Via via che ci s’avvicina ad Haarlem, spesseggiano le ville e i giardini; ma la città rimane nascosta dagli alberi, di sopra dei quali non appare che il campanile altissimo della cattedrale, sormontato da una gran corona di ferro, della forma d’un bulbo di torre moscovita. Entrando in città, si vedono da ogni parte canali, mulini a vento, ponti levatoi, barchette di pescatori, case che si specchian nell’acqua; e fatto appena qualche centinaio di passi si riesce in una vasta piazza che fa esclamare con piacevole meraviglia:—Oh! eccoci veramente in Olanda!—
In un angolo v’è la cattedrale, edifizio alto e nudo, sormontato da un tetto della forma di prisma acutissimo, che par che fenda il cielo come una scure affilata. In faccia alla cattedrale s’alza l’antico palazzo municipale, coronato di merli, con un tetto simile a un bastimento rovesciato, e un balconcino che pare una gabbia da uccelli appesa sopra la porta, e una parte della facciata nascosta da due piccole case d’una forma bizzarra, tra di teatro, di chiesa e di castello da fuochi artificiali. Dagli altri lati della piazza ci son case di tutte le più capricciose forme dell’architettura olandese, pencolanti di qua e di là, di color nero, rossastro o vermiglio, colle facciate tempestate di bozze bianche, che paion tante scacchiere, e una fila d’alberi piantati quasi contro il muro, che nascondono tutte le finestre del primo piano. Accanto alla cattedrale, un edifizio stravagante, che serve agli incanti pubblici, un monumento d’architettura fantastica, mezzo rosso e mezzo bianco, tutto scalini, frontispizi, obelischi, piramidine, bassorilievi, ornamenti senza nome, della forma di trionfi da tavola, di candelieri e di spegnitoi che paion buttati là a caso, e presentano tutti insieme l’immagine d’un pagode indiano trasformato, con un’abberrazione di gusto spagnuolo, in casa olandese, da un artista esaltato dal ginepro. Ma la cosa più strana è una brutta statua di bronzo che si vede nel mezzo della piazza, con un’iscrizione che dice: Laurentius Johannis filius Costerus Typographiæ litteris mobilibus e metallo fusis inventor. Come!—si domanda lì per lì lo straniero ignaro della cosa;—che novità è codesta? non è Gutenberg l’inventore della stampa? Che cosa pretende costui? Chi è codesto Costerus?
Questo Costerus aveva nome Lorenzo Jauszoon, e fu chiamato Coster perchè fece il sagrestano, che si dice coster in lingua olandese. La tradizione racconta che questo Coster, nato in Haarlem verso la fine del secolo XIV, passeggiando un giorno nel bel bosco che si stende a mezzogiorno della città, staccò un ramo da un albero, e per divertire i suoi figliuoli v’intagliò con un coltello alcune lettere, le quali gli fecero nascere la prima idea della stampa. Infatti, tornato a casa, intinse quei tipi grossolani nell’inchiostro, li impresse sulla carta, fece nuove prove, perfezionò le lettere, stampò pagine intere, e finalmente, dopo una lunga vicenda di studi, di fatiche, di disinganni, di persecuzioni, delle quali fu fatto segno dai copisti e dai lucidatori; riuscì a produrre il suo capolavoro che fu lo Speculum humanæ salvationis, stampato in lingua tedesca, a colonne doppie e in caratteri gotici. Questo Speculum humanæ salvationis, che si può vedere nel palazzo municipale, è in parte stampato con tavole di legno incise, e in parte con caratteri mobili; e porta la data del 1440; la data più remota che si possa ammettere per l’invenzione di caratteri mobili; nei quali consiste veramente l’invenzione della stampa. Stando dunque a questo Speculum il Gutenberg l’avrebbe tra capo e collo. Ma le prove? Qui comincia il busilli per l’inventore olandese. Fra gli oggetti appartenenti a lui, che si conservano nel palazzo municipale, caratteri mobili non ve ne sono; e manca pure ogni altro strumento, o documento scritto, o testimonianza qualsiasi, che provi indubitabilmente che codesto Speculum, o almeno la parte stampata con caratteri mobili, sia stata stampata dal Coster. Come suppliscono a questa mancanza i fautori dell’inventore olandese? Qui salta fuori un’altra leggenda. La notte di Natale del 1440, mentre il Coster, vecchio e malato, assisteva alla Messa di mezzanotte, pregando Iddio che gli desse forza a sopportare le persecuzioni e a lottare contro l’invidia dei suoi nemici, un suo operaio, uno di quelli ch’egli s’era associato con giuramento di non tradire il segreto della sua invenzione, gli avrebbe portato via gli strumenti, i caratteri, i libri; del che accorgendosi il povero Coster appena rientrato in casa, sarebbe morto di dolore. Secondo la leggenda, questo sacrilego ladro sarebbe stato Fausto di Magonza o il fratello primogenito del Gutenberg; con che si spiegherebbe, e come la gloria dell’invenzione sia passata dall’Olanda alla Germania, e come la statua del povero Coster abbia il diritto di rizzarsi in mezzo alla piazza di Haarlem come uno spettro vendicatore. Su questa quistione, che durò per secoli, si scrisse in Olanda e in Germania un’intera biblioteca; fino a pochi anni sono, rimaneva ancora incerto dinanzi a quale delle due statue, quella di Magonza o quella di Haarlem, il viaggiatore dovesse levarsi il cappello: la Germania respingeva con supremo disdegno le pretensioni olandesi; l’Olanda, benchè con voce di meno in meno sicura, respingeva ostinatamente le pretensioni germaniche. Ma pare ora che il nodo della quistione sia stato sciolto per sempre. Il dottore Van der Linde, olandese, ha pubblicato un libro intitolato: La leggenda del Coster, letto il quale, a detta degli stessi Olandesi, non si dà maggior fede al Coster inventore della stampa che non se ne dia al Tubalcain inventore dell’uso del ferro od al Prometeo rapitore del fuoco. Per conseguenza la statua del povero Coster potrà esser fusa quando che sia in un bel cannone da spedirsi a dar consigli ai pirati di Sumatra. Ma all’Olanda rimarrà pur sempre, nel campo della tipografia, la gloria incontestata degli Elzevirs, e l’onore invidiabile d’aver stampato quasi tutti i grandi scrittori del secolo di Luigi XIV, d’avere diffuso in Europa la filosofia francese del XVIII, d’aver accolto, difeso, propagato il pensiero umano proscritto dal dispotismo e rinnegato dalla paura.
Nel palazzo municipale v’è un Museo di Pittura che si potrebbe chiamare il Museo di Franz Hals, poichè i capolavori di questo grande artista ne sono il principale ornamento. Nato, come tutti sanno, a Malines, sulla fine del secolo decimosesto, egli visse molti anni in Haarlem, quando vi fioriva la pittura di paesaggio, e vi soggiornavano, fra gli altri illustri artisti olandesi, il Ruysdaël, il Winants, il Brouwer, il Cornelio Bega. La sala principale del Museo, che è vastissima, è quasi tutta occupata dai suoi grandi quadri. Entrando, si ha per un momento un’illusione singolarissima. Par d’essere entrati nella sala d’un banchetto, diviso, come sogliono essere i grandi banchetti, in varie mense; e che al rumore dei nostri passi, tutti i commensali si siano voltati per vederci. Son tutti gruppi d’uffiziali degli arcieri e d’amministratori d’ospedali, di grandezza naturale, quali seduti, quali in piedi, intorno a tavole splendidamente apparecchiate; e tutti coi visi rivolti verso chi guarda, come gente atteggiata davanti a una macchina fotografica. Da qualunque parte uno si volga, non vede che faccioni pieni di bonomia e di salute, e occhi fissi nei suoi che par che dicano:—Mi riconoscete?—E v’è tanta verità d’espressione in quei visi, che par davvero di riconoscerli tutti, di saper chi sono, d’averli incontrati parecchie volte per le vie di Leida e dell’Aja. Questa verità d’espressione, la giovialità della scena, il vestiario ampio e ricco del secolo decimosettimo, le armi, le mense, e il non esservi intorno altri quadri che chiamino il pensiero ad altri tempi, fa sì che paia veramente di veder l’Olanda di duecent’anni fa, di sentir l’aura del suo gran secolo, di vivere in mezzo a quella gente forte, schietta e cordiale. Non s’è in una sala di Museo; si assiste alla rappresentazione d’una commedia storica; e non si sarebbe punto meravigliati di veder capitare tutt’a un tratto Maurizio d’Orange o Federico-Enrico. Il più magistrale di questi quadri rappresenta diciannove arcieri aggruppati intorno al loro colonnello, ed è uno dei capolavori dell’alta scuola olandese, d’un disegno grandioso e libero, d’un colorito caldo e brillante, degno di stare accanto al famoso Banchetto della guardia civica di Van der Helst. Fra gli altri quadri d’altri artisti, mi ricordo d’uno di Pietro Breugel il giovane, che è un’illustrazione comica di più di ottanta proverbi fiamminghi, a cui non posso pensare senza dare in uno scoppio di risa. Ma è un quadro che non si può descrivere per molte oneste ragioni.
In una sala del Museo di Pittura si conserva la bandiera che appartenne alla famosa eroina Kanau Hasselaer, la Giovanna d’Arco di Haarlem, la quale combattè nel 1572 alla testa di trecento amazzoni armate, contro gli Spagnuoli che assediavano la città. La difesa di Haarlem, benchè non coronata dalla vittoria, non fu meno gloriosa che quella di Leida. La città era circondata di vecchie mura e di torri cadenti, e non aveva, oltre la legione delle donne, più di quattromila difensori armati. Gli Spagnuoli, dopo aver cannoneggiato le mura per tre giorni, andarono con grande fiducia all’assalto; ma respinti da una pioggia di palle, di sassi, d’olio bollente, di pece infiammata, dovettero risolversi a porre un assedio regolare. La città era soccorsa dalla gente della campagna, uomini, donne e bambini, che scivolando sui ghiacci col favore della nebbia del decembre, le portavano sulle slitte provvigioni da bocca e da guerra. Guglielmo d’Orange, dal canto suo, faceva quant’era in lui per costringer gli Spagnuoli a levar l’assedio. Ma la fortuna non gli arrideva. Tremila soldati olandesi, mandati innanzi pei primi, furono sconfitti, i prigionieri impiccati, e un ufficiale fatto morire appeso a una forca colla testa in giù. Un altro tentativo di soccorso ebbe la stessa sorte: gli Spagnuoli tagliaron la testa a un ufficiale prigioniero e la gettarono nella città con un’iscrizione oltraggiosa. I cittadini, alla loro volta, gettarono nel campo nemico una botte con dentro undici teste di prigionieri spagnuoli e un biglietto che diceva:—«Le dieci teste sono mandate al duca d’Alba in pagamento della sua tassa dei decimi, con una testa d’interesse.»—I combattimenti si succedevano di più in più feroci, fra lo scoppio delle mine e delle contrammine, nel seno della terra. Il 28 gennaio arrivarono in città, per la via del lago di Haarlem, centosettanta slitte cariche di pane e di polvere. Don Federico, capitano degli Spagnuoli, cominciava a disperare e voleva levar l’assedio; ma il duca d’Alba, suo padre, gli ordinò di persistere. Venne finalmente il tempo dello sgelo, diventò difficile recar provvigioni alla città, gli assediati cominciarono a patir la carestia. Il 25 marzo fecero una sortita, nella quale arsero trecento tende e presero sette cannoni; ma questa vittoria fu resa vana da una sconfitta toccata alla flotta del principe d’Orange venuta a battaglia nel lago d’Haarlem colla flotta spagnuola. Questa sconfitta gettò gli assediati nella disperazione. Nel mese di giugno erano già ridotti agli ultimi orrori della fame. Nei primi di luglio tentarono inutilmente di venire ad accordi coi nemici. Il giorno otto, cinquemila volontari olandesi mandati da Guglielmo d’Orange per soccorrere la città, furono sbaragliati; e un prigioniero fu inviato in Haarlem col naso e le orecchie tagliate a portare la notizia. Allora gli assediati risolvettero di formare una legione serrata, colle donne e i bambini nel mezzo, e di slanciarsi fuori della città per aprirsi un varco in mezzo al campo nemico. Ciò saputo, don Federico promise ipocritamente il perdono, purchè la città si rendesse senza indugio. La città si arrese, gli Spagnuoli entrarono, trucidarono tutti i soldati del presidio, fecero decapitare mille cittadini, e legatine duecento a due a due li precipitarono gli uni dopo gli altri nel lago. L’esercito spagnuolo aveva pagato con dodicimila morti questa vittoria di Pirro strappata col tradimento e contaminata col boia.
Dal Museo andai alla cattedrale colla speranza di sentirvi suonare l’organo famoso di Cristiano Müller, che si dice essere il più grande del mondo, e conta fra le sue glorie quella d’essere stato suonato dal celebre Händel e da un ragazzo di dieci anni che aveva nome Mozart. La chiesa, fondata verso la fine del quindicesimo secolo, è bianca e nuda come una moschea; e coperta da una vôlta altissima rivestita di legno di cedro, la quale s’appoggia sopra ventotto leggere colonne. In un muro si vede una palla da cannone dell’assedio del 1573. Nel mezzo della chiesa v’è un monumento consacrato alla memoria dell’ingegnere Conrad, costruttore delle cateratte di Katwijk, e del suo collega Brunings «protettore dell’Olanda contro il furore del mare e la potenza delle tempeste.» Dietro il coro è sepolto il grande poeta Bilderdijk. A un arco sono sospesi alcuni piccoli modelli di bastimenti da guerra che rammentano la quinta crociata, condotta dal conte Guglielmo I d’Olanda. Vicino al pulpito v’è la tomba del Coster. L’organo, sostenuto da colonne di porfido, copre tutta una parete dal pavimento al tetto, e ha quattro tastiere, sessantaquattro registri e cinquemila canne, alcune delle quali sono alte due volte una casa olandese. In quel momento v’eran parecchi forestieri: l’organista non si fece attendere, e io potei sentire, come dice Vittor Ugo, cantare i cannoni di Dio. Profanissimo all’arte, non saprei dire in che cosa l’organo della chiesa di Haarlem differisca da quello del San Paolo di Londra o della cattedrale di Friburgo o della basilica di Siviglia. Ho sentito il solito squillo che annunzia la battaglia, a cui tien dietro un tumulto formidabile di colpi di cannone, di grida di feriti e di fanfare vittoriose che s’allontanano di valle in valle fin che si perdono di là dai monti; e allora s’alza un’armonia tranquilla di flauti, di chiavine e di canti pastorali, che infondono nel cuore tutta la dolcezza della vita dei campi; quando tutt’a un tratto scoppia la folgore, si scatena l’uragano, treman le fondamenta della chiesa; e poi la tempesta s’acqueta a poco a poco al suono d’un canto tremolo e solenne d’una legione d’angeli che arriva lentamente da una sterminata lontananza, e si sparpaglia nelle nuvole bestemmiata da un esercito di demoni muggenti nelle profondità della terra. E infine un’arietta della Fille de madame Angot, la quale dice che tutto è stato uno scherzo e che l’organista si raccomanda alla cortesia degli stranieri.