In altre sale vi sono dipinti dell’Hinck, di Francesco Mieris, del Cornelis Engelbrechtsen, e un Giudizio universale di Luca di Leida, il patriarca della pittura olandese, il primo che afferrò le leggi della prospettiva aerea, valente colorista e incisore di grandissima fama, al quale è a sperarsi che siano state perdonate nel mondo di là le Marie e le Maddalene ignobilmente brutte, i santi burleschi e gli angeli stravolti, di cui popolò i suoi quadri. Anch’egli, come quasi tutti i pittori olandesi, ebbe una vita piena di avventure. Viaggiò per l’Olanda in una barca propria; in ogni città riuniva a banchetto i pittori; fu, o credette d’essere stato avvelenato con un lento veleno dai suoi rivali; stette per anni a letto; dipinse da letto il suo capolavoro: Il Cieco di Gerico guarito da Cristo, e morì due anni dopo, in un giorno memorabile per un caldo prodigioso che spense molte vite e cagionò infiniti malanni.
Uscito dal Palazzo Municipale, mi feci condurre in un castello posto sur una piccola collina che si alza nel mezzo della città, fra le due braccia principali del Reno; ed è la parte più antica di Leida. Questo castello, chiamato dagli Olandesi il Burg, non è altro che una gran torre rotonda e vuota, costruita, secondo alcuni, dai Romani; secondo altri, da un Hengist, duca degli Anglo-Sassoni; e recentemente ristaurata e coronata di merli. La collina è tutta coperta di altissime quercie, che nascondono la torre e impediscono la vista della campagna; soltanto qua e là, guardando a traverso i rami, si vedono i tetti rossi di Leida, la pianura rigata di canali, le dune, i campanili delle città lontane.
Sulla cima di quella torre, all’ombra delle quercie, si sogliono raccogliere gli stranieri per evocare le memorie di quell’assedio che fu «la più lugubre tragedia dei tempi moderni,» e che sembra abbia lasciato nell’aspetto di Leida una traccia incancellabile di tristezza.
Nel 1573 gli Spagnuoli, condotti dal Valdez, posero l’assedio a Leida. Nella città non si trovavano che pochi soldati volontari. Il comando militare era stato affidato al Van der Voes, uomo valoroso e poeta latino di bella fama; il Van der Werf era borgomastro. In breve tempo, gli assedianti costrussero più di sessanta forti in tutti i passi dove si potesse penetrare per acqua o per terra nella città, e Leida si trovò completamente circondata. Ma i Leidesi non si perdettero d’animo. Guglielmo d’Orange aveva fatto dir loro che resistessero almeno per tre mesi, che in questo tempo egli si sarebbe posto in grado di soccorrerli, che la sorte dell’Olanda dipendeva da quella di Leida; e i Leidesi gli avevan promesso di resistere fino agli estremi. Il Valdez mandò ad offrir loro il perdono del re di Spagna, purchè gli aprissero le porte; essi gli risposero con un verso latino: Fistula dulce canit, volucrem dum decipit auceps, e cominciarono a far sortite e ad attaccare combattimenti. Intanto nella città andavano scemando i viveri e il cerchio dell’assedio si restringeva di giorno in giorno. Guglielmo d’Orange che occupava la fortezza di Polderwaert, posta fra Delft e Rotterdam, non vedendo altra via di soccorrere la città, concepì, e ottenne che fosse approvato dai deputati, il disegno di allagare la campagna di Leida, rompendo le dighe dell’Yssel e della Mosa, e scacciando così gli Spagnuoli colle acque, poichè non li poteva scacciare colle armi. Questa disperata risoluzione fu subito messa in atto. Le dighe vennero rotte in sessanta luoghi, le cateratte di Rotterdam e di Gouda furono aperte, il mare cominciò a invadere le terre, e duecento barconi si tennero pronti a Rotterdam, a Delftshaven e in altri luoghi per portare provvigioni alla città, appena cominciassero le grandi cresciute delle acque, che avvengono nell’equinozio d’autunno. Gli Spagnuoli, atterriti sulle prime dall’inondazione, si rassicurarono quando ebbero compreso il disegno degli Olandesi, tenendo per certo che la città si sarebbe arresa prima che le acque giungessero ai forti principali; e a tal fine strinsero l’assedio con maggior vigore. In questo tempo i Leidesi, che cominciavano a sentire le strette della carestia, e a disperare che il soccorso promesso giungesse in tempo, mandavano lettere, per mezzo di piccioni, a Guglielmo d’Orange, malato di febbre ad Amsterdam, per esporgli il triste stato della città; e Guglielmo rispondeva incoraggiandoli a protrarre ancora la resistenza, chè, appena rimesso in salute, sarebbe volato a soccorrerli. Le acque s’avanzavano, l’esercito spagnuolo cominciava ad abbandonare i forti più bassi, gli abitanti di Leida salivano continuamente sulla torre ad osservare il mare ora sperando ora disperando; senza cessare di lavorare alle mura, di far sortite, di respingere assalti. Finalmente il principe d’Orange guarì, e gli apparecchi per la liberazione di Leida, che durante la sua malattia erano andati a rilento, furono ripresi con vigore. Il primo di settembre i Leidesi videro dall’alto della torre apparire sulle acque lontane i primi battelli olandesi. Era una piccola flotta, capitanata dall’ammiraglio Boisot, la quale portava ottocento zelandesi, uomini selvaggi, coperti di ferite, avvezzi al mare, spregiatori della vita, ferocissimi nelle battaglie, che avevano tutti una mezzaluna sopra il cappello coll’iscrizione: «Piuttosto turchi che papisti,» e formavano una falange d’aspetto strano e terribile, risoluta a salvar Leida o a morire nelle acque. I bastimenti s’avanzarono a cinque miglia dalla città, contro l’estrema diga, ch’era difesa dagli Spagnuoli. Si attaccò il combattimento, la diga fu assalita, conquistata, spezzata, il mare irruppe e i battelli olandesi passarono trionfalmente per le breccie. Era un gran passo; ma non era che il primo. Dietro quella diga, se ne stendeva un’altra. Si ricominciò la battaglia; anche la seconda diga fu conquistata e rotta, e la flotta andò innanzi. Tutt’a un tratto il vento si volge contrario, i battelli sono costretti a fermarsi; torna a soffiare in favore, e i battelli si avanzano; si volge contrario un’altra volta, e daccapo la flotta s’arresta. Mentre questo succede, nella città cominciano a mancare anche gli animali schifosi di cui i cittadini sono costretti a cibarsi; la gente si butta in terra a leccare il sangue dei cavalli uccisi; le donne e i fanciulli frugano nelle immondizie della strada; scoppia l’epidemia; le case si riempiono di cadaveri; più di seimila cittadini son morti; ogni speranza di salvamento è perduta. Una turba di affamati corre dal borgomastro Van der Werff e gli domanda la resa con grida strazianti. Il Van der Werff rifiuta. La plebe lo minaccia. Allora egli fa cenno col cappello che vuol parlare, e in mezzo al silenzio generale, grida:—Cittadini! Ho giurato di difendere la città fino alla morte, e coll’aiuto di Dio manterrò il mio giuramento. È meglio morir di fame che morir di vergogna. Le vostre minaccie non mi atterriscono. Io non posso morire che una volta. Uccidetemi, se volete, e saziate la vostra fame colle mie carni; ma fin che vivo non mi chiedete la resa di Leida!—La folla, commossa da queste parole, si disperde in silenzio, rassegnata a morire; e la città continua a difendersi. Finalmente, nella notte del primo ottobre, si scatena un violentissimo vento equinoziale; il mare si solleva, soverchia le dighe rovinate e invade furiosamente la terraferma. A mezzanotte, nel forte della tempesta, in mezzo a un’oscurità profonda, la flotta olandese si muove. Alcuni vascelli spagnuoli le vanno incontro. Scoppia un’orribile battaglia fra le cime degli alberi e i tetti delle case sommerse, al chiarore dei lampi delle cannonate. I bastimenti spagnuoli sono sopraffatti, invasi, affondati; gli Zelandesi saltano nei bassi fondi e spingono innanzi i loro battelli a forza di spalle; i soldati spagnuoli, presi dal terrore, abbandonano i forti, cadono a centinaia nel mare, sono uccisi a colpi di pugnale e d’uncino, precipitati dai tetti e dalle dighe, fulminati, dispersi. Rimane un’ultima fortezza in potere del Valdez; gli assediati ondeggiano ancora una volta fra la disperazione e la speranza; anche quella fortezza è abbandonata; la flotta olandese entra in città.
Qui l’aspettava uno spettacolo orrendo. Un popolo scarno, trasfigurato, sfinito dalla fame, s’affollava lungo i canali, strascinandosi per le terre, barcollando, tendendo le braccia. I marinai si misero a gettar pani dai battelli sulle strade, e allora cominciarono fra quei moribondi delle lotte disperate; molti morirono soffocati; altri spirarono divorando quel primo nutrimento; altri caddero nei canali. Quietata finalmente quella prima furia, saziati i più rifiniti, provveduto ai più stringenti bisogni della città, si confusero festosamente cittadini, zelandesi, marinai, guardie civiche, soldati, donne, ragazzi, e quella turba gloriosa e consunta corse alla cattedrale, dove cantò, con voce rotta dai singhiozzi, un inno di grazie al Signore.
Il principe d’Orange ricevette la notizia del salvamento a Delft, in una chiesa, mentre assisteva agli uffizi divini. Trasmise subito il messaggio al predicatore, e questi l’annunziò all’uditorio, che gli rispose con un grido di gioia. Benchè tuttavia convalescente, e quantunque l’epidemia infierisse ancora a Leida, Guglielmo volle riveder subito la sua cara e valorosa città; vi accorse: la sua entrata fu un trionfo; il suo aspetto maestoso e sereno rincorò il popolo; le sue parole gli fecero dimenticare tutti i dolori sofferti. Per premiare la città della sua eroica difesa, le lasciò la scelta fra l’esenzione da certe imposte e la fondazione d’una Università. Leida scelse l’Università.
La festa d’inaugurazione dell’Università fu celebrata il 5 febbraio dell’anno 1575 con una processione solenne. Andavano innanzi un drappello di milizia borghese e cinque compagnie di fanteria della guarnigione di Leida, alle quali teneva dietro un carro tirato da quattro cavalli, con su una donna vestita di bianco, che rappresentava l’Evangelo; e intorno al carro i quattro Evangelisti. Seguiva la Giustizia cogli occhi bendati, la bilancia e la clava, montata sur un liocorno, e circondata da Giuliano, Papiniano, Ulpiano e Tribuniano. Alla Giustizia, succedeva la Medicina, a cavallo, con un trattato in una mano e nell’altra una ghirlanda di piante medicinali, e l’accompagnavano i quattro grandi dottori Ippocrate, Galeno, Dioscoride e Teofrasto. Dopo la Medicina, veniva Minerva armata di lancia e di scudo, scortata da quattro cavalieri che rappresentavano Platone, Aristotile, Cicerone e Virgilio. Negli intermezzi camminavano guerrieri vestiti ed armati all’antica. In coda v’erano alabardieri, mazzieri, musici, ufficiali, i nuovi professori, i magistrati, una folla infinita. La processione passò lentamente per parecchie strade cosparse di fiori, sotto archi trionfali, in mezzo agli arazzi e alle bandiere, fino a un piccolo porto sul Reno, dove le venne incontro una gran barca splendidamente decorata, sulla quale, all’ombra d’un baldacchino coperto di alloro e d’aranci, sedeva Apollo suonando il liuto, circondato dalle nove Muse che cantavano, e Nettuno, salvatore della città, governava il timone. La barca s’avvicinò alla sponda, il biondo nume e le nove sorelle discesero, baciarono l’un dopo l’altro i nuovi professori, salutandoli con gentili versi latini; dopo di che la processione si recò all’edifizio destinato all’Università, dove un professore di teologia, il molto reverendo Gaspare Kolhas pronunziò un eloquente discorso inaugurale, preceduto dalla musica, e seguito da uno splendido banchetto.