La parte più pittoresca della città è quella compresa nella curva dell’Amstel, intorno alla grande piazza del Nuovo Mercato. Là si vedono crocicchi di strade tenebrose e di canali deserti, piazzette solitarie circondate da muri che sgocciolano acqua, case filigginose, muffose, screpolate, decrepite, bagnate da acque morte ed immonde; vasti magazzini, con tutte le porte e le finestre chiuse; barche e barconi abbandonati in fondo a canali senza uscita, che hanno l’aria di aspettare dei congiurati o delle streghe; mucchi di materiali da costruzione, che presentan l’aspetto di avanzi d’incendio o di rovina; bacini coperti d’erba e chiassuoli fangosi; muri, acqua, ponti, tutto nero e tetro, da destare in chi passi di là per la prima volta, un sentimento di inquietudine, come se ci spirasse la minaccia di qualche sventura.


Chi ama i contrasti, non ha che da recarsi da questa parte della città nella piazza chiamata il dam, dove convergono le strade principali, e si trova il Palazzo Reale, la Borsa, la Nuova Chiesa e il monumento detto la Croce di Metallo, innalzato in commemorazione della guerra del 1830. Là v’è un movimento fittissimo e continuo di gente e di carrozze, che rammenta lo square di Trafalgar di Londra, la Porta del Sole di Madrid e la piazza della Maddalena di Parigi. Stando là un’ora si gode il più svariato spettacolo che si possa vedere in Olanda. Passano faccioni rossi e petulanti dell’alto patriziato mercantile, volti abbronzati delle colonie, stranieri di tutte le gradazioni di biondo, ciceroni, suonatori d’organetti, ambasciatori della morte col lungo velo nero, cuffiette bianche di fantesche, panciotti variopinti di pescatori del Zuiderzee, orecchini a paraocchi delle donne della Nord-Olanda, diademi d’argento della Frisia, caschetti dorati della Groninga, camicie gialle dei lavoratori delle torbiere, gonnelle metà nere e metà rosse delle orfane degli ospizi, vestiti bizzarri degli abitanti delle isole, cignons spropositati, cappelli da carnovale; grandi spalle, grandi fianchi, grandi ventri, e tutta questa processione avvolta dal fumo dei sigari e delle pipe, e accompagnata da un suono di parole tedesche, olandesi, inglesi, francesi, fiamminghe, danesi, da credere d’essere capitati nella valle di Giosafat o ai piedi della torre di Babele.


Dalla piazza del Dam si arriva in pochi minuti al porto, che offre anch’esso uno spettacolo grandioso e strano oltre ogni dire. A primo aspetto, non ci si capisce nulla. Si vedono da ogni parte dighe, ponti, cateratte, palizzate, bacini, che presentano l’immagine d’un’immensa fortezza costrutta così astutamente, perchè nessuno riesca a raccapezzarne la forma; e non ci si riesce infatti che per mezzo della carta e dopo una passeggiata di parecchie ore. Dal mezzo della città, alla distanza di mille metri l’una dall’altra, partono in direzione opposta due gran dighe arcate che abbracciano e difendono dal mare le due estremità di Amsterdam sporgenti oltre il semicircolo delle sue case come le punte d’una mezza luna. Queste due dighe che hanno ciascuna una gran porta munita d’una cateratta gigantesca, racchiudono due bacini capaci di mille bastimenti d’alto bordo e parecchie isolette sulle quali son magazzini, arsenali, opificii, dove lavorano migliaia d’operai. Fra le due grandi dighe s’avanzano parecchie dighe minori, formate di robuste palizzate, che servono di stazione d’imbarco per i battelli a vapore. In tutte queste dighe s’innalzano case, tettoie, baracche, fra le quali formicola una folla di marinai, di passeggieri, di facchini, di donne, di ragazzi, di carrozze, di carri, chiamati là dalle partenze e dagli arrivi che si succedono rapidamente dal far del giorno alla sera. Dai punti avanzati di codeste dighe si abbraccia con uno sguardo l’intero porto: le due foreste di navigli dalle bandiere di mille colori, racchiusi nei due grandi bacini; i bastimenti che arrivano dal gran canale del Nord, e che entrano a vele spiegate nel mare di Zuiderzee; i barconi e le barche che s’incrociano da tutte le parti del golfo; la costa verde della Nord-Olanda; i cento mulini di Zandam: la lunghissima schiera delle prime case di Amsterdam che disegnano sul cielo le loro mille punte nere; le innumerevoli colonne di fumo filigginoso, che s’alzano dalla città sull’orizzonte grigio; e quando le nuvole sono in moto, una continua, rapidissima, meravigliosa variazione di colori e d’aspetti, per la quale ora sembra di essere nel più gaio, ora nel più tristo paese del mondo.


Ritornando in città, per osservare particolarmente gli edifizii, i primi a chiamar l’attenzione sono i campanili. In Amsterdam ci sono templi di tutte le religioni: sinagoghe, chiese per i riformati calvinisti, chiese pei luterani della confessione Ausburgo strettamente osservata, chiese per i luterani della confessione d’Ausburgo osservata largamente, chiese per i rimostranti, per i mennoniti, per i valloni, per gl’inglesi episcopali, per gl’inglesi presbiteriani, per i cattolici, per i greci scismatici; e ognuno di questi templi innalza al cielo un campanile che par stato fatto per vincere tutti gli altri di originalità e di bizzarria. Quello che dice Vittor Hugo degli architetti fiamminghi, i quali fabbricarono dei campanili ponendo un’insalatiera rovesciata sopra un berretto da giudice, una zuccheriera sopra l’insalatiera, una bottiglia sulla zuccheriera, e un ostensorio sulla bottiglia, si può riferire in parte anche ai campanili d’Amsterdam. Alcuni son formati di chioschi o di tempietti sovrapposti, altri di tante torricine che paiono tirate fuori l’una dall’altra, in modo che a dare un colpo sulla più alta, tutto il campanile si debba accorciare come un cannocchiale; altri son sottili come minareti, quasi interamente costrutti di ferro, ornati, dorati, traforati, trasparenti; altri coronati dal mezzo in su di terrazzini, di balaustrate, di archi, di colonne; quasi tutti poi sormontati da un globo o da una corona di ferro della forma d’un bulbo, sulla quale posa un’altra corona, che regge alla sua volta una palla, la quale sostiene un’asta, in cui è confitto ancora qualche altro oggetto, che forse non è l’ultimo neanch’esso; tal quale come le torricciuole che fanno i ragazzi, sovrapponendo tutti i ninnoli che cascan loro nelle mani.

Fra gli edifizii monumentali, che non sono molti, v’è il palazzo reale, il primo dei palazzi d’Olanda, costrutto tra il 1648 e il 1655, sopra tredicimilaseicentocinquantanove palafitte; grandioso, pesante e nero; del quale il più bell’ornamento è una sala da ballo che si dice la più vasta d’Europa, e il maggiore difetto, quello di non avere portone, per il che vien chiamato comunemente la casa senza porta. Per contrapposto, l’edifizio della Borsa che gli sorge dirimpetto, fondato su trentaquattromila palafitte, perchè non ha di notevole che un peristilio di diciassette colonne, si chiama la porta senza casa; bisticcio che ogni olandese si fa un dovere di ripetere agli stranieri, sorridendo impercettibilmente coll’estremità delle labbra. Chi capita ad Amsterdam nella prima settimana della Kermesse, ch’è il carnevale dell’Olanda, può vedere in questo edifizio uno spettacolo curiosissimo. Per sette giorni, nelle ore in cui non si fanno affari, la Borsa è aperta a tutta la ragazzaglia della città, che v’irrompe, facendo uno strepito infernale di pifferi, di tamburi e di grida; licenza che, se è vera la tradizione, sarebbe stata concessa dal Municipio in onore di alcuni ragazzi, i quali, al tempo della guerra d’indipendenza, giocherellando presso l’antica Borsa, scopersero gli Spagnuoli che si preparavano a far saltare in aria l’edifizio con un naviglio pieno di polvere, corsero a darne avviso ai cittadini, e mandarono così a vuoto il tentativo dei nemici. Oltre il palazzo reale e la Borsa, sono un bell’ornamento di Amsterdam il palazzo dell’industria, fatto di cristallo e di ferro, e sormontato da una cupola leggerissima, che da lontano, quando vi batte il sole, gli dà l’aspetto d’una grande moschea; e come monumenti storici, le vecchie torri che s’alzano sulla riva del porto.