Sulle istituzioni di carità d’Amsterdam ci sarebbe da scrivere un libro. È noto quello che Luigi XIV, quando si disponeva ad invadere l’Olanda, disse a Carlo II d’Inghilterra: “Non abbiate timore per Amsterdam; io ho ferma speranza che la Provvidenza la salverà, non fosse che in considerazione della sua carità per i poveri.” Là tutte le sventure umane trovano asilo e lavoro. Mirabile sopra tutti è l’ospizio degli orfani di cittadini amsterdamesi, che ebbe l’onore di ospitare quell’immortale Van Speyk, il quale, nel 1831, sulle acque della Schelda, salvò l’onore della bandiera olandese col sacrifizio della sua vita. Questi orfani hanno un costume curiosissimo, metà rosso e metà nero, in modo che guardati di profilo, da una parte paion vestiti per una festa carnovalesca, dall’altra, per una cerimonia funebre; e questa bizzarra divisa è stata scelta perchè sian riconosciuti dai tavernai a cui è proibito di lasciarli entrare a far stravizi, e dagl’impiegati delle strade ferrate che non debbono lasciarli viaggiare senza il permesso dei direttori: la qual cosa, sia detto di volo, si sarebbe potuta ottenere con un vestimento meno ridicolo. Questi orfani bicolori si vedono per tutto, freschi, puliti e cortesi, che rallegrano il cuore. In tutte le feste pubbliche, occupano il primo posto; in tutte le cerimonie solenni si ode il loro canto; la prima pietra dei monumenti nazionali è posta dalle loro mani; e il popolo li ama e li onora.
Per finir di parlare degli stabilimenti, bisognerebbe rammentare le industrie particolari di Amsterdam, come il raffinamento del borace e della canfora e la fabbricazione dello smalto; ma son cose da lasciarsi ai viaggiatori enciclopedici di là da venire. Merita però un cenno speciale la pulitura dei diamanti, principalissima delle industrie amsterdamesi, la quale, come fu per lungo tempo, in Europa, un segreto degli Ebrei d’Anversa e d’Amsterdam, è tuttora esercitata quasi unicamente dai circoncisi. Questo commercio ammonta anno per anno alla somma di centomilioni di lire, e provvede alla vita di più di diecimila persone. Uno dei più belli opifici è quello posto in Zuanenburgerstraat, nel quale gli operai medesimi spiegano in francese le tre operazioni del taglio, della prima pulitura e della pulitura definitiva, fatte sotto gli occhi dei visitatori, con un garbo e una destrezza ammirabili. È bello il vedere quelle umili pietruzze, somiglianti a’ frammenti di gomma arabica sudicia, che a trovarsele in casa si butterebbero dalla finestra insieme coi mozziconi di sigaro, vederle in pochi minuti, trasformarsi, accendersi, animarsi quasi d’una vita sfolgorante e festosa, come se comprendessero il destino che li trasse dalle viscere della terra per farli servire alle pompe del mondo. Di quante strane vicende sarà testimonio o attore o cagione, quella piccola pietra che l’operaio stringe fra le dita del suo guanto ferrato! Andrà forse a brillare sulla fronte d’una Regina, che una notte l’abbandonerà nei suoi scrigni per sottrarsi alla folla che ha atterrate le porte del palazzo. Caduta nelle mani d’un comunista, scintillerà dopo qualche tempo sul tavolo d’una Corte d’Assisie accanto a un pugnale macchiato di sangue. Passerà per una lunga vicenda di feste nuziali, di conviti, di danze, e poi trasvolando per la porta del Monte di Pietà o per il finestrino d’una carrozza assalita, andrà di mano in mano, di paese in paese, a sfolgorare sulle dita d’una principessa in un palco del teatro dell’opera di Pietroburgo. Di qui andrà ad aggiungere un punto luminoso sopra la sciabola d’un pascià dell’Asia Minore; e poi a tentare la virtù d’una crestaia di sedici anni nel quartiere di Sant’Antonio a Parigi; e infine, chi sa? a ornare l’orologio d’un pronipote di colui che l’ha messa pel primo agli onori del mondo; poichè di quegli operai ve n’è qualcuno che mette tanto da parte da lasciare un capitaletto alla sua discendenza. Fra gli altri, v’era qualche anno fa, nell’opifizio di Zuanenburgerstraat, il vecchio israelita che lavorò il famoso diamante Koynor, il quale, oltre la gran medaglia d’onore dell’Esposizione di Parigi, gli fruttò una mancia di diecimila fiorini e un bel regalo della Regina d’Inghilterra.
Ad Amsterdam c’è il più bel Museo di Pittura dell’Olanda.
Lo straniero che v’entra preparato all’ammirazione dei due più grandi capolavori della pittura olandese, non ha bisogno di domandare dove siano. Appena ha oltrepassato la soglia, vede una piccola sala piena di gente immobile e silenziosa, entra, e si trova nel penetrale più sacro del tempio: a destra ha la Ronda di notte del Rembrandt, a sinistra il Banchetto della guardia civica del Van der Helst.
Dopo aver visto e rivisto questi due quadri, mi divertii sovente a osservare coloro che entrano in quella sala per la prima volta. Quasi tutti, appena entrati, si fermano, guardano con stupore di qua e di là, poi sorridono, e poi si voltano a destra. Il Rembrandt vince.
La Ronda di notte, o come altri vorrebbe chiamarla, L’uscita degli archibugieri, od anche L’uscita della compagnia di Banning Cock, la più vasta tela del Rembrandt, è più che un quadro, è uno spettacolo, e uno spettacolo che sbalordisce. Tutti i critici francesi, per esprimere l’effetto che produce, si son serviti della stessa frase: C’est écrasant. Un gran movimento di figure umane, una gran luce, una grande oscurità: col primo sguardo non si afferra altro, e per qualche momento non si sa dove fissar gli occhi per cercare di rendersi conto di quella grandiosa e splendida confusione. Sono ufficiali, alabardieri, ragazzi che corrono, archibugieri che caricano e sparano, giovani che suonano il tamburo, gente che si china, parla, grida, gesticola; vestiti tutti d’un costume differente, con cappelli rotondi, cappelli a punta, pennacchi, caschi, morioni, gorgiere di ferro, collaretti di bisso, giustacuori ricamati d’oro, stivaloni, calze di tutti i colori, armi di tutte le forme; e questa frotta disordinata, tumultuosa e luccicante si stacca dal fondo oscuro del quadro, e s’avanza verso chi guarda. I due primi personaggi sono Frans Banning Cock, signore di Purmerland e di Ilpendam, capitano della compagnia, e il suo luogotenente Willem van Ruijtenberg, signore di Vlaardingen, che camminano l’uno accanto all’altro. Le due sole figure in piena luce sono questo luogotenente, vestito di una casacca di bufalo, con ornamenti d’oro, ciarpa, gorgiera, pennacchio bianco e grandi stivali; e una bambina che gli vien dietro, colla capigliatura bionda e imperlata, e una veste di raso giallo; tutti gli altri personaggi sono nell’oscurità o nell’ombra, eccettuate le teste che son tutte illuminate. Da che luce? Ecco l’enigma. È la luce del sole? è quella della luna? è quella delle fiaccole? Lumeggiamenti d’oro e d’argento, riflessi lunari, chiarori infocati, personaggi, come la bambina dai capelli biondi, che sembrano brillare di luce propria, volti che paiono rischiarati dalle fiamme d’un incendio, scintillamenti che abbarbagliano, ombre, crepuscoli e oscurità di sotterraneo, tutto vi si ritrova armonizzato e contrapposto con un ardimento miracoloso ed un’arte insuperabile. Vi sono delle stonature di luce? delle oscurità gratuite? degli accessori troppo rilevati a danno delle figure? delle figure vaghe o grottesche? delle lacune e delle bizzarrie ingiustificate? Tutto è stato detto intorno a codesto quadro, argomento d’entusiasmo cieco e di censure spietate, levato a cielo come una meraviglia del mondo, e considerato indegno del Rembrandt, discusso, interpretato, spiegato in mille modi e in mille sensi. Ma non ostante tutte le censure, tutti i difetti, tutte le opposte interpretazioni, esso è là da due secoli trionfante e glorioso, e più lo si guarda, più s’illumina e si avviva; ed anco veduto di volo, rimane per sempre nella memoria con tutti i suoi splendori e i suoi misteri, come una stupenda visione.
Il quadro del Van der Helst, (pittore del quale non si sa nulla, eccetto che nacque in Amsterdam sul principio del secolo decimosettimo, e vi passò una gran parte della sua vita) rappresenta un banchetto col quale la guardia civica di Amsterdam festeggiò la pace di Munster il 18 giugno del 1648. Il quadro contiene venticinque figure di grandezza naturale, tutte ritratti fedelissimi di personaggi noti, dei quali si conservano i nomi. Sono ufficiali, sergenti, portabandiere, guardie, aggruppati intorno a una mensa, che si stringono la mano, si portano brindisi, si apostrofano; e chi taglia, chi mangia, chi sbuccia aranci, chi mesce. Il quadro del Rembrandt è un’apparizione fantastica; il quadro del Van der Helst è uno specchio che riflette una scena reale. Non c’è unità, non ci son contrasti, non ci son misteri: tutte le cose vi son rappresentate colla stessa cura e la stessa evidenza. Teste e mani, figure vicine e figure lontane, corazze d’acciaio e frangie di trina, cappelli piumati e stendardi di seta, cornucopie d’argento e bicchieri dorati; vasi, posate, stoviglie, vivande, vini, armi, ornamenti, tutto spicca, splende, inganna, seduce. Le teste, considerate una per una, sono ritratti meravigliosamente riusciti, dai quali un medico potrebbe con tutta sicurezza argomentare il temperamento e prescrivere le cure preventive per la salute di tutti. Delle mani è stato detto argutamente e con ragione che, staccate dai corpi e mescolate tutte insieme, si potrebbero riconoscere e rimettere a ciascuna figura senza pericolo d’ingannarsi, tanto sono finite, distinte, individuate, per così dire, colle persone a cui appartengono. Viso per viso, costume per costume, oggetto per oggetto, più lo si guarda, e più si scoprono particolari, minuzie, tocchi, nonnulla d’un’esattezza e d’una verità da far strabiliare. Di più, quella varietà e quello splendore di colori, la bonomia e la freschezza dei volti, il vestiario pomposo, i mille oggetti luccicanti, danno tutti insieme a quel gran quadro un’aria di festa e di allegria, la quale facendo dimenticare la volgarità del soggetto, si trasfonde in chi guarda, e gli desta un sentimento di simpatia amichevole e di ammirazione serena, che si rivela in un sorriso affabile anche sul volto dei visitatori più accigliati.
Del Rembrandt v’è ancora nel Museo il gran quadro intitolato: I sindaci dei mercanti di panno fatto diciannove anni dopo la Ronda di notte, con minor foga giovanile e meno bizzarria d’immaginazione; ma con tutto il vigore d’un ingegno maturo; e non meno meraviglioso dell’altro per l’effetto del chiaroscuro, per l’espressione delle figure, per forza di colorito, per esuberanza di vita: preferito da qualcuno alla Ronda. Del Van der Helst v’è un altro quadro, I sindaci della confraternita di san Sebastiano ad Amsterdam, nel quale risplendono pure, benchè meno vivamente che nel Banchetto, tutte le meravigliose facoltà del grande maestro.
Lo Steen ci ha otto quadri, fra i quali il suo ritratto, che lo rappresenta giovane, bello, lungochiomato, e con un’aria quieta e meditabonda, che par che dica:—No, stranieri, non fui un dissipato, non fui un ubbriacone, non fui un cattivo marito: fui calunniato; rispettate la mia memoria.—I soggetti dei suoi quadri sono una fantesca che pulisce una pentola, una famiglia di contadini che torna a casa in barca, un fornaio che fa il pane, una scena di famiglia, uno sposalizio di villaggio, una festa di ragazzi, un ciarlatano in una piazza; tutti coi soliti ubbriachi, le solite risatacce, le solite figure grottesche mirabilmente colorite e lumeggiate. Nel quadro del Ciarlatano sopratutto la sua mania del grottesco raggiunge l’ultimo segno. Le teste sono deformi, i volti son musi, i nasi son becchi, le schiene son groppe, le mani son zampe, gli atteggiamenti sono contorsioni, le risa sono smorfie di maschere; sono personaggi, infine, dei quali non si può trovare un’immagine che dentro i vasi dei gabinetti anatomici o nelle caricature animalesche del Grandville. È impossibile trattenere le risa; ma si ride come dovevan ridere gli spettatori di Gymplaine, dicendo in cuor loro:—Peccato ch’è un mostro!