M’imbarcai la mattina per tempo in uno dei piccoli piroscafi, che partono ogni ora del giorno per Alkmaar ed Helder, e in pochi minuti arrivai nel gran canale.


È questo il maggior canale dell’Olanda, e una delle più meravigliose opere che siansi fatte in Europa nel secolo decimonono. Tutti sanno in che modo ed a che fine sia stato aperto. Altre volte per giungere al porto di Amsterdam i grandi bastimenti dovevano attraversare il golfo di Zuiderzee, sparso di banchi di sabbia e agitato da furiose tempeste. Questa traversata, lunga e piena di pericoli, era sopratutto difficile nel punto in cui il golfo di Zuiderzee si congiunge a quello dell’Y, a cagione di un gran banco di sabbia chiamato Pampus, che i grossi bastimenti non potevano superare se non alleggerendosi d’una parte del loro carico, e facendosi rimorchiare con molta spesa e molta perdita di tempo. Per aprire una via più facile al porto di Amsterdam, si costrusse quel gran canale che va dal golfo dell’Y fino al mare del Nord, attraversando tutta la Nord-Olanda; lungo quasi ottanta chilometri, largo quaranta metri, profondo sei. Fu cominciato nel 1819 e finito nel 1825, e costò trenta milioni di lire. Mercè questo canale, quando il tempo è favorevole, i più grandi bastimenti giungono in meno di ventiquattr’ore dal Mare del Nord nel porto d’Amsterdam. Ciò nonostante la città è ancora, rispetto alle altre città marittime, in una posizione assai svantaggiosa al commercio, poichè l’entrata del canale del Nord, presso l’isola di Texel, è difficilissima; nel canale stesso i bastimenti debbono essere rimorchiati, così che il tragitto, su per giù, costa un migliaio di lire; e negl’inverni rigidi, le acque agghiacciano, la navigazione è impedita o rallentata, e occorre qualche volta spendere fino a trentamila fiorini per aprirvi un passaggio. Ma il coraggio degli Olandesi non si arrestò neanco dinanzi a questa difficoltà, e aperse al commercio una nuova strada. Un altro canale, intorno al quale si sta ora lavorando, attraverserà il golfo dell’Y, nella direzione della sua maggior lunghezza, taglierà le dune e sboccherà nel mare presso il villaggio di Wyk-aan-zee, separando così la Nord-Olanda dal continente. Questo canale sarà lungo venticinque chilometri e largo come quello di Suez; i bastimenti potranno giungere per esso dal mare ad Amsterdam in due ore e trenta minuti; una gran parte del golfo dell’Y, riempita colla materia cavata dal canale, sarà convertita in terra coltivabile; e così verrà chiusa per sempre la via alle inondazioni del mare, dalle quali Amsterdam è perpetuamente minacciata. I lavori, cominciati nel 1866, sono pressochè terminati; e già fin dal 25 settembre del 1872 un bastimento della Società che compie la grande impresa, ha percorso in trionfo la nuova via, salutato festosamente dalla grande città, come un araldo annunziatore di prosperità e di fortuna.


Appena il piroscafo ebbe oltrepassato le porte monumentali dal Canale del nord, disparvero ai miei occhi il golfo, il porto, Amsterdam, ogni cosa; poichè in quel punto le acque del canale sono di quasi tre metri più basse che il livello del mare; e non vidi più che una miriade di cime d’alberi di bastimento, di punte di campanili e di estremità d’ali di mulino, sporgenti oltre le dighe altissime in mezzo alle quali si scorreva. Di tratto in tratto il piroscafo passava per una stretta porta, le rive erano deserte, il canale chiuso da ogni parte, l’orizzonte nascosto; pareva di navigare per i meandri d’una fortezza inondata. Dopo una mezz’ora di questa navigazione furtiva, si arrivò a un villaggio, un vero indovinello di villaggio, formato da alcune casette colorite, schierate lungo una diga, e quasi interamente nascoste da una fila di alberi tagliati in forma di ventaglio e piantati dinanzi agli usci, come per difendere dagli sguardi di chi passa i segreti della vita domestica. Il piroscafo passò per un’altra porta, e riuscì nell’aperta campagna, dove mi si presentò uno spettacolo affatto nuovo. Le acque del canale, essendo assai più elevate della campagna circostante, il bastimento scorreva all’altezza delle cime degli alberi e dei comignoli delle case che fiancheggiavano le dighe; e la gente che passava per i sentieri voltava il viso in su per guardare il bastimento nella stessa maniera che, poco prima, alzavamo il viso noi per guardare la gente che passava sulle dighe. Incontravamo bastimenti rimorchiati da cavalli, barconi rimorchiati da famiglie intere, disposte in fila per ordine d’età, dal nonno al nipote, e dinanzi al nipote il cane; piroscafi che venivano da Alkmaar e da Helder, pieni di contadine col cerchio d’oro intorno alla fronte; e vedevamo da tutte le parti della campagna scorrere delle barche a vela, che, essendo i canali nascosti dalle dighe verdi, pareva che scivolassero sull’erba dei prati.

Arrivato alla mia mèta, discesi, stetti a veder partire il piroscafo, e poi solo soletto presi la via di Broek, fiancheggiata a sinistra da un canale e a destra da una siepe. Dovevo fare un’ora di cammino. La campagna era verde, rigata da mille canali, sparsa di gruppi d’alberi e di mulini a vento, e silenziosa come una steppa. Bellissime vacche bianche e nere erravano o riposavano sulla sponda dei canali, non custodite da alcuno; stormi d’anitre e d’oche bianche come cigni sguazzavano nei bacini; e qualche barchetta scorreva qua e là sui canali tra prato e prato, condotta a remi da un contadino. Quella vasta pianura animata di codesta vita lenta e muta, m’ispirava un sentimento di pace così soave, che la più dolce musica m’avrebbe turbato come uno strepito importuno.

Dopo una mezz’ora di cammino, benchè di Broek non apparisse ancora che la punta del campanile, cominciai a vedere qualche cosa qua e là che annunziava la vicinanza del villaggio. La strada correva sopra una diga, e sul fianco di questa diga vi erano alcune case. Una di queste, una catapecchia di legno, che arrivava appena col tetto all’altezza della strada, rozza, sconquassata, sbilenca, da far credere che fosse un covile piuttosto che una casa, aveva un finestrino con la sua brava tendina bianca annodata da un lato con un nastro azzurro, la quale lasciava vedere a traverso i vetri un tavolinetto coperto di tazze, di bicchieri, di fiori, di gingilli luccicanti come oggetti di vetrina. Appena oltrepassata quella casa, vedo due pali piantati in terra a sostegno d’una siepe, tutti e due tinti di colore azzurro e strisciati di bianco come le antenne da orifiamme che si rizzano per le feste pubbliche. Un po’ più oltre trovo un’altra casupola di contadini, dinanzi alla quale sono esposti secchiolini, panche, rastrelli, pale, zappe, ogni cosa colorita di rosso, d’azzurro, di bianco, di giallo, e strisciata ed orlata di altri colori, come gli attrezzi dei saltimbanchi. Vado innanzi, e vedo altre case rustiche colle finestre ornate di trine, di nastrini, di reticelle di ferro, di specchietti mobili, di gingilli appesi; colle tegole variopinte, colle porte inverniciate. Via via che procedo, cresce la vivezza e la varietà dei colori, la pulizia, la lucentezza, la pompa. Vedo tendine ricamate e nastri color di rosa alle finestre dei mulini; carri e arnesi d’agricoltura con le lamine, i cerchi e i chiodi risplendenti come l’argento; case di legno inverniciate; chiudende e stecconati rossi e bianchi; finestre coi vetri orlati di due o tre striscie di varii colori; e infine la più strana di tutte le stranezze: alberi col tronco tinto di color cilestrino dal piede fino al nodo dei rami!

Ridendo tra me di queste bizzarrie, arrivo a un ampio bacino, circondato d’alberi fitti e frondosi, di là dai quali, sulla sponda opposta, spunta un campanile. Guardo intorno: non c’è che un bambino sdraiato sull’erba. Gli domando:—Broek?—Si mette a ridere, e risponde:—Broek.—Allora guardo meglio e vedo brillare in mezzo al verde degli alberi dei colori così ciarlataneschi, così impertinenti, così arrabbiati, che mi sfugge un’esclamazione di stupore.

Giro intorno al bacino, passo sur un piccolo ponte di legno bianco come la neve, infilo una stradina, guardo.... Broek! Broek! Broek! Lo riconosco, non ci può esser dubbio, non può esser altro che Broek!

Immaginate un presepio fatto con casette di carta-pesta da un ragazzo di otto anni, una città fabbricata nella vetrina d’una bottega di giocattoli di Norimberga, un villaggio costrutto da un coreografo sul disegno d’un ventaglio chinese, una riunione di baracche di saltimbanchi arricchiti, un gruppo di villette fatte per servir da teatro di burattini, una fantasia d’un orientale ubriaco d’oppio, un qualche cosa che faccia pensare nello stesso tempo al Giappone, all’India, alla Tartaria, alla Svizzera, allo stile plateresco e al rococò Pompadour, e a quello degli edifici inzuccherati che mettono in mostra i confettieri; una mescolanza di barbaro, di gentile, di presuntuoso, di lezioso, d’ingenuo, di sciocco, che nello stesso punto offenda il buon gusto, provochi le risa e innamori; immaginate insomma la più puerile stravaganza a cui si possa dare il nome di villaggio, e avrete una lontana immagine di Broek.