Dalla sommità del campanile si abbraccia collo sguardo tutta la bella campagna di Haarlem, sparsa di boschetti, di mulini a vento e di villaggi; si vedono i due grandi canali che vanno a Leida e ad Amsterdam, solcati da lunghe file di barconi a vela; si scorgono i campanili d’Amsterdam, le praterie dell’antico lago d’Haarlem, il villaggio di Bloemendaal, circondato di villette e di giardini; le dune brulle che difendono dalle tempeste questo piccolo paradiso terrestre; e di là dalle dune, il Mare del Nord che appare come una striscia livida e luminosa a traverso i vapori dell’orizzonte. Uscito dalla chiesa, infilai una strada e girai per la città alla ventura.
Benchè per molti aspetti somigli a tutte le altre città olandesi, Haarlem ha un carattere suo proprio, per il quale si stampa assai distintamente nella memoria. È una città gentile e raccolta, nella quale il viaggiatore sente più vivo che in tutte le altre il desiderio d’avere sotto il suo braccio il braccino d’una sposa o d’un’amica. È una città da donne. Un largo corso d’acqua, chiamato la Spaarne, che serve di canale di scolo tra le acque dell’antico lago d’Haarlem e il golfo di Zuiderzee, l’attraversa dividendosi in parecchi rami, e formandole tutt’intorno un canale che la circonda come una fortezza. I canali interni sono fiancheggiati da grandi alberi che vi formano sopra quasi una vôlta di verzura, in modo che ogni canale pare un laghetto di giardino, e i barconi e le barche scorrono all’ombra coll’aria di andare a diporto piuttosto che per le proprie faccende. Tutte le strade sono ammattonate, e tutte le case del colore dei mattoni, così che a destra, a sinistra, in terra, in alto, da qualunque parte si guardi, non si vede che rosso, e poi rosso, ed eternamente rosso, come se la città fosse stata scavata in una montagna di diaspro sanguigno. Un grandissimo numero di case hanno la facciata con otto, con dieci, e persino con sedici scalini, come quelle chiesuole di carta che fanno i ragazzi colle forbici; e non vi si vedono che pochissimi specchi, rare insegne di botteghe e nessun oggetto appeso alle finestre. Le strade sono pulite al sogno da peritarsi a lasciarvi cadere la cenere del sigaro. Per lunghi tratti non s’incontra anima viva, o soltanto qualche ragazzina di dodici o quattordici anni, che va tutta sola alla scuola, coi capelli giù per le spalle e il libro sotto il braccio. Non si sente strepito d’officine, non rumore di carri, non grida di venditori. Tutta la città ha non so che apparenza di riserbo aristocratico e di pudica civetteria che desta in singolar modo la curiosità, e fa sì che si gira e si rigira senza mai stancarsi, come se a furia di girare si dovesse scoprire qualche gentile segreto che la città intera voglia tener celato agli stranieri.
A mezzogiorno si stende un bellissimo bosco di faggi, creduto un resto dell’immensa foresta che copriva anticamente una gran parte dell’Olanda; attraversato da viali, sparso di chioschi, di caffè, di casini di società, e aperto nel mezzo in un grazioso parco popolato di daini e di cervi. In un punto solitario ed ombroso, c’è un piccolo monumento posto, il 1823, in onore di Lorenzo Coster, il quale, giusta la leggenda, avrebbe tagliato là quei famosi rami di faggio, in cui incise le prime lettere. Girai per tutti i recessi oscuri del bosco, incontrai un ragazzo che mi salutò con un gentile Bonjour, voltando il viso dall’altra parte; domandai la strada a una ragazza dalla testa cerchiata d’oro che diventò rossa come un garofano; chiesi del fuoco a un contadino che leggeva la gazzetta; passai accanto a un’amazzone che mi guardò con due occhi chiari come il cielo sereno; e tornai verso l’entrata del bosco, dove c’è un Museo di Pittura olandese moderna, del quale posso tacere senza rimorso.
È però bene di osservare, a proposito di questo Museo, che la pittura olandese degli ultimi tempi ha fatto, sotto varii aspetti, un progresso onorevole. Il genere preferito è sempre il piccolo paesaggio, e in questo nulla è cangiato; ma la pittura intima s’è sollevata in una regione più alta. Ha lasciato la feccia della società per ritrarre la classe media, è uscita dalle taverne per dedicarsi amorosamente a quel sobrio, severo e valoroso popolo di pescatori che lavora e soffre in silenzio sulla costa olandese da Helder alle foci della Mosa; ha dimenticato le orgie e le danze plebee, per rappresentare il marinaio che parte per la pesca dell’aringa, e la moglie che gli dà l’ultimo addio dalla spiaggia, gridando:—Dio t’accompagni!—; il pescatore che ritorna dopo un lungo viaggio al suo diletto Scheveningue, e i bambini che gli corrono incontro colle braccia aperte; il mare agitato dalla tempesta, e la famigliuola del povero marinaio che dall’alto delle dune cerca ansiosamente cogli occhi pieni di lagrime un punto nero sull’orizzonte oscuro. La minutezza eccessiva è scomparsa; la pittura ha preso un fare più largo e più libero. Pochi artisti vanno a studiar fuori della loro patria, e questi perdono il loro carattere nativo; ma i più rimangono, e la loro pittura, il paesaggio sopratutto, è ancora, come per l’addietro, uno specchio fedele del paese, una pittura originale e modesta, piena di mestizia, di dolcezza e di pace. Vicino al bosco si trova il giardino del signor Kvelage, ch’è il più famoso vivaio di tulipani dell’Olanda.
Questa parola «tulipani» rammenta una delle più strane follie popolari che siano mai state al mondo, la quale si manifestò in Olanda verso la metà del secolo decimosettimo. Il paese, in quel tempo, aveva raggiunto il colmo della prosperità: all’antica parsimonia era succeduto il fasto; le case dei ricchi, ancora modestissime sul principio del secolo, s’erano trasformate in piccole reggie; il velluto, la seta, le perle avevano sbandito la semplicità patriarcale del vestire antico; l’Olanda s’era fatta vana, ambiziosa e dissipatrice. Dopo aver riempito la casa di quadri, di tappeti, di porcellane, di oggetti preziosi di tutti i paesi dell’Europa e dell’Asia, i ricchi negozianti delle grandi città d’Olanda cominciarono a spendere somme considerevoli per ornare i loro giardini di tulipani; il fiore che risponde meglio d’ogni altro a quell’avidità innata di colori vivissimi che il popolo olandese manifesta per tanti segni. Questa ricerca dei tulipani ne promosse rapidamente la coltivazione; da ogni parte s’apriron giardini, si fecero studi, si cercarono nuove varietà del fiore prediletto; in breve tempo fu una gara generale; da ogni parte pullularono tulipani non mai veduti, di forme bizzarre, di sfumature ignote, di combinazioni di colori inaspettate, pieni di contrasti, di capricci e di sorprese; i prezzi crebbero meravigliosamente; una nuova screziatura, una forma nuova ottenuta in quelle foglie benedette, fu un avvenimento, una buona fortuna; migliaia di persone si diedero a quello studio con un furore di maniaci; in tutto il paese non si parlò più che di petali, di colori, di bulbi, di vasi, di semenze. Questa mania giunse fino al segno di far ridere l’Europa intera. I bulbi dei tulipani più rari salirono a un prezzo favoloso; alcuni furono una ricchezza come una casa, un podere, un mulino; un bulbo equivaleva alla dote d’una ragazza di famiglia agiata; per un bulbo furono dati, in non so quale città, due carri di grano, quattro carri d’orzo, quattro buoi, dodici pecore, due botti di vino, quattro botti di birra, mille libbre di formaggio, un vestimento completo e una coppa d’argento. Il bulbo d’un tulipano chiamato l’Ammiraglio Liefkenskoek, fu venduto ottomila ottocento lire. Un altro bulbo, d’un tulipano chiamato Semper Augustus, fu comperato al prezzo di tredicimila fiorini olandesi. Un bulbo Ammiraglio Enkhuizen fu pagato più di duemila scudi. Un giorno, non rimanendo più in tutta l’Olanda che due bulbi del Semper Augustus, uno in Amsterdam, l’altro in Haarlem, furono offerti per uno di essi quattromila seicento fiorini, una splendida carrozza e due cavalli pomellati con la bardatura di gala; e l’offerta fu rifiutata. Un altro compratore offerse dodici jugeri di terreno, e neanch’egli lo potè avere. Nei registri d’Alkmaar, è ricordato che nel 1637 si fece in quella città la vendita pubblica di centoventi tulipani a benefizio della Camera degli orfani, e che questa vendita fruttò cento ottanta mila lire. Poi si cominciò a trafficare sui fiori, e specialmente sui tulipani, come sulle rendite dello Stato e sulle azioni. Si vendevano per somme enormi bulbi che non si possedevano, impegnandosi a provvederli per un giorno determinato; e si trafficava così per un molto maggior numero di tulipani che non ne potesse fornire l’intera Olanda. Si racconta che una sola città olandese ne vendette per venti milioni di lire, e che un negoziante d’Amsterdam guadagnò in questo commercio più di sessantotto mila fiorini nello spazio di quattro mesi. Gli uni vendevano ciò che non avevano, gli altri ciò che non avrebbero mai avuto; il mercato passava di mano in mano; si pagavano le differenze; e i fiori per cui molta gente s’arricchiva o andava in rovina non fiorivano che nella fantasia dei trafficanti. Infine la cosa giunse a segno che, molti compratori rifiutando di pagare le somme convenute, e seguendone contestazioni e disordini, il Governo decretò che questi debiti fossero considerati come debiti ordinarii, e fatti pagare per via di legge; e allora i prezzi scemarono improvvisamente sino a cinquanta fiorini per il Semper Augustus, e il traffico scandaloso cessò. Ora quella dei fiori non è più una manìa; ma un culto amoroso, del quale la città di Haarlem è il principal tempio. Essa provvede ancora di fiori una gran parte dell’Europa e dell’America settentrionale. La città è circondata di giardini, i quali verso la fine di aprile e il principio di maggio si coprono d’una miriade di tulipani, di giacinti, di garofani, di auricole, d’anemoni, di ranuncoli, di camelie, di primavere, di cacti, di pelargonii, che formano intorno ad Haarlem una immensa corona cui i viaggiatori di tutte le parti del mondo rapiscono un mazzetto passando. Il giacinto, in questi ultimi anni, è salito in grande onore; ma il tulipano è ancora il re delle aiuole e il supremo amore dell’Olanda. Converrebbe poter cangiare la penna col pennello del Van Huysum o del Menendez, per descriver la pompa di quei colori arditi, lussuriosi, sfolgoranti, i quali, se le sensazioni dell’occhio si potessero paragonare a quelle dell’udito, si direbbe che son come grida e risa di gioia e d’amore nel silenzio verde dei giardini; e che danno al capo come la musica fragorosa d’una festa. Vi si vede il tulipano duca di Toll; i tulipani detti precoci semplici, di più di seicento varietà; i doppi precoci; i tardivi, divisi in unicolori, in fini, in sopraffini, in rettificati; i fini, suddivisi ancora in violette, in rose, in bizardi; poi i mostruosi o pappagalli, gl’ibridi, i ladri; classificati in mille ordini di nobiltà e d’eleganza; tinti di tutte le sfumature che può concepire la mente umana; macchiettati, striati, orlati, variegati, colle foglie a onde, a frangie, a festoni; decorati di medaglie d’oro e d’argento; distinti con mille nomi di generali, di pittori, di uccelli, di fiumi, di poeti, di città, di regine, e mille aggettivi amorosi e spavaldi, che rammentano le loro metamorfosi, le loro avventure e i loro trionfi, e lasciano nella mente una dolcissima confusione d’immagini belle e di pensieri gentili.
Dopo questo, mi pare di poter partire per Amsterdam, dove mi spinge una curiosità irresistibile; e già metto il piede sul montatoio del treno, e adocchio un bel posto vicino allo sportello del vagone; quando mi sento afferrare per la falda, mi volto e vedo lo spettro d’un mio cortese critico d’Italia, il quale mi dice in tuono di rimprovero: “Ma, e i commerci, e le industrie, e gli stabilimenti di Haarlem, dove li ha lasciati?”—“Ah! è vero” rispondo io; “lei è uno di quelli che vogliono descrizione, guida, dizionario, trattato, indicatore, quadro statistico, tutto in un libro? Ebbene, la voglio contentare. Sappia dunque che in Haarlem c’è un ricchissimo museo d’istrumenti fisici, chimici, ottici, idraulici, lasciato alla città da un Pietro Teyler van der Halst, con una somma da destinarsi ogni anno a concorsi scientifici;—che c’è una fonderia celebre di caratteri greci ed ebraici;—che ci sono parecchie belle fabbriche di cotone fondate sotto il patronato di re Guglielmo II;—che ci sono dei lavatoi di biancheria famosi in tutta l’Olanda.” In questo momento si sentì il fischio della partenza: “Un momento!” mi gridò il critico cercando di trattenermi allo sportello, “che dimensioni hanno le macchine elettriche del museo Teyler? Quanto producono anno per anno le fabbriche di cotone? Che sapone s’adopera nei lavatoi?....”—“Eh! mi lasci un po’ in pace!” gli risposi, chiudendo lo sportello mentre il treno era già in movimento; non lo sa il proverbio che non si può cantare e portar la croce?