La città, posta sulla riva dell’Y, è fabbricata sopra novanta isole, quasi tutte di forma rettangolare, congiunte fra loro da circa trecentocinquanta ponti. La sua figura è un perfetto semicircolo, percorso da tanti canali in forma d’archi concentrici a quello che chiude la città, e attraversati da altri canali convergenti al centro, come i fili d’una tela di ragno. Un largo corso d’acqua, chiamato l’Amstel (il quale forma colla parola dam, diga, il nome d’Amsterdam) divide la città in due parti quasi uguali, e si va a gettare nell’Y. Quasi tutte le case sono fabbricate su palafitte per il che suol dirsi che la città di Amsterdam, rovesciata, presenterebbe lo spettacolo d’una grande foresta senza fronde e senza rami; e quasi tutti i canali son fiancheggiati da due larghe strade e da due file di tigli.
Questa regolarità di forma per la quale la vista può spaziare da tutte le parti, dà alla città un aspetto ammirabilmente grandioso. Ad ogni voltata di strada, si vedono nella nuova direzione, tre, quattro, persino sei ponti levatoi, quale ritto, quale abbassato, quale in movimento, i quali presentano all’occhio una fuga di porte, e una confusione inestricabile di travi e di catene, da far pensare che Amsterdam sia composta di tanti quartieri nemici fra loro e fortificati gli uni contro gli altri. I canali, grandi come fiumi, formano qua e là svolti e bacini spaziosi, intorno ai quali si gira, passando sur una successione di ponti congiunti gli uni agli altri. Da tutti i crocicchi si vedono prospetti lontani d’altri ponti, di altri canali, di bastimenti, di edifizi, velati da una leggera nebbia che fa apparire maggiore la lontananza.
Le case, quasi tutte altissime, rispetto a quelle delle altre città olandesi, nere, colle finestre e le porte contornate di bianco, colle facciate a punta e a scalini, decorate di bassorilievi che rappresentano urne, fiori ed animali; sono quasi tutte difese sul davanti da colonnette, balaustrate, stecconati, catene, sbarre di ferro, e divise le une dalle altre da muriccioli ed assiti; e dentro queste specie di fortezze avanzate che ingombrano una buona parte della strada, vi son tavolini, panche con vasi di fiori, seggiole, secchie, carrette, ceste, carcasse di vecchi mobili; così che a guardar le strade da una delle estremità, pare che gli abitanti abbian portato fuori tutta la roba di casa per una sgomberatura universale. Moltissime case hanno un piano sottostante alla strada, al quale si scende per una scaletta di legno o di pietra; e in quel vacuo tra la strada e il muro, ci sono altri vasi di fiori, suppellettili, mercanzie esposte in vendita, gente che lavora, tutto un mondo sotterraneo che brulica ai piedi di chi passa.
Le strade principali presentano uno spettacolo unico al mondo. I canali sono coperti di bastimenti e di barconi; e sulle strade che li fiancheggiano, si vedono da una parte mucchi di botti, di casse, di sacchi, di balle; dall’altra una fila di botteghe splendide. Di qui formicola il popolo in soprabito, le signore, le fantesche, i merciaiuoli ambulanti, i bottegai; di là il popolo rozzo e vagante dei marinai e dei battellieri colle loro mogli e i loro bambini. A destra si ode il vivace cicaleccio cittadino, a sinistra le grida acute e lente della gente di mare. Da un lato si sente il profumo dei fiori che adornan le finestre e l’odore ghiotto delle trattorie; dall’altro il puzzo di catrame e il fumo delle povere cucine delle barche a vela. Qui si alza un ponte levatoio per dar passo a un bastimento; là si affolla la gente per passare sopra un ponte spezzato che si ricompone; più oltre una zattera traghetta un gruppo di persone all’altra riva del canale; in fondo alla strada, parte un battello a vapore; dall’estremità opposta entra una fila di barconi carichi; qui si apre una cateratta; lì scivola un trekschuit; poco distante gira un mulino, laggiù si piantano le palafitte per una nuova casa. Il cigolío delle catene dei ponti si mesce collo strepito dei carri, il fischio dei piroscafi rompe le ariette dei campanili, i cordami dei bastimenti s’intralciano colle fronde degli alberi, la carrozza passa accanto alla barca, la bottega si specchia nel canale, le vele si riflettono nelle vetrine, la vita di terra e la vita di mare si rasentano, s’incrociano, passano l’una sull’altra, e si confondono in uno spettacolo nuovo ed allegro come una festa d’alleanza e di pace.
Se dalle strade principali uno si addentra nei vecchi quartieri, lo spettacolo cangia affatto. Le strade più strette di Toledo, i vicoli più oscuri di Genova, le case più squilibrate di Rotterdam, non son nulla in confronto della strettezza, dell’oscurità e dello scompiglio architettonico che si vede in quei quartieri. Le strade paiono crepe aperte dal terremoto. Le case alte e nere, mezzo nascoste dai cenci stesi sulle finestre e appesi alle corde, sono inclinate a segno da metter paura; alcune sono ripiegate sopra sè stesse, come se fossero sul punto di spezzarsi; altre si toccano quasi coi tetti, non lasciando vedere che un filo di cielo; altre pendono da due parti opposte, presentando la forma d’un trapezio rovesciato; e paion case da palcoscenico nell’atto che son portate via per cangiare la scena. Furon costrutte così appositamente per lo scolo delle acque, o s’inclinarono perchè cedette il terreno? V’è chi crede la prima e chi la seconda cosa; ma i più le credon tutte e due, il che mi pare più ragionevole. Ed anche in quei labirinti, dove formicola una plebe pallida e trista per la quale un raggio di sole è una benedizione di Dio, si vedono vasi di fiori, specchietti e tendinette alle finestre, che rivelano una povertà non scompagnata dal gentile amor della casa.