Non conobbi Calvinisti ortodossi, e mi spiace. Non avevo mai prestato fede a quello che si racconta del loro stravagante rigorismo; che vi sian signore, per dirne una, che nascondano con grandi tappeti le gambe dei tavolini, per la ragione che possono richiamare il pensiero dei visitatori a quelle della padrona di casa. Ma è fuor di dubbio che vivono austerissimamente. Molti, per proposito fatto, non mettono mai piede in un teatro nè a un ballo nè in una sala di concerto. Ci son famiglie che la domenica si contentano di mangiare un po’ di carne fredda perchè la cuoca non abbia da trasgredire il precetto del riposo. In molte case, il padrone legge ogni mattina la Bibbia in presenza della famiglia e dei servitori, e pregano tutti insieme. Del resto questa sètta dei Calvinisti ortodossi, che ha quasi tutti i suoi proseliti nell’aristocrazia e fra i contadini, non esercita grande influenza sul paese, come lo prova il fatto che nel Parlamento è inferiore di numero alla parte cattolica, e non può far nulla senz’essa.

Ho parlato del teatro. All’Aja, come nelle altre città d’Olanda, non ci sono grandi teatri, nè grandi spettacoli. Si rappresentano per lo più opere in musica tedesche, cantate da artisti stranieri, commedie e operette francesi. I concerti sono di gran moda. In questo l’Olanda è fedele alle sue tradizioni, perchè come è noto, e lo scrive anche il Guicciardini, già nel secolo XVI i suoi suonatori erano cercati in tutte le corti della Cristianità. Fu detto pure che gli Olandesi hanno una grande attitudine a cantar cori. E dev’essere grande infatti il piacere che provano a cantare insieme, se è proporzionato all’avversione che hanno di cantar soli, perchè non mi ricordo d’aver mai sentito per le strade di una città olandese, in nessuna parte, a nessuna ora, canterellare un’arietta; se non da monelli che cantavano per dar la baia agli ubriachi: rari anche questi, fuorchè nelle occasioni di feste.

Ho detto delle opere e delle commedie francesi. All’Aja, non solamente gli spettacoli, ma la vita pubblica è quasi interamente francese. Rotterdam ha l’impronta inglese, Amsterdam l’impronta tedesca, l’Aja l’impronta parigina; così che è giusto il dire che il popolo delle grandi città olandesi riunisce e contempera le qualità e i difetti dei tre grandi popoli vicini. All’Aja, in molte famiglie dell’alta società, si parla sempre il francese; in altre si affettano dei francesismi, come in qualche città dell’Italia settentrionale; l’indirizzo delle lettere si scrive per lo più in francese; v’è infine una parte della società, cosa non rara nei paesi piccoli, che ostenta un certo disprezzo per la lingua, per la letteratura, per l’arte nazionale; e amoreggia una patria adottiva di là dalla Mosa e dal Reno. Le simpatie però son divise. La classe elegante propende più verso la Francia, la dotta verso la Germania, e la mercantile verso l’Inghilterra. Per la Francia scemarono le simpatie dopo la Comune; contro la Germania nacque e fermenta ancora una segreta animosità generata dal timore che le sue mire conquistatrici si volgano sull’Olanda; e temperata dalla comunanza degl’interessi contro il Cattolicismo clericale.

Quando si dice che l’Aja è una città mezza francese, conviene intendere dell’apparenza. In fondo, il carattere olandese predomina. Benchè sia una città ricca, elegante e gaia, non è città di chiassi, nè dissipazioni, nè scandali, nè duelli. La vita v’è più varia e più viva che nelle altre città olandesi; ma punto meno tranquilla. I duelli che seguono all’Aja si contano sulle cinque dita della mano di dieci in dieci anni, e in quei pochi c’entra per lo più un ufficiale come prima cagione. Nondimeno, per far vedere quanto è potente anche in Olanda questo pregiudizio feroce, come dice il Rousseau, che l’onore stia sulla punta della spada; ricordo una discussione fra parecchi Olandesi, a cui diede luogo una mia domanda. Quando chiesi se l’opinione pubblica in Olanda era ostile al duello, mi risposero tutti a una voce:—ostilissima;—ma quando volli sapere se un giovane della buona società, il quale non accettasse una sfida, sarebbe universalmente lodato, trattato ancora, da tutti, cogli stessi riguardi e collo stesso rispetto di prima, sostenuto, insomma, dall’opinione pubblica in modo da non doversi mai pentire della sua condotta, allora cominciarono le discussioni. Chi mi rispose debolmente di sì, chi risolutamente di no; ma la maggior parte propendevano al no. Dal che mi parve di poter concludere, che se in Olanda seguon pochi duelli, non deriva tanto, com’io credeva, da un disprezzo universale e assoluto del pregiudizio feroce; quanto dalla rarità dei casi in cui due cittadini si lasciano condurre dalla passione, alla necessità di ricorrere alle armi; ciò che dipende dalla natura più che dall’educazione. Anche nelle polemiche pubbliche e nelle discussioni private violentissime, si giunge raramente all’insulto personale; e nelle battaglie del Parlamento, qualche volta accanite, i deputati si dicono delle impertinenze secche, ma con calma, senza far rumore; impertinenze, sto per dire, che consistono più nella cosa che nella parola, e feriscono senza far strillare.

Nelle conversazioni al club, mi faceva specie, sulle prime, di non udir mai nessuno che parlasse per parlare. Quando uno apriva bocca, era per fare una domanda, o per dare una notizia, o per esporre un’osservazione. Quell’arte di fare d’ogni idea un periodo, d’ogni fatto un racconto, d’ogni bazzecola una quistione, nella quale noi italiani, francesi e spagnuoli siamo maestri, là è affatto sconosciuta. La conversazione non è uno scambio di suoni, ma un commercio di cose, e nessuno fa il menomo sforzo per parer dotto, facondo, arguto. In tutto il tempo che stetti all’Aja non mi ricordo d’aver inteso che una sola arguzia, e fu d’un deputato, il quale parlandomi dell’alleanza degli antichi Batavi coi Romani disse:—Noi siamo sempre stati amici delle autorità costituite.—Eppure la lingua olandese si presta ai calembours; in prova di che ho inteso citare il caso d’una bella signora straniera la quale domandando un guanciale a un giovane barcaiuolo del trekschuit, non pronunziò bene la parola, e disse invece di guanciale, bacio, che in olandese suona quasi lo stesso, e fu appena in tempo a chiarire l’equivoco, chè il barcaiuolo s’era già pulito la bocca col rovescio della mano.

Studiando il carattere olandese, non mi parve che fosse vero quello che avevo letto in più libri, che gli Olandesi abbian l’abitudine di parlare con fastidiosa prolissità dei loro malanni; chè anzi essi deridono per questo difetto i Tedeschi; e che siano egoisti ed avari. A sostegno di questa seconda accusa, qualcuno adduce il fatto poco credibile che durante una battaglia navale cogl’Inglesi, gli ufficiali della flotta d’Olanda siansi recati a bordo dei bastimenti nemici esausti di provvigioni da fuoco, e v’abbiano venduto, a prezzi esorbitanti, polvere e proiettili; dopo di che fu ricominciato a combattere. Contro quest’accusa d’avarizia, sta il fatto della vita agiata, delle case ricche, dei molti denari spesi in libri ed in quadri; e più ancora della beneficenza larghissima, nella quale la società olandese è incontestabilmente prima in Europa. E non è beneficenza officiale, o che in qualunque modo riceva impulso dal Governo; ma spontanea e liberissima, esercitata da società vaste e potenti che fondarono innumerevoli istituti, scuole, premi, biblioteche, riunioni popolari; che aiutano, prevengono il Governo nell’ufficio dell’istruzione pubblica; che stendono le loro ali dalle grandi città fino ai più umili villaggi, abbracciando tutte le sètte religiose, tutte le età, tutte le professioni e tutte le sventure; una beneficenza, insomma, in virtù della quale non rimane in Olanda un povero senza tetto e un braccio senza lavoro. Tutti gli scrittori, che studiarono l’Olanda, convennero nel dire che non c’è forse altro Stato d’Europa, nel quale scenda, proporzionatamente alla popolazione, una maggior copia di elemosina dalle classi agiate alle classi bisognose.

Non è a dirsi con questo che il popolo olandese non abbia difetti, perchè ne ha, se gli si deve recare a difetto la mancanza di quelle qualità che dovrebbero essere come lo splendore e la gentilezza delle sue virtù. Si potrebbe trovare nella sua fermezza qualcosa di cocciuto, nella sua probità qualcosa di gretto, nella sua freddezza l’assenza di quella spontaneità di sentimento senza la quale pare che non possa esservi affetto, generosità, grandezza d’animo vera. Ma quanto meglio s’impara a conoscerlo, più si esita a pronunziare quei giudizii, e più si sente crescere per esso il sentimento del rispetto e della simpatia. Il Voltaire ha potuto dire, partendo dall’Olanda, quel motto famoso:—Adieu canaux, canards, canaille;—ma quando dovette giudicar l’Olanda sul serio, si ricordò di non aver trovato nella sua città capitale «nè un ozioso, nè un povero, nè un dissipato, nè un insolente» e di aver visto per tutto «il lavoro e la modestia.» Luigi Napoleone proclamava che in nessun popolo d’Europa era innato come nell’olandese il buon senso e il sentimento della giustizia e della ragione; il Descartes gli faceva il più grande elogio che possa fare un filosofo ad un popolo, dicendo che in nessun paese si gode d’una più grande libertà che in mezzo agli Olandesi; Carlo V, la più bella lode che possa dare ad un popolo un Sovrano, dicendo che sono «ottimi sudditi; ma pessimi schiavi.» Un inglese scrisse che gli Olandesi ispirano una stima che non può giungere fino all’affetto. Forse egli non li stimava abbastanza.


Non nascondo che fra le cagioni della mia simpatia v’è quella d’aver trovato che l’Italia è assai più conosciuta in Olanda ch’io non osassi sperare. Non solamente la rivoluzione d’Italia vi ebbe un eco favorevole, com’è di ragione che accadesse presso un popolo indipendente, libero e ostile al Papato; ma gli uomini e gli avvenimenti italiani degli ultimi tempi, non vi son meno conosciuti che quei di Francia e di Germania. Le principali gazzette, che hanno un corrispondente fra noi, ragguagliano minutamente il paese intorno alle cose nostre. Si vedono in molti luoghi ritratti dei nostri più illustri concittadini. Nè è minore della conoscenza politica la letteraria. Lasciando stare che la lingua italiana si cantava nelle Corti degli antichi conti d’Olanda, che nel bel secolo della letteratura olandese era in grande onore presso i letterati, e che parecchi dei più illustri poeti di quel tempo scrissero lettere e versi italiani o imitarono la nostra poesia pastorale; la lingua italiana si studia ancora da molti oggigiorno, e non è raro il trovare chi la parla, e men raro ancora il veder libri nostri sul tavolino delle signore. La Divina Commedia, che venne in voga particolarmente dopo il 1830, ha due traduzioni, tutt’e due in terzine rimate, una delle quali è opera d’un Hacke van Mijnden, che consacrò a Dante tutta la vita. La Gerusalemme Liberata ha una traduzione in ottave d’un pastore protestante Ten Kate, e n’ebbe un’altra inedita e perduta, di Maria Tesseeschave, la grande poetessa del secolo XVII e amica intima del primo poeta olandese, Vondel, dal quale fu consigliata e aiutata a tradurre. Del Pastor fido vi sono almeno cinque traduzioni di autori diversi; parecchie dell’Aminta; e facendo un salto, almeno quattro delle Mie Prigioni, e una bellissima dei Promessi Sposi; romanzo che pochi Olandesi non lessero o nella propria lingua, o nella francese o nella nostra. E per citare ancora una cosa che ci riguarda, v’è un poema intitolato Firenze, scritto per l’ultimo centenario di Dante, da uno dei più eletti poeti olandesi dei nostri giorni.