In Olanda vi sono due scuole di patinamento affatto diverse: la scuola olandese propriamente detta e la scuola frisona, ciascuna delle quali si serve d’una forma particolare di zoccoli. La scuola frisona, che è la più antica, non mira che alla celerità; la scuola olandese non cerca che la grazia. I frisoni vanno rigidi, stecchiti e per diritto, coll’occhio alla mèta, pigliando la spinta in avanti; gli Olandesi vanno a zig-zag, slanciandosi da sinistra a destra e da destra a sinistra con un movimento ondulatorio dei fianchi. Il frisone è la freccia, l’olandese è il razzo matto. Alle donne convien meglio la scuola olandese. Le signore di Rotterdam, d’Amsterdam e dell’Aja sono infatti le più seducenti patinatrici delle provincie unite. Cominciano da bambine, continuano da ragazze e da spose; raggiungono nello stesso tempo il colmo della bellezza e l’apogeo dell’arte, e fanno coi loro zoccolini ferrati schizzar dal ghiaccio le scintille amorose che vanno a suscitare gl’incendi. Non è che sul ghiaccio che la donna olandese accenni a cadere, e riesce per questo in special modo attraente. V’hanno delle signore, che giungono a un grado di maestria meravigliosa. Chi le ha viste, dice che non è possibile immaginare la grazia degli ondeggiamenti, degli inchini, dei guizzi, delle mille graziette mollissime e vezzosissime che spiegano in quei loro giri e fughe e ritorni di rondini e di farfalle, e come si animi e si trasfiguri la loro tranquilla bellezza in quel turbinío. Ma non tutte riescono, molte non osano mostrarsi in luoghi pubblici, e quelle che da noi otterrebbero i primi onori, là richiamano appena l’attenzione; tanto vi è alta l’arte! Così degli uomini, che fanno ogni sorta di giuochi e di prodezze; alcuni descrivendo coi loro giri figure fantastiche o parole d’amore, altri facendo una piruletta rapidissima, e spiccandosi poi indietro sur una gamba sola per un lunghissimo tratto; altri serpeggiando con infinite vertiginose giravolte in un piccolo spazio curvi, scontorti, ritti, accoccolati, come fantocci di gomma mossi da una molla segreta.
Il primo giorno che i canali e i bacini presentano uno strato di ghiaccio abbastanza solido da poterci scivolare, è per le città olandesi un giorno di festa. Dei patinatori mattinieri, che han fatto gli esperimenti allo spuntar del giorno, spargono la voce; i giornali l’annunziano; frotte di ragazzi si sparpagliano per le strade gettando grida di allegrezza; i servitori, le serve chiedono ai loro padroni il permesso d’uscire coll’aria di gente risoluta di ribellarsi a un rifiuto; vecchie signore scordano gli anni e i malanni e corrono ai canali a gareggiare colle amiche e le figliuole; all’Aja, il bacino ch’è nel mezzo della città, vicino al Binnenhof, è invaso da una folla di gente che vi s’intreccia, si confonde, s’urta, si rimescola come una turba presa dalle vertigini; il fiore dell’aristocrazia va a patinare in un bacino in mezzo al bosco; e là volteggiano confusamente in mezzo alla neve ufficiali, signore, deputati, studenti, vecchi, ragazzi, e in mezzo a loro, qualche volta, il principe ereditario; e intorno s’accalcano migliaia di spettatori, la musica accompagna la festa, e l’enorme disco del sole d’Olanda, che volge al tramonto, le manda, a traverso i faggi giganteschi, il suo sfolgorante saluto.
Quando c’è la neve indurita, si fan le corse sulle slitte. Ogni famiglia ne ha una, e all’ora della passeggiata si vedono uscire a centinaia. Passano volando in lunghe file, a due, a tre di fronte; alcune della forma di conchiglia, altre di cigni, di draghi, di barche, di cocchi, dorate e variopinte, tirate da cavalli coperti di ricche pelliccie e di drappi magnifici, colla testa ornata di pennacchi e di nappe e gli arnesi tempestati di chiodi scintillanti; e portan signore vestite di martora, di castoro e di volpe di Siberia. I cavalli scuotono la testa circonfusa dai vapori della traspirazione e la criniera imperlata dal gelo; le slitte saltellano; la neve vola all’intorno simile ad una schiuma d’argento, e il treno splendido e sfrenato passa e dispare come un turbine muto sopra un campo di gigli e di gelsomini. Di notte, quando si fan le corse colle fiaccole, quelle migliaia di fiammelle che volano e s’inseguono per la città silenziosa, gettando lividi bagliori sui ghiacci e sulla neve, offrono l’immagine d’una gran battaglia infernale, alla quale presieda, dalla cima della torre del Binnenhof, lo spettro di Filippo II.
Ma, ahimè! tutto decade, anche l’inverno, e con esso l’arte del patinamento e l’uso delle slitte. Da molti anni agli inverni rigidi s’alternano in Olanda degl’inverni tanto miti, che non solo non gelano più i grandi fiumi; ma neanco i piccoli canali della città. Ne segue che i patinatori, rimasti troppo tempo fuori d’esercizio, non si arrischiano più a dare spettacolo pubblico, quando l’occasione si presenta; e così a poco a poco se ne ristringe il numero, e il bel sesso specialmente si disavvezza dal ghiaccio. Nell’inverno dell’anno scorso non si patinò quasi punto; nell’inverno di quest’anno non s’è fatto un solo concorso, e non si è vista neanche una slitta. Voglia il cielo che questo deplorevole stato di cose non duri, che l’inverno ritorni ad accarezzare l’Olanda colla sua gelida zampa d’orso polare, che la bell’arte del patinare si rialzi col suo manto di neve e colla sua corona di diacciuoli. Annunzio intanto la prossima pubblicazione d’un’opera intitolata Il Patinamento, intorno alla quale lavora da molti anni un deputato degli Stati d’Olanda, opera che sarà la storia, l’epopea e il codice dell’arte, a cui tutti i patinatori e le patinatrici d’Europa potranno attingere insegnamenti e ispirazioni.
Per tutto il tempo che stetti all’Aja frequentai il principale club della città, composto di più di duemila soci, che occupa tutto un palazzo vicino al Binnenhof; e là feci le mie osservazioni sul carattere olandese.
Oltre la biblioteca, la stanza da pranzo e le stanze da gioco, v’è un salone per la conversazione e la lettura dei giornali, pieno zeppo di gente dalle quattro della sera fino a mezzanotte. Vi sono artisti, professori, negozianti, deputati, impiegati, ufficiali. La maggior parte ci vanno a bere un bicchierino di ginepro prima di desinare e ci tornano dopo a pigliare il caffè, e a confortarsi lo stomaco con un altro sorsetto del liquore favorito. Quasi tutti parlano, e pure non si sente che un leggero mormorío, in modo che a occhi chiusi, si direbbe che c’è appena un terzo della gente. Si può fare mille giri per la sala, senza veder fare un gesto concitato, e senza udire una parola un po’ più forte delle altre. A dieci passi di distanza dai crocchi, non ci s’accorge che parlano fuorchè dal movimento delle labbra. Si vedono molti uomini corpulenti, con larghi visi senza baffi, e la barba intorno al collo, che discorrono senza alzar gli occhi dal tavolino, e senza staccar la mano dal bicchiere. Rarissimamente si scopre in mezzo a tutti quei faccioni, una fisonomia viva ed arguta come quella di Erasmo, che pure molti considerano come il vero tipo olandese, e a me pare che non sia.
L’amico che mi aperse le porte del club, mi fece conoscere parecchi soci. La diversità fra il carattere olandese e il nostro si avverte particolarmente nelle presentazioni. Più d’una volta, vedendo la persona a cui ero presentato, fare appena un cenno col capo e poi rimanere muta parecchi minuti, pensai che il mio riverito viso non le fosse andato a genio, e mi sentii nel cuore un eco di cordiale antipatia. Di là a poco, il presentatore se n’andava, lasciandomi a quattr’occhi col mio nemico.—Ora,—pensavo io,—voglio schiattare se gli dico una parola.—Ma il mio vicino, dopo qualche momento di silenzio mi diceva con la più grande serietà:—«Voglio sperare che oggi, s’ella non ha altri impegni, mi farà l’onore di pranzare con me.»—Io cadevo dalle nuvole. Pranzavamo insieme, e il mio anfitrione popolava freddamente la tavola di bottiglie di vino di Bordeaux, del Reno e di Champagne, e non si separava da me prima d’avermi costretto a dir di sì a un altro invito. Altri, ai quali domandavo ragguagli intorno a varie cose, mi rispondevano appena, quasi per farmi capire ch’ero un importuno, tanto che io dicevo tra me:—Vedete un po’ che scompiacenti!—e il giorno dopo mi davano i ragguagli in iscritto, chiari, ordinati, minuti più di quello che io avessi mai desiderato. Una sera pregai un tale di cercare non so che in uno di quei mari di cifre, che si chiamano: «Indicatori delle strade ferrate d’Europa.» Per qualche momento non mi diede risposta: io rimasi mortificato. Poi prese il libro, inforcò gli occhiali, sfogliettò, lesse, notò, sommò, sottrasse con una pazienza da santo per lo spazio d’una mezz’ora; e quand’ebbe finito, mi porse la risposta scritta e rimise gli occhiali nell’astuccio senza proferire una parola.
Molti di coloro coi quali passavo la serata, solevano andar a casa alle dieci a lavorare, e tornare al club alle undici e mezzo per rimanerci fino a un’ora dopo mezzanotte; e quando avevano detto:—debbo andare,—non c’era caso che cangiassero risoluzione. Finivan di scoccare le dieci, erano già fuori della porta; scoccavano le undici e mezzo, ricomparivano sulla soglia. Non è da meravigliare, con quella regolarità cronometrica, che trovino il tempo di far tante cose, senza farne nessuna con furia; e che anche coloro i quali non sono dediti agli studi per istituto di vita, abbiano letto delle intere biblioteche. Non v’è libro inglese, tedesco o francese, per poco che sia importante, ch’essi non lo conoscano. La letteratura francese in particolar modo l’hanno sulla punta delle dita. E quel che si dice della letteratura, si può dire, con più ragione della politica. L’Olanda è uno dei paesi d’Europa dove affluisce un maggior numero di giornali stranieri e forse quello in cui si parla maggiormente degli affari degli altri. Il paese è piccolo e tranquillo, delle novità del giorno s’è presto discorso; dopo dieci minuti la conversazione salta di là dal Reno e corre l’Europa. Ricordo che mi faceva specie udir parlare della caduta del ministro Scialoia e d’altre cose nostre quasi come d’un avvenimento di casa.
Una delle mie prime cure fu di scandagliare i sentimenti religiosi della gente; e trovai, con mia meraviglia, un gran disordine. Come scrisse giustamente, non è molto, un dotto olandese, le idee sovversive d’ogni dommatismo religioso hanno acquistato gran campo in quel paese. Sarebbe però errore il credere che in cui vien meno la fede, sottentri l’indifferenza. Quelli che al Pascal parevano creature mostruose, uomini, cioè, che vivono senza darsi alcun pensiero della religione, come ve n’ha infiniti fra noi, là non ci sono. La questione religiosa che qui non è altro che una questione, là è una battaglia, in cui tutti brandiscono le armi. Tutte le classi della società, uomini e donne, giovani e vecchi si occupano di teologia e tengon dietro alle controversie dei dottori, divorando un prodigioso numero di scritti di polemica religiosa. Questa tendenza del paese si manifesta persino nel Parlamento, dove accade qualche volta che i deputati si combattano con citazioni bibliche, lette in ebraico, tradotte e commentate, e le discussioni degenerino in disquisizioni di teologia. Tutta questa lotta però si agita nelle menti piuttosto che nei cuori; la passione tace; e n’è una prova che l’Olanda, la quale è di tutti i paesi d’Europa quello che ha più sètte religiose, è anche il paese in cui le sètte vivono in migliore accordo, e dove regna la più grande tolleranza. Se ciò non fosse, il partito cattolico non avrebbe fatto tanta strada, come la fece, protetto sulle prime dalla parte liberale, contro l’unica parte intollerante del paese: i Calvinisti ortodossi.