent’anni. Non dico le bambine del regno di Decan che per quel che si racconta piglian marito all’età di ott’anni e son nonne prima dei venti; ma le italiane e le spagnuole che si sposano a quattordici o quindici, in Olanda sono considerate come creature miracolose. Là le ragazze quindicenni vanno sole alla scuola coi capelli giù per le spalle, e non c’è anima nata che le guardi. Ho inteso parlare quasi con orrore d’un giovanotto dell’Aja accusato da altri giovanotti di cercare delle avventure amorose in quell’età per essi non meno sacra dell’infanzia.