Un’altra cosa che si nota subito in una città olandese,—eccettuata Amsterdam,—è la mancanza della prostituzione elegante. Quell’abbigliamento e quei modi particolari, che dicono:—Son del bel numer una,—non si vedono affatto o quasi; e quel che si vede, c’è da scommettere nove volte su dieci che viene dall’immenso semenzaio della Senna.—“Badate,” mi dicevano certi olandesi liberi pensatori, “siete in un paese protestante, c’è molta ipocrisia.” Sarà; ma non può essere una gran piaga quella che si può ancora dissimulare. Società equivoca non n’esiste: non ce n’è ombra in pubblico, non ce n’è idea nella letteratura; la lingua stessa è ribelle alla traduzione d’una sola delle formule infinite che costituiscono il linguaggio doppio, lubrico e guizzante di quella società, nei paesi dov’ella si trova. D’altra parte, nè padri, nè madri non chiudon gli occhi sulla condotta dei figli scapoli, sian pure uomini tanto fatti; la disciplina della famiglia non fa eccezione per le barbe lunghe; e quello che poi cospira colla disciplina è il temperamento freddo, l’abitudine all’economia e il rispetto dell’opinion pubblica.
Parlare del carattere e della vita delle donne olandesi, coll’aria di esporre i frutti dell’esperienza propria, non essendo stato che qualche mese in Olanda, sarebbe una presunzione più ridicola ancora che impertinente; mi debbo dunque contentare di far parlare i libri e gli amici.
Molti scrittori hanno trattato scortesemente le donne olandesi. Uno le chiamò macchine da bambini; un altro massaie apatiche; un anonimo del secolo scorso spinse l’impertinenza fino a dire che come gli uomini, in Olanda, sogliono cercare le loro amanti nella classe delle fantesche, così le donne (le signore, intende di dire) non spingono molte volte più in alto le loro aspirazioni. Ma questi son giudizi dettati dalla stizza di qualche corteggiatore scorbacchiato. Daniele Stern, che come donna ha in questa materia un’autorità particolare, dice che sono altere, leali, attive, caste. Qualcuno lasciò trapelare dei dubbi intorno alla tanto predicata placidità dei loro affetti. Sono acque chete, scrisse l’Esquiroz, ma si sa quel che si dice delle acque chete. Sono vulcani gelati, disse l’Heine, che quando sgelano....! Ma di tutti i giudizi letti, mi parve il più notevole quello di Saint Evremont: che le donne olandesi non sono abbastanza vive per turbare il riposo degli uomini; e che ce ne sono, sì, delle amabili; ma che non v’è nulla a sperarne, o per la loro saggezza, o per una freddezza che tien luogo in loro di virtù.
Un giorno, in un crocchio di giovanotti dell’Aja, citai questo giudizio di Saint Evremont, e domandai bruscamente:—È vero?—Sorrisero, si guardarono, uno rispose:—Direi...;—un altro:—Mi pare...;—un terzo:—Sarebbe...;—infine s’accordarono tutti nel dire che era vero. Altre volte raccolsi degl’indizi provanti che le cose corrono oggi tale e quale come ai tempi dello scrittore francese. Si parlava in un crocchio d’un personaggio leggermente ridicolo. “Eppure,—disse uno,—quell’ometto d’apparenza così posata è un donnaiolo di prima riga.” Io domandai colla frase sacramentata: “Turba il riposo delle famiglie?” Si misero tutti a ridere e uno rispose: “Che! Turbare il riposo delle famiglie in Olanda! Sarebbe una delle dodici fatiche di Ercole.” “Noi olandesi,”—mi disse una volta un amico,—“non siamo conquistatori, e non possiamo esserlo perchè ci manca la scuola. Non c’è nulla di più falso in Olanda che la famosa definizione: il matrimonio è come una fortezza assediata; chi è fuori vorrebbe esser dentro; chi è dentro vorrebbe esser fuori. Qui chi è dentro ci sta bene e chi è fuori non pensa ad entrare.”—“La donna olandese,” mi disse un altro, “non sposa l’uomo, sposa il matrimonio.”—Questo che si dice all’Aja, città elegante, nella quale è grande l’influsso della civiltà francese, è anche più vero detto delle altre città dove i costumi antichi si son serbati più schietti. E dicano e scrivano pure i viaggiatori galanti che in Olanda si dorme, e che la felicità domestica vi è un bonheur un peu gros. Questa donna che esce poco, che balla poco, che ride poco, che non s’occupa che dei suoi bambini, di suo marito e dei suoi fiori, che legge libri di teologia e guarda la strada collo specchio per non farsi vedere alla finestra, quanto è più poetica.... Oh perdonami, stavo per dirtene una dura, Andalusia!
Sino a questo punto, potrebbe credere qualcuno ch’io voglia far sott’intendere che so la lingua olandese. Mi affretto a dire che non la so e a scusare la mia ignoranza. Un popolo, come l’olandese, grave e taciturno, più ricco di qualità nascoste che di belle qualità lampanti, che vive, se posso così esprimermi, molto più dentro che fuori di sè, che fa molto più di quello che dice, che non si spende per quello che vale; si può studiare anche senza comprendere la sua lingua. D’altra parte, in Olanda è straordinariamente diffusa la lingua francese. Nelle grandi città non v’è quasi persona colta che non parli francese correntemente, non v’è bottegaio che non sappia spiegarsi bene o male, non v’è quasi ragazzo, anche tra il popolo minuto, che non sappia quelle dieci o venti parole, che bastano a cavar d’impiccio uno straniero. Questa diffusione d’una lingua così diversa da quella del paese, è un fatto tanto più ammirabile quando si pensi che non è la sola lingua straniera che si parli comunemente in Olanda. L’inglese e la tedesca vi sono quasi altrettanto conosciute che la francese. Lo studio di tutte e tre queste lingue è obbligatorio nelle scuole medie. Le persone colte, quelle che in Italia sono quasi in dovere di sapere il francese, in Olanda leggono la maggior parte libri inglesi, tedeschi e francesi colla medesima facilità. Gli Olandesi hanno una particolare disposizione ad imparare le lingue, e un’incredibile franchezza nel conversare. Noi Italiani, prima di rischiarci a parlare una lingua straniera, vogliamo saperla tanto da non lasciarci sfuggire dei grossi errori; arrossiamo, quando ci scappano; evitiamo le occasioni di discorrere finchè non siamo sicuri di parlare in modo da tirarci un complimento; e così facendo, allunghiamo sempre più il periodo del nostro noviziato filologico. In Olanda segue soventissimo d’incontrare gente che parla francese rimestando con infiniti sforzi un capitale di cento parole e di venti frasi; ma parla, regge una lunga conversazione e non mostra di curarsi menomamente di quello che voi possiate pensare dei suoi spropositi e della sua audacia. Portinai, facchini, ragazzi, interrogati se sappiano il francese, rispondono colla più grande sicurezza:—Oui, o—un peu, e s’industriano in mille modi per farsi capire, ridendo qualche volta essi medesimi delle stravaganti contorsioni del loro linguaggio, e arrotondando ogni risposta con un s’il vous plaît o un pardon, Monsieur, detto il più delle volte così graziosamente a sproposito, da doverne ridere ad ogni costo. E pare così ovvio a tutti il sapere il francese, che quando qualcuno deve rispondere che non lo sa, tituba, si vergogna, e se è interrogato per la strada, finge d’aver fretta e vi pianta su due piedi.
Quanto alla lingua olandese, per chi non sappia il tedesco è buio pesto; e anche sapendo il tedesco, si può capirne qualcosa nei libri, con un po’ di studio; ma a sentirla parlare, è buio egualmente. Se avessi da dire l’effetto che fa sull’orecchio a chi non la intende, direi che par tedesco parlato da gente che abbia un pelo nella gola; il che è dovuto alla frequenza d’un’aspirazione gutturale che somiglia alla jota spagnuola. Gli Olandesi stessi non trovano che la loro lingua sia armoniosa. Mi accadde spesso di sentirmi domandare con un’aria scherzosa:—Che effetto le fa?—quasi sottintendendo che dovesse essere un effetto poco gradevole. Eppure ci fu chi scrisse un libro per dimostrare che Adamo ed Eva, nel paradiso terrestre, parlavano olandese. Ma benchè parlino tante lingue straniere, gli Olandesi tengon molto alla propria; e s’indignano quando uno straniero ignorante mostra di credere, così per sentita dire, che l’olandese sia un dialetto tedesco; cosa, per verità, creduta da molti di coloro che conoscon quella lingua soltanto di nome. È quasi superfluo il rammentare la storia della lingua. I primi popoli del paese parlavano il teutono nei suoi varii dialetti. Questi dialetti si fusero e formarono l’antica lingua neerlandese, la quale passò nel medio evo, come le altre lingue d’Europa, per le differenti fasi germanica, normanna, francese, e ne uscì l’olandese attuale, nel quale rimane il fondo dell’idioma primitivo, con qualche impronta latina. Certo v’è una grande somiglianza fra l’olandese e il tedesco, e soprattutto un’infinità di radicali comuni; ma ne differisce molto la sintassi, nell’olandese assai più semplice, e moltissimo la pronunzia. E questa medesima somiglianza è cagione che gli Olandesi parlino per lo più men bene il tedesco che l’inglese o il francese, sia per la difficoltà che nasce dalla facilità dell’equivoco, sia perchè, non dovendo fare un gran sforzo per riuscire a comprendere la lingua e a parlarla per il proprio bisogno, s’arrestan lì, come segue a molti di noi per il francese, che lo parliamo già a dieci anni e non lo sappiamo ancora a quaranta.
È tempo ora d’andar a vedere il Museo di pittura che è il più bel gioiello dell’Aja.
Appena entrati, ci si trova dinanzi alla più celebre di tutte le bestie dipinte: il toro di Paolo Potter; quell’immortale toro che, come ho detto, ebbe l’onore, nel Museo del Louvre, quando c’era la manía di classificare i quadri in una sorta di gerarchia di celebrità, d’esser posto accanto alla Trasfigurazione di Raffaello, al san Pietro martire del Tiziano e alla Comunione di san Geronimo del Domenichino; quel toro, che l’Inghilterra pagherebbe un milione di lire, e l’Olanda non darebbe per il doppio; quel toro infine, sul quale furono certamente scritte più pagine che non ci abbia dato pennellate il pittore, e su cui si scrive e si disputa ancora, come se invece d’una immagine fosse una creazione vera e viva d’un nuovo animale.
Il soggetto del quadro è semplicissimo: un toro di grandezza naturale, ritto, col muso rivolto verso chi guarda; una vacca accosciata in terra; alcune pecore, un pastore, un paesaggio lontano.