Ed ora a te, Amsterdam dalle novanta isole, Venezia del nord, regina del Zuiderzee!
AMSTERDAM.
A due viaggiatori, uno poeta e uno ingegnere, che andassero insieme, per la prima volta, da Haarlem ad Amsterdam, seguirebbe un caso che credo non accada sovente: l’ingegnere si sentirebbe un po’ poeta, e il poeta desidererebbe di trovarsi nei panni dell’ingegnere. Tale è questo strano paese, nel quale lo scrittore, per colpire l’immaginazione e destar l’entusiasmo, non ha da far altro che noverare i chilometri, i metri cubi d’acqua e gli anni di lavoro; onde un poema sull’Olanda sarebbe una meschina cosa senza un’appendice piena di cifre, e una relazione completa d’un ingegnere non avrebbe bisogno che del verso e della rima per essere uno splendido poema.
Appena partito da Haarlem, il treno passa sur un bellissimo ponte di ferro di sei archi, che accavalcia la Spaarne; il qual ponte, immediatamente dopo il passaggio del treno, si apre, come per incanto, nel mezzo, e lascia il varco libero ai bastimenti. Due soli uomini, movendo una macchina a un segnale del cantoniere, staccano, in due minuti, due archi del ponte, e in un tempo uguale, all’avvicinarsi d’un altro treno, li ricongiungono. Poco dopo passato il ponte, si vedono luccicare all’orizzonte le acque dell’Y.
Qui si prova più vivo che mai un certo sentimento d’inquietudine che turba sovente chi viaggia per la prima volta in Olanda. La strada corre sopra una striscia di terra che separa il fondo dell’antico mare d’Haarlem dalle acque dell’Y; prolungamento, così chiamato per la sua forma, del golfo di Zuiderzee, il quale s’addentra nelle terre, fra Amsterdam e la Nord-Olanda, sino alle dune del Mare del Nord. Per costrurre questa strada ferrata, che venne aperta nel 1839, prima del prosciugamento del lago d’Haarlem, si dovette sovrapporre fascine a fascine, palafitte a palafitte, pietre a pietre, sabbia a sabbia; formare una sorta di istmo artificiale a traverso le paludi; comporre, in una parola, il terreno, sul quale la strada doveva passare; e fu un lavoro pieno di difficoltà e dispendiosissimo, che richiede tuttora cure e spese continue. Questa lingua di terra si va assottigliando fino ad Halfweg, che è la sola stazione compresa fra Haarlem ed Amsterdam. Qui le acque dell’Y e il fondo del lago prosciugato sono divisi da cateratte colossali, alle quali è affidata l’esistenza d’una buona parte dell’Olanda meridionale. Se queste cateratte si aprissero, la città d’Amsterdam, centinaia di villaggi, tutto l’antico lago, una distesa di terra di cinquanta chilometri sarebbe invasa e devastata dalle acque. Il prosciugamento del lago d’Haarlem ha scemato questo pericolo; ma non l’ha tolto; e però ad Halfweg è stabilita una direzione speciale della così detta amministrazione delle acque, che custodisce quelle termopili dell’Olanda, coll’occhio sul nemico e la mano sull’armi.
Passata la stazione di Halfweg, si vede a sinistra, di là dal golfo dell’Y, un movimento confuso come di migliaia d’alberi di bastimenti sbattuti dalla tempesta, che si tuffino e si rituffino nel mare; e sono le braccia di centinaia di mulini a vento mezzo nascosti dalle dighe, i quali si stendono lungo la riva della Nord-Olanda, nei dintorni della città di Zandam, in faccia ad Amsterdam. Poco dopo, apparisce Amsterdam. Al primo aspetto di questa città, anche dopo aver visto tutte le altre dell’Olanda, non si può trattenere un movimento di meraviglia. È una foresta di altissimi mulini a vento della forma di torrioni, di campanili, di fari, di piramidi, di coni tronchi, di case aeree, che agitano da tutte le parti le loro enormi braccia incrociate, e formano al disopra dei tetti e delle cupole un roteamento immenso come d’un nuvolo d’uccelli mostruosi che battan le ali sulla città. In mezzo a questi mulini, s’alzano innumerevoli torricciuole d’officine, alberi di bastimento, campanili di architettura fantastica, cime di edifizi bizzarri, pinacoli, punte, forme sconosciute; più lontano si vedono altre ali di mulino fitte e intricate, che paiono una vastissima rete sospesa nell’aria; tutta la città è nera; il cielo basso ed inquieto; è uno spettacolo grandioso, confuso e strano, visto il quale, si entra in Amsterdam con una vivissima curiosità.
Il primo effetto che produce questa città, appena si sono percorse alcune strade, è difficile ad esprimersi. Pare una città immensa e disordinata; Venezia ingigantita e imbruttita; una città olandese, sì, ma vista a traverso una lente che la faccia apparire tre volte più grande; la capitale d’un’Olanda immaginaria di cinquanta milioni d’abitanti; una metropoli antica, fondata da un popolo di giganti sul delta d’un fiume smisurato, per servir di porto a una flotta di diecimila navi; una città maestosa, severa, quasi lugubre, che desta un sentimento di stupore, sul quale s’ha bisogno di pensare.