Meritano piuttosto un rapido sguardo i tempi presenti.

Che la critica, spogliando la storia olandese del velo di poesia di cui l’aveva vestita il patriottismo degli scrittori, l’abbia condotta sulla via più larga e più feconda della giustizia; che gli studi filologici siano in altissimo onore e che quasi tutte le scienze abbiano in Olanda dei cultori di fama europea, è cosa che nessun studioso, in Italia, ignora, e che agli altri basta accennare.

Della letteratura propriamente detta, il genere più fiorente è il Romanzo. L’Olanda ha avuto il suo romanziere nazionale, il suo Walter Scott, in Van Lennep, morto pochi anni sono; scrittore di romanzi storici che furono accolti con entusiasmo da tutte le classi della società; pittore efficacissimo di costumi, dotto, arguto, maestro di descrizioni e dialogista ammirabile; ma che sovente è prolisso, si serve di vecchi artifici, adopera scioglimenti forzati e non nasconde sempre abbastanza sè medesimo. L’ultimo suo romanzo, intitolato Le avventure di Nicoletta Zevenster, nel quale, rappresentando magistralmente la società olandese del principio di questo secolo, ebbe l’inaudito ardimento di descrivere una casa innominabile dell’Aja, mise sossopra l’Olanda intera, fu commentato, discusso, vilipeso, levato a cielo; e la battaglia dura ancora. Altri romanzi storici, scrissero uno Schimmel, emulo degno del Van Lennep; e una signora Rosboon Toussaint, scrittrice coltissima, ricca di studi virili e d’ingegno profondo. Malgrado questo, il romanzo storico, anche in Olanda, si può considerar come morto. Miglior fortuna hanno il romanzo di costumi e la novella, nei quali primeggiano un Beets, ministro protestante e poeta, autore d’un libro celebre intitolato la Camera oscura, un Koetsveld, e alcuni giovani di bell’ingegno, a cui contende di levarsi in alto il demonio persecutore della letteratura del giorno: la fretta.

L’Olanda ha ancora un genere di romanzo suo proprio, che si potrebbe chiamare romanzo indiano, il quale ritrae i costumi e la vita dei popoli delle colonie; e di questo genere ne uscirono negli ultimi anni parecchi, che furono accolti con molto plauso nel paese, e tradotti in varie lingue; fra gli altri, il Bel mondo di Batavia, del professore Ten Brink, giovane, dotto e brillante scrittore, del quale vorrei poter parlare diffusamente per attestargli in qualche modo la mia gratitudine e la mia ammirazione. Ma a proposito di romanzi indiani, è bello il notare come in Olanda si veda e si senta a ogni passo qualcosa che rammenta le sue colonie; come un raggio del sole delle Indie penetri a traverso la sua bruma e colori la sua vita. Oltre i bastimenti che portano un soffio di quei paesi nei porti delle sue città, oltre gli uccelli, i fiori, i mille oggetti, che come suoni sparsi d’una musica lontana, fanno balenare alla mente l’immagine d’un’altra natura e d’un’altra razza; non è raro incontrare nelle città d’Olanda, in mezzo ai mille visi bianchi, faccie abbronzate dal sole, di gente nata o vissuta per molti anni nelle colonie; negozianti che parlano con vivacità insolita delle donne brune, dei banani, dei boschi di palme, e dei laghi ombreggiati dalle liane; giovani arditi che si rischiarono in mezzo ai selvaggi dell’isola di Borneo e di Sumatra; scienziati, letterati, ufficiali che parlano degli adoratori dei pesci, degli ambasciatori che portan le teste dei vinti appesi alla cintura, dei combattimenti dei tori e delle tigri, delle furie dei bevitori d’oppio, delle moltitudini battezzate colle pompe; di mille cose strane e mirabili, che fanno un effetto singolare dette da quella gente fredda in quel paese tranquillissimo.

La poesia dopo aver perduto il Da Costa, discepolo del Bilderdijk, poeta religioso ed entusiasta, e il Genestet, poeta satirico, morto giovanissimo, non ha più che pochi campioni della generazione passata, i quali tacciono, o cantano con voce affievolita. In peggiori condizioni è il teatro. Gli artisti olandesi incolti e declamatori, non recitano per lo più che drammi o commedie tedesche o francesi, male tradotte, che l’alta società non va a sentire. Scrittori olandesi di molto ingegno, come l’Hofdijk, lo Schimmel, lo stesso Van Lennep, scrissero commedie per molti lati pregevoli; ma che non piacquero abbastanza per rimaner vive sulle scene. La tragedia non è in migliori condizioni della commedia o del dramma.

Da quanto ho detto, parrebbe che in Olanda non ci dovess’essere un grande movimento letterario; e c’è invece grandissimo. È incredibile la quantità di libri che si pubblicano ed è meravigliosa l’avidità con cui sono letti. Ogni città, ogni sètta religiosa, ogni consorteria ha la sua rivista o la sua gazzetta. Oltre a questo, una colluvie di libri stranieri; i romanzi inglesi, in mano di tutti; opere francesi di otto, dieci, venti volumi, tradotti nella lingua nazionale, cosa mirabile in un paese dove tutte le persone colte le possono leggere nell’originale, e che prova quanto vi sia l’uso, non solo di leggere, ma di comprare, nonostante che i libri siano assai più cari in Olanda che in altri paesi. Ma è appunto questa sovrabbondanza di pubblicazioni e questa furia di leggere che nuoce alla letteratura. Gli scrittori, per soddisfare l’impaziente curiosità del pubblico, tiran via, e la manía delle letture straniere soffoca e corrompe il genio nazionale. Malgrado ciò, la letteratura olandese ha ancora un grande titolo alla benemerenza della patria: è caduta, ma non s’è pervertita; ha conservato la sua innocenza e la sua freschezza; quello che le manca di fantasia, d’originalità, di splendore, è compensato dalla saggezza, dal rispetto severo del buon costume e del buon gusto, dalla sua amorosa sollecitudine per le classi povere, dall’opera efficacissima colla quale promuove la beneficenza e l’educazione civile. Altre letterature sono grandi piante vestite di fiori odorosi; la letteratura olandese è un piccolo albero carico di frutti.


La mattina che partii dall’Aja, la seconda volta che vi fui, alcuni dei miei più cari amici m’accompagnarono alla stazione della strada ferrata. Il tempo era piovoso. Quando fummo nella sala dei viaggiatori, pochi momenti prima che partisse il treno, ringraziai i miei buoni ospiti delle gentili accoglienze che m’avevan fatte, e poichè sapevo che forse non li avrei mai più riveduti, non potei a meno di esprimere la mia gratitudine con parole affettuose e melanconiche, ch’essi ascoltarono in silenzio. Uno solo m’interruppe per raccomandarmi che mi guardassi dall’umidità. “Venga qualcuno di loro in Italia,” io continuai; “non foss’altro che per darmi l’occasione di mostrargli la mia riconoscenza. Mi facciano questa promessa perchè io possa partire col cuore un po’ consolato. Non parto se qualcuno non mi dice che verrà in Italia.” Si guardarono in viso, e uno rispose a fior di labbra: “Forse.” Un altro mi diede il consiglio di non far mai cambiare l’oro francese nelle botteghe. In quel momento suonò il campanello della partenza. “Dunque addio,” dissi colla voce un po’ commossa, stringendo le mani a tutti “a rivederci; non dimenticherò mai i bei giorni passati all’Aja, riterrò sempre i loro nomi come la più cara memoria del mio viaggio, si ricordino qualche volta di me.”—“Addio,” risposero tutti collo stesso tuono di voce, come se ci fossimo dovuti rivedere il giorno dopo. Salii nel vagone col cuore stretto, m’affacciai al finestrino nel punto che partiva il treno, e li vidi tutti là immobili, muti, col viso impassibile, cogli occhi fissi nei miei. Feci un ultimo saluto, a cui risposero con un leggero cenno del capo, e disparvero ai miei occhi per sempre. Ogni volta che penso a loro, li rivedo, come se li avessi lasciati poc’anzi, in quello stesso atteggiamento, con quei volti gravi e quegli occhi fissi, e l’affetto che sento per essi ha qualche cosa di austero e di triste, come il cielo sotto cui li vidi per l’ultima volta.