Fra queste torri ve n’è una che si chiama Torre dell’angolo dei piangenti o Torre delle lagrime, perchè là s’imbarcavano altre volte i marinai olandesi per lunghissimi viaggi, e le loro famiglie andavano presso quella torre per salutarli e vederli partire, e piangevano. Sopra la porta v’è un rozzo bassorilievo segnato della data 1569, il quale rappresenta il porto, una nave che parte, e una donna che piange; e fu posto in commemorazione della moglie d’un marinaio, che morì di dolore per la partenza di suo marito.

È stato osservato che quasi tutti gli stranieri che vanno a veder quella torre, dopo aver dato un’occhiata al bassorilievo e alla Guida che ne spiega il significato, si voltano verso il mare come per cercare il bastimento che parte, e rimangono qualche tempo pensierosi. A che cosa pensano? Forse a quello che pensai io stesso. Seguono quel bastimento nei mari artici, alla pesca delle balene o alla ricerca d’una nuova via per le Indie, e alla loro mente si spiega come una visione l’epopea tremenda della marina olandese in mezzo agli orrori del polo: i mari ingombri di ghiaccio, il freddo che fa cadere a brani la pelle delle mani e del viso, gli orsi bianchi che s’avventano sui marinai, e spezzan le armi coi denti; i cavalli marini che accorrono a stormi furiosi per rovesciare le scialuppe; le rocce di ghiaccio mulinate dalle onde e dal vento, e le vaste pianure ghiacciate e mobili che s’incontrano, imprigionano e stritolano le flotte; le isole deserte sparse di cadaveri di marinai, di carcasse di navi, di cinture di cuoio rosicchiate nella disperazione dell’agonia dagl’infelici che morirono di fame; poi le frotte di balene che volteggiano intorno ai navigli, le formidabili contorsioni del mostro ferito nelle acque insanguinate, le barche rovesciate dai colpi di coda, i pescatori che cascan nel mare, e vi rimangono irrigiditi, i naufraghi erranti seminudi nella nebbia e nelle tenebre, le fosse scavate nel ghiaccio e ricoperte col ghiaccio per ripararsi dalle fiere, i sonni che finiscono colla morte. Poi ancora sconfinate solitudini bianche e brumose, dove non si sente altro rumore che quello dei remi delle scialuppe ripercosso dalle caverne e i gridi lamentevoli delle foche; poi altri deserti dove non è più traccia di vita, le montagne di ghiaccio incommensurate, gl’immensi spazi ignoti, le nevi secolari, l’inverno eterno, la tristezza solenne delle notti del polo, il silenzio infinito in cui l’anima si spaura, i marinai consunti, trasfiguriti, moribondi, che s’inginocchiano sul ponte, e giungono le mani verso l’orizzonte infocato dall’aurora boreale, chiedendo a Dio di rivedere il sole e la patria. Scienziati, mercatanti, poeti, tutti s’inchinano a quelle umili avanguardie che hanno tracciato coi loro scheletri sulle nevi immaculate del polo il primo sentiero della vita.


Da questa torre, voltando a destra, e seguitando a camminare lungo il porto, si arriva alla Plantaadije, vasto quartiere composto di due isole congiunte da molti ponti, nel quale c’è un parco, un giardino zoologico, un giardino botanico, un passeggio pubblico, che formano una grande oasi verde ed allegra in mezzo alle acque livide e alle case nere. Là concerti musicali, là feste notturne, là il fiore della bellezza amsterdamese; fiore che, per buona fortuna dei viaggiatori di fibra sensitiva, spande un profumo soave; ma che non dà al capo. Dal qual pericolo, in ogni caso, non c’è miglior rifugio che il giardino zoologico, proprietà d’una società di quindicimila soci; il più bel giardino zoologico d’Olanda, che pure ne ha dei bellissimi, e uno dei più ricchi d’Europa; nel quale si scorda facilmente in mezzo alle salamandre massime del Giappone, ai serpenti boa di lava e ai bradypi didactyli di Surinam, i visetti pallidi e gli occhi azzurri delle belle calviniste.

Dalla Plantaadije, passando su parecchi ponti, e fiancheggiando diversi canali, si arriva sulla grande piazza del Boter Markt, dove c’è una statua gigantesca del Rembrandt e l’ufficio del consolato italiano. Da questa piazza si va al quartiere degli Ebrei che è una delle meraviglie di Amsterdam.


Per andarci, domandai la strada al nostro gentilissimo console, il quale mi rispose:—Cammini diritto fin che non si trovi in un quartiere infinitamente più sudicio di tutti quelli ch’ella ha considerati finora come il non plus ultra del sudiciume; quello è il ghetto; non può sbagliare.—Andai innanzi, ognuno può immaginare con che aspettazione; passai accanto a una sinagoga; mi soffermai un momento in un crocicchio; poi presi la strada più stretta, e in capo a pochi minuti, riconobbi il ghetto. La mia aspettazione fu superata.

È un labirinto di strade strette, fangose e cupe, fiancheggiate da case vecchissime, che pare debbano cadere in rovina a dare un calcio nel muro. Dalle corde tese fra finestra e finestra, dai davanzali, dai chiodi piantati nelle porte, spenzolano e svolazzano sui muri umidi camicie sbrandellate, gonnelle rappezzate, vestiti unti, lenzuoli macchiati, calzoni cenciosi. Davanti alle porte e sugli scalini rotti, in mezzo alle cancellate cadenti, sono esposte le vecchie mercanzie. Rottami di mobili, frammenti d’armi, oggetti di divozione, brandelli d’uniformi, avanzi di strumenti, frantumi di giocattoli, ferramenti, cocci, frangie, cenci, tutte le cose che non han più nome in alcuna lingua umana, tutto quello che hanno guasto e disperso la ruggine, il tarlo, il foco, la rovina, il disordine, la dissipazione, le malattie, la miseria, la morte; tutto quello che i servitori spazzano, che i rigattieri ributtano, che i mendicanti calpestano, che gli animali trascurano; tutto ciò che ingombra, che insudicia, che puzza, che stomaca, che contamina; tutto si ritrova là a mucchi e a strati, destinato a un commercio misterioso, ad accoppiamenti impreveduti, a trasformazioni incredibili. In mezzo a quel cimitero di cose, a quella babilonia d’immondizie, brulica un popolo macilento, pezzente, pidocchioso, accanto al quale i gitani dell’Albaicin di Granata son gente pulita e profumata. Come in tutti i paesi, così anche là hanno preso ad imprestito dal popolo presso cui vivono, il colore del pelo e del viso; ma hanno conservato i nasi adunchi, i menti aguzzi, i capelli crespi, tutti i tratti della razza semitica. Il vocabolario non ha parole per dare un’immagine di quella gente. Capigliature in cui non è mai passato un pettine, occhi che fanno raccapriccio, magrezze di cadaveri consunti, bruttezze che destan pietà, vecchi che serbano appena figura umana, ravvolti in ogni sorta di vestiti di cui non si riconosce più nè colore nè forma nè a che sesso appartengano, dai quali escono, e s’allungano tremolando mani scheletrite con giunture acute di locuste e di ragni. Tutto si fa in mezzo alla strada. Le donne friggono i pesci su piccoli fornelli, le ragazze cullano i bambini, gli uomini rimestano i loro vecchiumi, i ragazzi seminudi si avvoltolano sul selciato coperto di legumi fradici e di brutture di pesci; le vecchie decrepite, sedute in terra, combattono colle unghie ferine i prudori del corpo immondo, scoprendo coll’inconsapevolezza del bruto cenci riposti e membra da cui lo sguardo rifugge. Camminando per lunghi tratti sulla punta dei piedi, turandomi qualche volta il naso, badando a scansare cogli occhi le cose di cui non avrei potuto sostenere la vista, percorsi quasi tutte quelle strade, e quando riuscii sulla sponda d’un largo canale, in un luogo aperto e pulito, mi parve di essere capitato nel paradiso terrestre, ed aspirai con voluttà l’aria impregnata di catrame.


In Amsterdam, come in tutte le altre città olandesi, ci sono molte società particolari, alcune delle quali hanno l’importanza di grandi istituzioni nazionali; principalissima la Società d’utilità pubblica, fondata nel 1784, che è quasi un secondo governo per l’Olanda. Il suo scopo è l’educazione del popolo, alla quale provvede colla pubblicazione di libri elementari, letture pubbliche, biblioteche per gli operai, scuole d’istruzione primaria, scuole professionali, scuole di canto, case di asilo, casse di risparmio, premi di buona condotta, onorificenze per gli atti di valore e di abnegazione. La società, retta da un consiglio d’amministrazione composto di dieci direttori e d’un segretario generale, si compone di più di quindicimila soci, divisi in trecento gruppi, i quali formano altrettante società indipendenti, sparpagliate nelle città, nei villaggi, nei più piccoli Comuni dello Stato. Ogni socio paga poco più di dieci lire l’anno. Colla somma (modesta rispetto alla vastità dell’istituzione) che questa tassa produce, la società esercita, come disse Alfonso Esquiroz, una specie di magistratura anonima sui pubblici costumi; stringe insieme col vincolo d’una beneficenza imparziale tutte le sètte religiose; spande a larga mano per tutto il paese istruzione, soccorsi, conforti; e come nacque indipendente, così opera e procede fedele al principio degli Olandesi, che l’albero della beneficenza deve crescere senza innesti e senza puntelli. Altre società come l’Arti et Amicitiæ, la Felix Meritis, la Doctrina et Amicitia, hanno per iscopo l’incremento delle arti e delle scienze, promuovono mostre pubbliche, concorsi, letture, e sono ad un tempo splendidi luoghi di ritrovo, forniti di belle biblioteche, e di quasi tutti i grandi giornali d’Europa.