Intanto le acque salivan già fin quasi all’altezza della diga, facendo un rumore come di soffi, di aneliti, di voci stanche, che pareva mormorassero segreti di mari lontani e di lidi sconosciuti; il vento soffiava più freddo; l’aria cominciava a oscurarsi; e io provavo un desiderio inquieto di ritirarmi da quegli spalti avanzati nell’interno della fortezza. Tirai per la falda il mio compagno che da un’ora stava ritto sur un macigno, e tornammo sulla spiaggia. Entrammo a bere un bicchiere di schiedam in una di quelle botteghe che si chiamano in olandese: Vieni e domanda, dove si vendon vini, salumi, sigari, scarpe, burro, panni, biscotti, un po’ d’ogni cosa; e poi ripigliammo la via di Gravenhagen.


L’altra passeggiata fu la più avventurosa ch’io abbia fatta in Olanda. Un mio carissimo amico dell’Aja m’invitò ad andare a desinar con lui in casa d’un suo parente, il quale gli aveva manifestato il cortese desiderio di conoscermi. Domandai all’amico dove il suo parente stava di casa; mi rispose: “Lontano dall’Aja.” Domandai da che parte, non me lo volle dire; mi disse di trovarmi la mattina seguente alla stazione della strada ferrata, e mi lasciò. La mattina, ci troviamo alla stazione; l’amico prende i biglietti per Leida; arriviamo a Leida, scendiamo, e invece d’entrare in città, pigliamo una strada a traverso la campagna. Allora pregai il mio compagno di svelarmi il segreto; mi rispose che non lo poteva svelare. Sapevo che quando un olandese non vuol dire una cosa, non c’è potenza in terra che gliela faccia dire; mi rassegnai. Era febbraio, tempo chiuso, punta neve; ma tirava un vento impetuoso e freddo che dopo cinque minuti di strada ci ridusse il viso pavonazzo. Era di domenica, la campagna deserta. Si va, si va, si vedon mulini a vento, canali, praterie, casette mezzo nascoste tra gli alberi, con altissimi tetti di stoppia tappezzata di musco. S’arriva a un villaggio; i villaggi olandesi son chiusi da una barriera; s’infila la porticina della barriera, si entra, non c’è nessuno, le porte son chiuse, le finestre hanno le tendine calate, non si sente una voce, non un passo, non un respiro. Si attraversa il villaggio, si passa davanti a una chiesa tutta coperta d’edera come una capanna di giardino, nella quale, guardando per uno spiraglio della porta, si vede un ministro protestante, in cravatta bianca, che predica, e dei contadini coi visi rigati d’oro, di verde o di porpora dalla luce delle vetrate colorite. Si va oltre per una bella strada di mattoni, si vedono antenne per i nidi delle cicogne, palafitte piantate dai contadini perchè le vacche ci si strofinino, paracarri tinti di color celeste, casette colle tegole di vario colore che forman delle lettere e delle parole, bacini con barchette, ponticelli, chioschi d’uso ignoto, chiesuole con un gran gallo dorato sulla punta del campanile; e non un’anima viva, nè vicino nè lontano. Andiamo innanzi, innanzi; il cielo si rischiara un po’, poi si riabbuia; la luce del sole illumina un canale qui, fa scintillare il tetto d’una casa là, indora un campanile lontano, fugge, ritorna, promette, dice, disdice, fa mille civetterie; e sull’orizzonte si vedono delle striscie oblique di pioggia. Cominciamo a incontrare qualche contadina col cerchio d’oro intorno al capo, il velo sul cerchio, il cappello sul velo, un mazzo di fiori sul cappello, e grandi nastri svolazzanti; qualche carrozza di campagnuoli, dell’antica forma Luigi XV, colla cassa dorata, adorna di sculture e di specchietti; contadini con gran vestito nero e gran zoccoli bianchi; ragazzi con calze di tutti i colori dell’iride. Arriviamo a un altro villaggio pulito, lustro, colorito, colle sue strade ammattonate, e le sue finestre ornate di tendine e di fiori, saliamo in una carrozza e via. Appena usciti, ci coglie una pioggia minuta e diacciata che ci penetra fino alle ossa. Imbacuccati nelle coperte, intirizziti, fradici, arriviamo sulla sponda d’un grande canale, un uomo esce da un casotto, fa salire la carrozza sopra una zattera e ci porta sani e salvi all’altra sponda. La carrozza scende per una larga strada, ci troviamo nel fondo dell’antico mare d’Haarlem, il cavallo corre dove una volta guizzavano i pesci, il cocchiere fuma dove spiravano i naufraghi delle battaglie navali; vediamo di sfuggita canali, villaggi, campi coltivati, un nuovo mondo di cui trent’anni fa non c’era traccia. Dopo un miglio di strada, cessa la pioggia, e comincia a nevicare con una furia non mai veduta; una vera tempesta di neve fitta e dura, che il vento impetuoso ci getta quasi orizzontalmente nel viso. Spieghiamo la tela incerata, apriamo gli ombrelli, ci tappiamo, ci raggomitoliamo; ma il vento butta all’aria tutte le nostre difese e la neve irrompe, c’imbianca e ci agghiaccia dai piedi alla testa. Dopo un lungo giro usciamo dal lago, la neve cessa, arriviamo a un altro villaggio fatto di case da presepio, lasciamo la carrozza, ripigliamo la strada a piedi. Si va, si va, si vedon ponti, mulini, casette chiuse, strade solitarie, praterie immense, e nessuno. Si passa sur un braccio del Reno, si arriva a un altro villaggio tutto sbarrato e silenzioso, si va innanzi non vedendo che qualche viso che ci guarda di dietro i vetri dei finestrini, si esce dal villaggio e ci si trova in faccia alle dune. Il cielo comincia a oscurarsi ed io comincio ad inquietarmi. Domando all’amico dove si va e l’amico mi risponde:—Alla ventura.—C’inoltriamo in mezzo alle dune, per stradicciuole sabbiose e serpeggianti; non si vede più indizio d’abitazione da nessuna parte; si sale, si scende; il vento ci getta la sabbia nel viso, i piedi s’affondano; il paese si fa sempre più arido, accidentato, sinistro. “Ma chi è questo vostro parente,” dico al mio compagno, “dove vive, che cosa fa? Qui c’è sotto qualche diavoleria; non può essere un uomo come un altro; ditemi dove mi conducete.” L’amico non risponde, s’arresta e guarda davanti a sè; guardo io pure e vedo lontano un qualche cosa che somiglia a una casa, sola nel mezzo del deserto, quasi nascosta da un rialto del terreno. Affrettiamo il passo, la casa sparisce e riapparisce come un’ombra. Vi si vedono intorno delle antenne che presentan la forma di patiboli, e il mio amico mi vuol far credere che sono le antenne dei nidi delle cicogne. Arriviamo a un centinaio di passi: vediamo lungo un muro un condotto di legno che par bagnato di sangue; il mio amico mi dà ad intendere che è colorito di rosso. La casa è piccola, circondata da uno stecconato; le porte e le finestre son chiuse. “Non entriamo,” dico io; “siamo ancora in tempo, in quella casa c’è qualche stregoneria, badate a quello che fate, guardate in su: io non ho mai visto un cielo così nero.” L’amico non mi dà retta, s’avanza coraggiosamente, io lo seguo. Invece di andar verso la porta, piglia una scorciatoia; ci scoppia alle spalle un feroce latrar di cani, ci mettiamo a correre, attraversiamo una foresta di cespugli, saltiamo un muricciuolo, picchiamo a una porticina. “Siamo ancora in tempo!” esclamo. “È tardi!” mi risponde l’amico. La porta s’apre, non c’è nessuno; saliamo per una scaletta a chiocciola, entriamo in una stanzina.... Oh dolce meraviglia! Il solitario, lo stregone, era un giovanotto allegro e gentile; e la casa diabolica era una villetta piena di comodi, calda, luccicante, sibaritica, una vera palazzina fatata, nella quale il nostro ospite si raccoglieva alcuni mesi dell’anno a fare studi ed esperienze per infertilire le dune. Che gusto era veder quel freddo deserto a traverso una finestrina colle tende frangiate e coi vasi di fiori! Entrammo nel salotto da pranzo e sedemmo intorno a una tavola scintillante di argenteria e di cristalli, sulla quale, in mezzo a una corona di bottiglie blasonate e dorate, fumava un desinare da principi. La neve batteva contro i vetri delle finestre, s’udiva il lamento del mare, e il vento infuriava intorno alla casa, che pareva d’essere in un bastimento nel forte della burrasca. Si propinò all’infertilimento delle dune, ai vincitori di Atchin, alla prosperità delle colonie, alla memoria di Nino Bixio, alle fate.... Eppure un po’ d’inquietudine mi rimaneva ancora. Il nostro ospite, per chiamare il cameriere, toccava un ordigno nascosto; per avvertire il cocchiere che preparasse la carrozza, diceva non so che parole in un buco della parete; e questi armeggíi non mi piacevano. “Mi rassicuri” gli dicevo; “mi dica che questa casa esiste davvero; mi prometta di non far lo scherzo di farla sparire, non lasciando più che un buco nella terra e un puzzo di zolfo nell’aria! Mi giuri che dice le sue orazioni tutte le sere!” Non posso ridire le risa, l’allegrezza, i discorsi stravaganti che si succedettero fino a notte avanzata accompagnati dal tintinnío dei bicchieri e dal fragore della tempesta. Infine giunse il momento di partire, scendemmo, e ci cacciammo in un carrozzone che si slanciò a traverso il deserto. La terra era tutta coperta di neve, le dune disegnavano i loro contorni bianchi sul cielo tenebroso, la carrozza scorreva senza far rumore in mezzo a mille forme strane e indistinte, che si succedevano rapidamente al chiarore della lanterna, e pareva che si trasformassero l’una nell’altra; e in quell’ampia solitudine regnava un silenzio morto, che impediva la parola. Dopo molto andare, si cominciò a vedere qualche casa; s’arrivò a un villaggio; s’attraversarono due o tre strade deserte, fiancheggiate da casette coperte di neve, con qualche rara finestra illuminata, che lasciava vedere delle ombre umane; e finalmente s’arrivò a una stazione della strada ferrata, di dove arrivammo in pochi minuti all’Aja, coll’illusione di aver fatto un lunghissimo viaggio a traverso un paese favoloso. L’ho da dire? Se mi chiedessero di giurare che quella casa in mezzo alle dune, ora che scrivo, c’è ancora, domanderei dieci minuti per pensarci. È vero che il padrone ebbe la gentilezza di venirmi a salutare alla stazione, il giorno che partii dall’Aja, e che guardandolo bene alla luce del giorno, non gli vidi nulla di strano; ma chi non conosce gli scambietti, le simulazioni, le mille arti di quei.... Nel nome del padre, del figliuolo e dello spirito santo.


Vidi finalmente l’inverno olandese, non come l’avevo sperato partendo dall’Italia, perchè fu mitissimo; ma pure tale da presentarmi l’Olanda nell’aspetto in cui sogliamo raffigurarcela noi del mezzogiorno d’Europa.

La mattina per tempo, la prima cosa che dà nell’occhio nelle strade bianche e silenziose, son le innumerevoli impronte di zoccoli lasciate nella neve dai ragazzi che vanno a scuola, impronte che paiono di zampe d’elefante, tanto gli zoccoli son grandi; e che per lo più si succedono in linea diritta, ciò che dimostra che gli scolari vanno a scuola per la via più corta, senza fare il chiasso, da olandesini sodi e zelanti. Si vedon file di bimbi imbacuccati in grosse ciarpe, col capo mezzo nascosto nelle spalle, tutti in un gomitolo, a braccetto a due a due, o a tre a tre, o uniti in gruppi serrati come un mazzo di asparagi, nei quali non si vedono che punte di nasi ed estremità di libri. Spariti che sono i ragazzi, le strade rimangono deserte per qualche tempo, perchè gli Olandesi, sopratutto d’inverno, non hanno l’abitudine di levarsi molto presto. Si può camminare per un pezzo senza incontrare nessuno, e senza sentire il più leggero rumore. La neve, in mezzo a quelle case di color rosso, pare d’una bianchezza più viva; e le case, con tutti i rilievi segnati di una linea bianca purissima, colle teste di legno delle botteghe che sembrano imparruccate di bambagia, colle catene dei paracarri, che somiglian festoni d’ermellino, presentano un aspetto dei più strani. Nei giorni di gelo, quando splende il sole, le facciate luccicano di pagliuole d’argento; i ghiacci ammucchiati sulle sponde dei canali brillano dei colori dell’iride; e gli alberi scintillano d’infinite piccole perle, come le piante dei giardini fatati delle mille e una notte. Allora è bello passeggiare nel bosco dell’Aja, verso il tramonto, sulla neve indurita che scricchiola sotto i piedi come polvere di marmo, in mezzo ai grandi faggi sfrondati e bianchi, che presentano l’immagine d’una cristallizzazione gigantesca, e gettano sui viali lumeggiati di color di rosa dal sole cadente, delle ombre azzurre e violette, picchiettate di miriadi di puntini risplendenti come diamanti. Ma nulla vale lo spettacolo della campagna olandese vista la mattina, dopo una grande nevata, dall’alto d’un campanile. Sotto un cielo grigio e basso, si vede quell’immensa pianura bianca, dove non appare più traccia nè di strade, nè di sentieri, nè di case, nè di canali; ma solo prominenze e depressioni, che lasciano indovinare vagamente, come i rilievi e le pieghe d’un lenzuolo, le forme delle case nascoste; e quella infinita bianchezza non è macchiata che da nuvoli di fumo che escono qua e là quasi timidamente dalle case lontane, come per annunciare a chi guarda che sotto quel deserto di neve palpita ancora la vita umana.

Ma non si può parlare dell’inverno in Olanda, senza dire di ciò che costituisce l’originalità e l’attrattiva principale della vita invernale di quel paese: ossia il patinamento, orrenda parola, alla quale sostituirei volentieri quella di sdrucciolamento, per non farmi dar sulle dita dai lettori puristi, se non temessi di far ridere tutti gli altri; il che mi pare un danno maggiore.

Il patinamento, in Olanda, non è soltanto un esercizio dilettevole, ma un mezzo ordinario di trasporto. Tutti sanno, per citare un esempio illustre, come se ne siano giovati gli Olandesi nella memorabile difesa della città d’Haarlem. Nei tempi di forte gelo, i canali si cangiano in strade, e gli zoccoli ferrati fanno l’uffizio di barca. Scivolando, il contadino va al mercato, l’operaio al lavoro, il piccolo negoziante agli affari; intere famiglie vanno dalla campagna alla città coi loro sacchi e le loro ceste sulle spalle o sulle slitte. L’esercizio di scivolare sul ghiaccio è per loro altrettanto abituale e facile che quello del camminare; e scivolano con una rapidità che appena si segue cogli occhi. Negli anni passati si facevano spesso delle scommesse fra i più abili patinatori olandesi a chi, scivolando sui canali che fiancheggiano la strada ferrata, andasse alla pari col treno; e la maggior parte delle volte i patinatori, non solo non gli rimanevano indietro, ma per un certo tratto lo precedevano. V’è gente che va scivolando dall’Aja ad Amsterdam e ritorna all’Aja nella stessa giornata; studenti d’università che parton la mattina da Utrecht, vanno a desinare ad Amsterdam e ritornano a casa prima di sera; fu fatta e vinta più volte la scommessa di andare da Amsterdam a Leida in poco più d’un’ora. E non è solamente ammirabile la rapidità, che a detta di coloro i quali hanno provato ad attaccarsi al bastone di qualche patinatore famoso, è tale da dar le vertigini; è ammirabile pure la sicurezza colla quale si percorrono quelle grandi distanze. V’hanno dei contadini che fan quelle corse da una città all’altra di notte. Vi son dei giovani che vanno da Rotterdam a Gouda; a Gouda comprano una lunghissima pipa di gesso; e poi tornano a Rotterdam colla pipa intatta fra le mani. Qualche volta, passeggiando lungo un canale, si vede passare come una saetta una figura umana che sparisce appena vista; ed è una contadinella che porta il latte a una casa di città.

Vi son poi le slitte d’ogni grandezza e d’ogni forma; quelle spinte di dietro da un patinatore, quelle tirate dai cavalli, quelle messe in moto per mezzo di due bastoni ferrati dalla stessa persona che ci sta seduta; carri e carrozze, private delle ruote, e poste su due assicelle, colle quali scivolano colla rapidità delle altre slitte. In occasioni di feste, si son persino veduti correre sulla neve per le strade dell’Aja i bastimenti di Scheveningen. Altre volte si facevan correre sul ghiaccio dei grandi fiumi bastimenti a vela spiegata, i quali andavano con una velocità così grande, che i visi della gente a bordo eran ridotti dalla sferza del vento in uno stato da far raccapriccio; ed eran pochi i temerarii che ardissero di mettersi a quella prova.

Le più belle feste, in Olanda, si fanno sul ghiaccio. A Rotterdam, quando la Mosa è gelata, diventa un luogo di convegno e di piaceri. La si spazza dalla neve in modo che riman netta come un pavimento di cristallo; vi si rizzan caffè, trattorie, padiglioni, baracche da spettacoli; la notte s’illumina; il giorno v’è un formicaio di patinatori d’ogni età, d’ogni sesso e d’ogni ceto. In altre città, e soprattutto nella Frisia, che è la terra classica dell’arte, vi sono società di patinatori e di patinatrici, che istituiscono gare pubbliche e premi. Si piantano antenne e bandiere lungo i canali, si rizzano steccati e tribune; accorre una moltitudine immensa di popolo dai villaggi e dalle campagne; assiste il fiore della cittadinanza; le bande suonano; i patinatori si presentano vestiti d’un costume particolare, le donne in calzoni; si fanno le corse di uomini soli, poi di donne fra loro, poi di uomini e di donne accoppiati; e i nomi dei vincitori e delle vincitrici sono iscritti nei fasti dell’arte e rimangon famosi per molti anni.