Qui cade a proposito di dir qualcosa della letteratura olandese.
L’Olanda presenta una singolare sproporzione tra la forza espansiva della sua vita politica, scientifica, commerciale, e quella della sua vita letteraria. Mentre sotto tutte le altre forme l’opera degli Olandesi traboccò fuori dei confini del paese, sotto la forma letteraria, rimase circoscritta in quei confini. Con una letteratura fecondissima, il che rende il fatto più strano, l’Olanda non ha prodotto, come pur fecero altri piccoli paesi, un sol libro che sia divenuto europeo; quando non si voglia porre fra le opere letterarie quelle dello Spinoza, il solo grande filosofo della sua patria; o considerare come letteratura olandese le dimenticate opere latine di Erasmo di Rotterdam. Eppure se v’è un paese a cui la natura e gli avvenimenti abbiano offerto soggetti atti ad ispirare agl’ingegni qualcuna di quelle opere poetiche che colpiscono l’immaginazione di tutti i popoli, quel paese è l’Olanda. Le meravigliose trasformazioni del suolo, le inondazioni immense, le favolose spedizioni marittime, dovevano generare una poesia originale e potente anche se spogliata delle sue forme native. Perchè ciò non avvenne? Si possono addurre come ragioni l’indole dell’ingegno olandese, che mirando in ogni cosa all’utile, volle troppo spesso piegare anche la letteratura a uno scopo pratico; una tendenza opposta a questa, e forse derivata da questa, a sorvolare troppo al di sopra della natura umana, per non rasentare la terra coi più; una certa naturale circospezione d’ingegno, che diede alla ragione una soverchia prevalenza sulla fantasia; l’amore innato dell’esatto e del finito, che produsse una prolissità in cui si stemprarono le grandi idee; lo spirito di sètta religiosa, il quale vincolò in un cerchio angusto ingegni che eran nati a spaziare sur un vasto orizzonte. Ma nè queste nè altre ragioni fanno sì che non rechi meraviglia il non esserci in tutta la letteratura olandese uno scrittore il quale rappresenti degnamente al cospetto del mondo la grandezza della sua patria; un nome da porre in mezzo a quelli del Rembrandt e dello Spinoza.
Sarebbe un peccato, però, il non tratteggiare almeno le tre principali figure di questa letteratura, due del secolo decimosettimo e una del decimonono, tre poeti originali e differentissimi fra loro, che compendiano in sè tutta la poesia olandese:—il Vondel—il Catz—il Bilderdijk.
Il Vondel è il più grande poeta dell’Olanda. Nacque nel 1587 a Colonia, dove s’era rifugiato suo padre, cappellaio, fuggito da Anversa per sottrarsi alle persecuzioni degli Spagnuoli. Ancora bambino, il futuro poeta ritornò in patria sopra un carretto, insieme con suo padre e sua madre, che lo seguivano a piedi pregando e recitando versetti della Bibbia. Fece i suoi primi studi in Amsterdam. A quindici anni godeva già d’una bella fama di poeta; ma le sue opere illustri non datano che dal 1620. Fino all’età di trent’anni, non sapeva che la propria lingua; imparò più tardi il francese e il latino e si diede con ardore agli studi classici; a cinquant’anni si dedicò al greco. La sua prima tragedia (poichè fu principalmente poeta tragico) intitolata La distruzione di Gerusalemme, non ebbe molta fortuna. La seconda, intitolata Palamede, nella quale era adombrata la storia pietosa e terribile di Olden Barneveld vittima di Maurizio d’Orange, gli attirò un processo criminale; per cui fuggì e rimase nascosto fin che uscì la sentenza inaspettatamente mite che lo condannava a trecento fiorini di multa. Nel 1627 fece un viaggio in Danimarca e in Svezia, dove fu accolto con onore da Gustavo Adolfo. Undici anni dopo inaugurò il teatro d’Amsterdam con un dramma d’argomento nazionale Gilberto d’Amstel, che si rappresenta ancora una volta all’anno in omaggio alla sua memoria. Gli ultimi anni della sua vita furono infelicissimi. Le dissipazioni di suo figlio avendolo ridotto in strettezze, il povero vecchio stanco dagli studi e affranto dai dolori, fu ridotto a mendicare un meschino impiego nel Monte di Pietà. Pochi anni prima di morire abbracciò la fede cattolica, e acceso da una nuova ispirazione scrisse la tragedia Le Vergini, e un poema, che è una delle migliori sue opere, intitolato i Misteri dell’altare. Morì vecchissimo e fu seppellito in una chiesa d’Amsterdam, dove un secolo dopo gli fu eretto un monumento. Oltre le tragedie, scrisse canti guerreschi alla patria, agli illustri marinai olandesi, al principe Federico Enrico. Ma la sua principal gloria è il teatro. Ammiratore della tragedia greca, conservò nelle sue l’unità, i cori, il soprannaturale, sostituendo al destino la Provvidenza, agli Dei vendicatori e propizi, i demoni e gli angeli, i buoni e i cattivi geni del Cristianesimo. Quasi tutti i soggetti tolse dalla Bibbia. Il suo capolavoro è la tragedia Lucifero, rappresentata due volte, malgrado le quasi insuperabili difficoltà della rappresentazione, nel teatro d’Amsterdam, e poi fatta interdire dal clero protestante; tragedia che ha per soggetto la ribellione di Lucifero, e personaggi i buoni e i cattivi angeli. Come in questa, nelle altre, vi son descrizioni fantastiche piene d’immagini splendide, squarci di eloquenza potente, bei cori, pensiero vigoroso, frase solenne, verso ricco e sonante, e qua e là barlumi e lampi di genio. Per contro, un misticismo qualche volta oscuro e freddo; il disaccordo dell’idea cristiana colla forma pagana; il lirico che soverchia il drammatico; il buon gusto sovente offeso; e più di tutto, un pensare e un sentire, che per mirare al sublime, elevandosi troppo alto dalla terra, sfugge all’intelletto ed al cuore umano. Malgrado ciò, la precedenza istorica, l’originalità, il patriottismo ardente, la vita travagliata e nobile, fecero il Vondel grande e venerato nella sua patria, che lo considera come la più eminente personificazione del genio nazionale, e lo mette con amoroso ardimento accanto ai primi poeti delle altre letterature.
Il Vondel è la più grande, Jacob Catz è la più schietta personificazione del genio olandese; e non è solo il più popolare dei poeti del suo popolo, ma tale è la di lui popolarità, che si può affermare non esservi in nessun altro paese, non escluso il Cervantes in Spagna e il Manzoni in Italia, uno scrittore più generalmente noto e più costantemente letto di lui; e si può aggiungere, che non v’è forse un altro poeta al mondo, la cui popolarità sia più necessariamente ristretta nei confini della propria patria. Jacob Catz nacque nel 1577, di famiglia patrizia, a Brouwershaven, città della Zelanda. Studiò legge, divenne pensionario di Middlebourg, andò ambasciatore in Inghilterra, fu gran pensionario di Olanda, ed esercitando con zelo e rettitudine esemplare quest’alti uffici coltivò amorosamente la poesia. La sera, dopo aver trattato degli affari dello Stato coi deputati delle provincie, si raccoglieva in casa a far versi. A settantacinque anni, chiese di essere esonerato dalle cariche, e quando lo Statoldero gli annunziò con parole onorevoli che la sua domanda era stata esaudita, egli cadde in ginocchio al cospetto dell’Assemblea degli Stati e ringraziò Iddio che l’avea sempre protetto nel corso della sua lunga e faticosa vita politica. Pochi giorni dopo si raccolse in una sua villa, dove godette una vecchiezza tranquilla e onorata, studiando e poetando fino al 1660, anno in cui morì, più che ottuagenario, pianto da tutta Olanda. Le sue poesie formano parecchi grossi volumi. Sono favole, madrigali, racconti, misti di storia e di mitologia, sparsi di descrizioni, di citazioni, di sentenze, di precetti; pieni di bontà, d’onestà e di dolcezza, e scritti con semplicità ingenua e delicata arguzia. Il suo volume è il libro della saggezza nazionale, la seconda Bibbia del popolo olandese, un manuale che insegna a vivere onesti ed in pace. Egli dà consigli a tutti; al ragazzo come al vecchio, al mercante come al principe, alla padrona di casa come alla serva, al ricco come al mendico. Insegna a spendere, a risparmiare, a far le faccende di casa, a governar la famiglia, ad educare i figliuoli. È nello stesso tempo amico, padre, direttore spirituale, maestro, economo, medico, avvocato. Ama la natura modesta, i giardini, i prati, adora sua moglie, lavora, è soddisfatto di sè e degli uomini, e vuole che tutti sian contenti come lui. Le sue poesie si trovano in tutte le case olandesi, accanto alla Bibbia. Non c’è capanna di contadino nella quale il capo della famiglia non ne legga qualche verso ogni sera. Nei giorni di dubbio e di tristezza tutti cercano e trovano un conforto nel loro vecchio poeta. Egli è l’amico intimo del focolare, il compagno assiduo dell’infermo; il suo è il primo libro sul quale si avvicinano i volti dei fidanzati; i suoi versi sono i primi che legge il bambino e gli ultimi che pronunzia il nonno. Nessun poeta fu più amato di lui. Ogni olandese sorride a udir rammentare quel nome, e non v’è straniero che sia stato in Olanda, il quale non lo pronunzi con un sentimento di simpatia e di rispetto.
Il terzo, Bilderdijk, nato nel 1756, morto nel 1831, fu uno dei più meravigliosi intelletti che siano mai apparsi nel mondo. Poeta, storico, filologo, critico, astronomo, chimico, medico, teologo, antiquario, giureconsulto, disegnatore, incisore, uomo inquieto, vagabondo, capriccioso, violento, la sua vita non fu che un’investigazione, una trasformazione, una battaglia perpetua del suo vastissimo ingegno. Giovanetto, e già poeta famoso, lascia la poesia, si getta nella politica, emigra collo Statoldero in Inghilterra e fa il maestro a Londra per vivere. Stanco dell’Inghilterra, va in Germania; seccato del romanticismo tedesco, torna in Olanda, dove Luigi Napoleone lo colma di favori. Ma Luigi lascia il trono, Napoleone il Grande toglie al Bilderdijk la pensione, ed egli è ridotto nella miseria. Domanda una cattedra all’Università di Leida, glie la rifiutano. Infine ottiene dal Governo un piccolo sussidio e continua a studiare, a scrivere, a combattere fino all’ultimo giorno della vita. Le sue opere si compongono di più di trenta volumi di scienza, di arte, di letteratura. Trattò tutti i generi e riuscì in tutti, fuor che nel drammatico. Allargò la critica storica, scrivendo una delle più belle storie nazionali che possegga il suo paese. Fece un poema, Il mondo primitivo, composizione grandiosa ed oscura, ammiratissima in Olanda. Trattò ogni maniera di quistioni mescolando paradossi stranissimi e verità luminose. Rialzò infine la letteratura nazionale ch’era caduta ai suoi tempi e lasciò una falange di discepoli eletti che seguirono le sue traccie in politica, in arte, in filosofia. Vi fu per lui in Olanda, più che entusiasmo, fanatismo; e non si può mettere in dubbio ch’ei sia stato, dopo Vondel, il più grande poeta del suo paese. Ma gli fece danno la passione religiosa, l’odio cieco contro le nuove idee, la poesia fatta strumento di sètta, la teologia intromessa in ogni cosa; per il che non s’elevò in quella regione serena e libera fuor della quale il genio non consegue vittorie durevoli e grido universale.
Intorno a questi tre poeti, che hanno in sè i tre vizi principali della letteratura olandese: di perdersi nelle nuvole, o di volare terra terra, o d’impigliarsi nella rete del misticismo, si raggruppano altri infiniti poeti epici, comici, satirici, lirici, i più del secolo decimosettimo, pochissimi del decimottavo; molti dei quali godono d’una grande fama in Olanda; ma di cui nessuno esce abbastanza di schiera, da richiamare l’attenzione dello straniero che passa.