Eppure v’è un artista che fece discendere questo genere di pittura anche più basso che lo Steen, e fu Adriano Brouwer, uno dei più famosi scapestrati dell’Olanda. Costui fu discepolo di Francesco Hals, e s’ubbriacava con lui una volta al giorno, finchè perseguitato dai creditori, fuggì da Amsterdam ad Anversa, dove lo arrestarono come spia, e lo cacciarono in prigione. Il Rubens lo fece uscire, e lo raccolse in casa sua; ma il Rubens menava una vita ordinata, e il Brouwer che voleva correre la cavallina, lo piantò. Andò a Parigi, e là ne fece di tutte le tinte, finchè ridotto secco come un uscio, tornò ad Anversa, e finì la sua misera vita in un fondo di spedale all’età di trentadue anni. Come non bazzicò che le taverne e la canaglia, così non dipinse che scene grossolane e stomachevoli di donnacce e di mascalzoni ubbriachi, delle quali è principal pregio il colorito vivo e armonioso, e l’impronta originale. Il Museo d’Amsterdam ha due quadri suoi; uno che rappresenta un Combattimento di contadini e l’altro un’Orgia di villaggio. In questo c’è tutto il Brouwer. È una stanza di taverna, nella quale sono raccolti uomini e donne avvinazzati che bevono e fumano. Una donna è distesa in terra ubbriaca fradicia, e il suo bambino le piange accanto.
Gerardo Dow ha nel museo d’Amsterdam il quadro famoso: La scuola della sera o Quadro delle quattro candele, degno d’esser posto accanto alla sua Idropica del museo del Louvre, e fra le gemme più peregrine della pittura olandese. È un piccolo quadro, il quale rappresenta sul dinanzi un maestro di scuola con due scolari e una ragazza seduti intorno a un tavolino; un’altra ragazza intenta a uno scolaretto che scrive sur una lavagna; e in fondo alla stanza altri ragazzi che studiano. Ma l’originalità del quadro consiste in questo: che le figure sono la parte accessoria; e la parte principale, i protagonisti, il soggetto del quadro, in una parola, sono quattro candele: una che brilla in una lanterna abbandonata sul pavimento, un’altra che illumina il gruppo del maestro e dei due scolari; una terza, tenuta dalla ragazza, che rischiara la lavagna; la quarta sur un tavolino in fondo, in mezzo agli scolari che leggono. È facile immaginare quanta varietà di luci, d’ombre, di guizzi, di tremolii, di barlumi, di sfumature, un artista come il Dow abbia saputo cavare da quelle quattro fiammelle; che infinite difficoltà siasi create, che infinita cura le sia costato il superarle, e con che meravigliosa maestria le abbia superate! Questo quadro, dipinto, come disse un critico, con ciglia di bambino appena nato, e coperto d’una lastra di vetro come una reliquia, fu venduto nel 1766 per ottomila lire, nel 1808 per trentacinquemila; e certo non basterebbe aggiungere uno zero a quest’ultima cifra per comprarlo al presente.
Non si finirebbe più di descrivere, se si volessero rappresentare soltanto i quadri principali dei grandi artisti che adornano questo museo. Il melanconico e sublime Ruisdael vi ha una scena d’inverno e una foresta piene dell’anima sua come dei suoi paesaggi suol dirsi; il Terburg v’ha il suo celebre Consiglio paterno; il Wouvermans dieci ammirabili quadri di caccie, di battaglie e di cavalli; il Potter, il Karel du Jardin, il Van Ostade, il Cuyp, il Metzu, il Van de Verde, l’Everdingen vi sono rappresentati da parecchie delle migliori opere del loro pennello, delle quali sarebbe fatica sciupata il tentare di offrire un’immagine colla penna. E non è questo il solo Museo di Pittura della città di Amsterdam. Un museo lasciato alla città da un Van der Hoop, antico deputato alla Camera degli Stati, contiene quasi duecento quadri dei primi artisti olandesi e fiamminghi; ed oltre a questa, vi sono parecchie altre ricchissime gallerie private.
Ma il Museo della Ronda di notte e del Banchetto della guardia civica, com’è il primo a visitarsi, è anco quello nel quale gli stranieri, prima di partire da Amsterdam per la Nord-Olanda e la Frisia, dove non ci son più musei, vanno a dare un addio alla pittura olandese. In questo momento chiudo gli occhi, e mi par d’essere nella sala della Ronda e del Banchetto, il giorno che v’andai per l’ultima volta. Penso che fra poco lascierò, forse per non rivederle mai più, tutte queste meraviglie dell’ingegno umano, e questo pensiero mi rattrista. La pittura olandese non ha destato in me alcuna emozione profonda; nessun quadro m’ha fatto piangere; nessuna immagine m’ha levato in alto; nessun artista m’ha inspirato un sentimento d’affetto vivo, lieto, riconoscente, entusiastico. Eppure sento che dai musei dell’Olanda ho portato via un tesoro. M’è rimasto scolpito nella mente tutto un popolo, tutt’un paese, tutto un secolo. Di più, è un’illusione o un effetto reale? Tutte quelle immagini di tranquille massaie, di beati vecchioni, di bimbi paffuti, di ragazze sane e fresche, di stanzine ben chiuse e di tavole ben fornite, quando me le ravvivo dinanzi agli occhi, mi sento meglio fra le quattro pareti della mia cameretta, mi rannicchio con maggior gusto nel mio cantuccio, son più contento del solito di vivere in famiglia, d’avere delle sorelle e dei nipotini; benedico più affettuosamente il mio focolare, e mi siedo con più serena allegrezza alla tavola parca e pulita di casa mia. Non è forse bene, dopo aver visto angeli e donne divine e amori sovrumani e grandi sventure e grandi trionfi; dopo aver inorridito, pianto, adorato, sognato; dopo di essersi slanciati col pensiero e col cuore sopra le nuvole; ridiscendere un po’ sulla terra per persuadersi che tutto non è da sprezzare, che i sopraccapi bisogna a tempo e luogo saperli buttare dalla finestra, che in questo mondicino non ci si sta poi tanto male come si dice, che la vita convien pigliarla come Dio la manda, e che non bisogna essere nè visionarii, nè turbolenti, nè orgogliosi, nè indiscreti, nè matti? E questa persuasione m’ha messo nell’animo la pittura olandese, e sia benedetta la pittura olandese. Studenti d’anatomia, guardie civiche, archibugieri, sindaci, serve, pescatori, beoni, tori, pecore, tulipani, mulini a vento, mari lividi ed orizzonti nebbiosi, rimanetemi per lungo tempo dinanzi agli occhi, e quando non sarete più nella mia mente che una reminiscenza confusa, mi resti la virtù di lavorare, di viver con giudizio e di far economia, da bravo olandese, per tornarvi a rivedere, se Dio lo consente!
Napoleone il Grande, in Amsterdam, s’annoiò; ma credo fermamente che sia stata colpa sua: io mi ci son divertito. Tutti quei canali, quei ponti, quei bacini, quelle isolette, formano una così grande varietà di prospetti pittoreschi, che per quanto si giri, non s’è mai finito di vedere. Vi son mille maniere di passare il tempo piacevolmente. Si va a veder l’arrivo dei battelli che portano il latte da Utrecht; si seguono i barconi che trasportano le masserizie per le sgomberature, con le fantesche dalla cuffia bianca ritte sulla poppa; si passa una mezz’ora sulla torricina del palazzo reale, di dove si abbraccia con uno sguardo il golfo dell’Y, l’antico lago d’Haarlem, le torri d’Utrecht, i tetti rossi di Zaandam, e quella fantastica foresta d’alberi di bastimento, di campanili e di mulini; si assiste all’estrazione del limo dei canali, alle accomodature dei ponti e delle cateratte, alle mille cure che richiede continuamente questa città singolare, costretta a spendere quattrocentomila fiorini all’anno per governare le sue acque; e quando non c’è altro, non manca mai lo spettacolo delle serve e dei servitori che con pompe e schizzetti lavano dalla strada gli usci delle case, le finestre del primo piano e i panni di chi passa. La sera poi, c’è la strada chiamata Kalverstraat, fiancheggiata da due file di botteghe splendide e di caffè metà illuminati e metà immersi nelle tenebre, nella quale sino a notte tarda formicola una folla fitta e lenta di gente piena di birra e di quattrini, mista a certi fassimili di cocottes impettite e affagottate, che non guardano, non ridono, non parlano, e vanno a tre e a quattro insieme, come se meditassero delle aggressioni. Dalle strade illuminate e affollate si riesce con pochi passi lungo i canali oscuri, fra i bastimenti immobili, in mezzo a un silenzio profondo. Di qui, passando sur un ponte, si arriva in un quartiere del popolo minuto, dove si vedono scintillare i lumi delle botteghe sotterranee, e si sente la musica dei balli dei marinai; e così si cangia ogni momento di spettacolo e di pensieri, con buona pace di Napoleone I.
Tale è questa città famosa, la storia della quale non è meno strana che la sua forma e il suo aspetto. Un povero villaggio di pescatori di cui è ancora ignoto il nome sulla fine del secolo decimoprimo, diventa nel secolo decimosesto l’emporio dei grani di tutta l’Europa settentrionale, spopola i porti fiorenti del mare di Zuiderzee, raccoglie nelle sue mani il commercio di Venezia, di Siviglia, di Lisbona, d’Anversa, di Bruges, attira negozianti di tutti i paesi, ricetta proscritti di tutte le religioni, si risolleva da innondazioni spaventevoli, si difende dagli anabattisti, manda a vuoto le trame del Leicester, detta la legge a Guglielmo II, respinge l’invasione di Luigi XIV, e finalmente, come tutte le cose di quaggiù, declina, brillando ancora una volta della luce effimera di terza città dell’impero francese, onorificenza ufficiale, molto somigliante alle croci che si danno agl’impiegati malcontenti, per compensarli d’una traslocazione rovinosa. È ancora una ricca città commerciale; ma circospetta, lenta, appiccicata alle tradizioni, amica più del gioco della Borsa che delle imprese ardite, e che rivaleggia più brontolando che operando con Amburgo e Rotterdam, piene di giovinezza e di speranze. Malgrado ciò, ella serba ancora la maestà dell’antica dominatrice dei mari, è ancora la più bella gemma delle provincie unite, e lascia allo straniero che l’abbandona, un’immagine severa di grandezza e di potenza, che nessun’altra città d’Europa cancella.