LEIDA.
La campagna tra l’Aja e Leida è come tra Rotterdam e l’Aja, tutta una pianura verdissima, macchiettata dal rosso vivo dei tetti e rigata d’azzurro dai canali, con qua e là gruppi d’alberi, mulini a vento, e armenti sparpagliati ed immobili. Si va innanzi, e par sempre d’essere nel medesimo punto, o di riveder luoghi già mille volte veduti. La campagna è silenziosa, il treno scorre lentamente, quasi senza far rumore; nel vagone nessuno parla; alle stazioni, non si sente una voce; a poco a poco la mente cade in una sorta di assopimento, nel quale si dimentica dove s’è e dove si va.—Eppure si dorme in questo paese!—diceva il Diderot viaggiando in Olanda; e questa esclamazione mi venne più volte sulle labbra in quel breve tragitto, sin che intesi gridar:—Leyden,—e scesi in una stazione solitaria e quieta come un convento.
Leida, l’antica Atene del Nord, la Saragozza dei Paesi Bassi, la più vecchia e più gloriosa figliuola dell’Olanda, è una di quelle città in cui, appena entrati, si diventa pensierosi; e non si possono rammentare, anche molto tempo dopo esserci stati, senza ripensarci lungamente; e non ci si può pensare senza tristezza.
Appena entrati, si sente il freddo della città morta. Il vecchio Reno, che l’attraversa dividendola in molte isole congiunte da centocinquanta ponti di pietra, forma dei grandi canali e dei bacini che coprono intere piazze, dove non si vede nè un bastimento nè una barca, così che la città sembra piuttosto che percorsa, allagata dalle acque. Le principali strade sono larghissime e fiancheggiate da case, vecchie e nere, colle solite facciate a punta e a scalini; e in quelle grandi strade, nelle piazze, nei crocicchi, non si vede nessuno o poca gente sparpagliata sur un vasto spazio, come i superstiti d’una città spopolata dalla moría. Nelle piccole strade si cammina per lunghi tratti sull’erba, in mezzo a porte e finestre chiuse, in un silenzio profondo come nelle città delle favole, dove tutti gli abitanti sono immersi in un sonno soprannaturale. Si passa sopra ponti erbosi, lungo canaletti coperti d’un tappeto verde, per piazzette che paiono cortili di convento; e poi, a un tratto, si riesce all’aperto, in una strada larga come un viale di Parigi; e da questa daccapo nel labirinto delle strade strette. Di ponte in ponte, di canale in canale, di isola in isola, si gira per ore ed ore cercando sempre la vita e lo strepito dell’antica Leida, e non si trova che la solitudine, il silenzio e l’acqua, che riflette la tetra maestà della città decaduta.
Dopo un lungo giro riuscii in una vasta piazza, dove faceva gli esercizi uno squadrone di cavalleria. Un vecchio cicerone che m’accompagnava, mi fermò, all’ombra d’un albero, e mi disse che quella piazza, chiamata in olandese La Rovina, ricordava una grande sventura per la città di Leida. “Prima del 1807—brontolò in un francese stentato, e con un tuono di maestro di scuola, tutto proprio dei ciceroni olandesi;—questo grande spazio era tutto coperto di case, e il canale che ora attraversa la piazza passava allora nel mezzo della strada. Il giorno 12 gennaio del 1807 un bastimento carico di polvere ch’era qui di stazione, scoppiò; e ottocento case, con parecchie centinaia di abitanti, saltarono in aria, e così si formò la piazza. E tra quegli abitanti c’era l’illustre storico Giovanni Luzac che fu poi seppellito nella chiesa di san Pietro, con una bella iscrizione; e tra le case che saltarono in aria v’era quella della famiglia Elzevirs, la gloria della tipografia olandese.”—La casa degli Elzevirs!—dissi tra me con grata sorpresa; e pensai a certi bibliofili che conoscevo in Italia, i quali sarebbero stati felici di premere col piede la terra che aveva sorretto quella casa illustre, da cui uscirono i piccoli capolavori tipografici che essi cercano, sognano e accarezzano con tanto amore; quei libricciuoli che paiono stampati con caratteri adamantini; quei modelli di finezza e di precisione, nei quali un errore tipografico è un portento che ne duplica il pregio e il valore; quelle meraviglie di politipi, di contorni, di baffi, di fioroni, di fondi di lampada, di cui essi parlano con voce commossa, e cogli occhi luccicanti!
Uscendo da quella piazza entrai nella Breedestraat, la più grande strada di Leida, che attraversa la città da un capo all’altro in forma d’un’esse; e arrivai dinanzi al Palazzo Municipale, che è uno dei più curiosi edifizi olandesi del secolo decimosesto. A prima vista pare una decorazione da palco scenico, e contrasta spiacevolmente coll’aspetto grave della città. È un palazzo basso e lungo, color cinerino, con una facciata nuda, sull’alto della quale corre una balaustrata di pietra, e su questa s’innalzano obelischi, piramidine, frontispizii aerei ornati di statue grottesche, che formano una sorta di merlatura fantastica intorno a un tetto ripidissimo. In dirittura dell’entrata principale, s’alza un campanile composto di parecchi piani rientranti l’un nell’altro, che gli danno l’aspetto d’un altissimo chiosco, con sulla cima una enorme corona di ferro, della forma d’un pallon volante rovesciato, sormontata da un’asta. Sopra la porta, alla quale si giunge per due scale, v’è un’iscrizione olandese che rammenta la fame patita dalla città nel 1574, con centotrent’una lettera, che corrispondono ai giorni della durata dell’assedio.
Entrai nel palazzo, girai per varie sale e corridoi senza vedere anima viva e senz’udire un rumore il quale desse indizio ch’era abitato, sin che incontrai un usciere che mi si mise ai fianchi, e fattomi attraversare uno stanzone dov’erano parecchi impiegati immobili come automi, mi condusse nella sala delle curiosità. Il primo oggetto che mi diede nell’occhio, fu una tavola sconnessa, sulla quale lavorò, se è vera la tradizione, quel famoso sarto Giovanni di Leida, che mise sottosopra il paese, sul principio del secolo decimosesto, come aveva fatto, cinque secoli prima, il Tanchelyn, di oscena memoria; quel Giovanni di Leida, capo degli anabattisti, il quale difese contro il vescovo conte di Waldeck, la città di Munster, dove lo avevano eletto re i suoi partigiani fanatici; quel pio profeta, che ebbe un serraglio di donne, e ne fece decapitar una, perchè s’era lamentata della carestia; quel Giovanni di Leida, infine, che morì all’età di 26 anni straziato colle tanaglie roventi, e il suo cadavere, posto in una gabbia di ferro sulla cima d’una torre, fu divorato dai corvi. Egli non era però giunto a destare il fanatismo che aveva destato il Tanchelyn, al quale le donne, persuase di far cosa grata a Dio, si prostituivano al cospetto dei loro mariti e delle loro madri; e gli uomini libavano come una bevanda purificatrice l’acqua nella quale egli aveva lavato la sua sconcia persona.