Tutte le case sono circondate da un giardinetto, separato dalla strada da uno stecconato color cilestrino, della forma d’una balaustrata o d’una ringhiera, con pomi, mele o aranci di legno sulla punta degli stecconi. Le strade fiancheggiate da questi stecconati, sono strettissime e formate di piccoli mattoni di vario colore, messi di costa, e combinati in ogni sorta di disegni, in modo che da lontano le strade paiono coperte di scialli turchi. Le case, la maggior parte di legno, tutte col solo piano terreno, e piccolissime, sono color di rosa, color nero, colore cenerino, colore di porpora, colore azzurro chiaro, colore d’erba montanina; hanno il tetto coperto di coppi inverniciati e disposti a scacchiera; le gronde ornate d’una specie di festone di legno traforato come una trina; le facciate a punta, con una banderuolina sulla cima, o una piccola lancia, o qualcosa che somiglia un mazzo di fiori; le finestre coi vetri rossi o azzurri, ornate di tendine, di ricami, di nastri, di reticelle, di frange, di nappe, di ninnoli; le porte dipinte e dorate, e sormontate d’ogni sorta di bassorilievi che rappresentano fiori, figurine e trofei, in mezzo ai quali si legge il nome e la professione del proprietario. Quasi tutte le case hanno due porte: una davanti e una di dietro; questa per l’entrata e l’uscita di tutti giorni; l’altra che si apre soltanto nelle occasioni solenni della vita, come nascite, morti, matrimoni.

I giardini non sono meno strani delle case. Paiono fatti per i nani. I viali sono appena tanto larghi da poterci mettere i piedi, le aiuole si cingono colle braccia, i capanni contengono a stento due personcine rannicchiate, le siepi di mortella non arrivano ai ginocchi d’un bambino di quattr’anni. Fra questi capanni e queste aiuole vi sono dei canaletti che paion fatti per metterci delle barche di carta, sui quali s’incurvano dei ponti di legno, puerilmente superflui, con colonnine e spallette colorite; bacini grandi come una tinozza da bagno riempiti da una barchetta lilliputtiana, legata con un cordoncino rosso a un palo color celeste; piccoli scali, piccoli orti, piccoli crocicchi, pergolatelli, porticciuole, cancellatine, tutte cose che si possono misurare con una mano, superare con un salto e buttar all’aria con un pugno. Intorno alle case e ai giardini s’innalzano alberi tagliati in forma di ventagli, di pennacchi, di dischi, di trapezi, coi tronchi coloriti di bianco e d’azzurrino, e qua e là casette di legno per gli animali domestici, variopinte, dorate e scolpite come piccole reggie da marionette.

Data un’occhiata alle prime case e ai primi giardini, m’inoltrai nel villaggio. Non c’era anima viva nè per le strade nè alle finestre. Tutte le porte eran chiuse, tutte le tendine calate, tutti i canali deserti, tutte le barchette immobili. Il villaggio è costruito in maniera che in nessun punto si vedono più di quattro o cinque case; e via via che si va innanzi, una si nasconde, un’altra fa capolino, una terza balza fuori tutta intera; e da tutte le parti, in mezzo ai tronchi degli alberi, appariscono e spariscono striscie e tocchi di colori vivissimi, come di una frotta di maschere sparpagliate che facciano a rimpiattíno. A ogni passo si scopre un nuovo piccolo prospetto da palcoscenico, una nuova combinazione strana di colori, un nuovo capriccio, una nuova ridicolaggine. Par che da un momento all’altro debba uscire da tutte quelle porte un popoletto d’automi coi piatti turchi e i tamburelli fra le mani, come quei che si muovono sugli organetti. Con cinquanta passi si gira intorno a una casa, si passa un ponte, si attraversa un giardino, si percorre una strada e si ritorna nel luogo di prima. Un bambino vi pare un uomo e un uomo vi pare un gigante. Tutto è piccino, compassato, leccato, tinto, contraffatto, snaturato, fanciullesco. Sulle prime vi vien da ridere; poi vi piglia la stizza pensando che gli abitanti di quel villaggio crederanno che voi lo troviate bello; quella caricatura vi riesce odiosa; dareste di scimunito a tutti i padroni di casa; vorreste persuaderli che il loro famoso Broek è un insulto all’arte e alla natura, e ch’essi non hanno nè buon gusto nè buon senso. Ma quando vi siete ben sfogati a invettive, tornate a ridere, e il riso finisce per prevalere.

Dopo aver girato un po’ senza incontrare nessuno, mi venne il desiderio di veder l’interno di una casa. Mentre guardavo qua e là in cerca d’un’anima ospitale, m’intesi chiamare:—Monsieur—e voltatomi, vidi una donna sur un uscio, la quale mi domandò timidamente:—Foulez fous foir une maison particulière?—Accettai; la donna lasciò gli zoccoli sulla soglia, come si usa in tutte le case di quei paesi, e mi condusse dentro. Era una povera vedova, come mi disse appena fummo entrati, e non aveva che una stanza; ma che stanza! Il pavimento era coperto di stuoie pulitissime; i mobili erano luccicanti come l’ebano; le maniglie del cassettone, la linguetta del baule, i rilievi d’un piccolo stipo, le bullette delle seggiole, persino i chiodi piantati nel muro, parevano d’argento. Il camino era un vero tempietto, tutto rivestito di lastrine di maiolica colorite e nitide come se non avessero mai visto il fumo. Sur un tavolino c’era un calamaio di rame, una penna di ferro e qualche gingillo, che avrebbero richiamato l’attenzione nella vetrina d’un orefice. Da qualunque parte volgessi gli occhi, scintillava qualche cosa. Non vedendo il letto, domandai alla buona donna dove dormisse. Per tutta risposta s’avvicinò a una parete ed aperse i due battenti nascosti dalla tappezzeria. Il letto (come in quella casa, in tutte le altre) è chiuso in una specie di armadio a muro, e consiste in un materasso e in un pagliericcio distesi sopra la parte inferiore del muro medesimo, senz’assi e senza cavalletti; letto che sarà comodo d’inverno, ma che dev’essere un affogatoio d’estate. Mi fece vedere gli arnesi coi quali faceva la pulizia. C’era da farne una bottega: scope, scopette, spazzolini da denti, strofinacci, raschiatoi, rastrellini, scovoli, frugoni, pelli, mazzetti di piume, acqua-forte, bianco di Spagna pei vetri, rosso di Venezia per le posate, polvere di carbone per i rami, smeriglio per i ferri, mattone inglese per i pavimenti, e persino stecchini per cavar le pagliuzze microscopiche dalle commessure dei mattoni.

Mi diede notizie curiosissime intorno al furore di pulizia per cui il villaggio di Broek è famoso in Olanda. Non è lungo tempo che all’entrata del villaggio si leggeva un’iscrizione concepita in questi termini:—Prima o dopo il tramonto del sole nessuno può fumare nel villaggio di Broek, se non con una pipa munita di coperchio (perchè non si spanda la cenere), e quando si attraversa il villaggio con un cavallo, è proibito di stare in sella, e bisogna condurlo a piedi. Era pure proibito di attraversare il villaggio in carrozza, o con pecore o vacche, o qualunque altro animale che potesse insudiciare le strade; e benchè non sussista più questa proibizione, i carri e gli animali girano ancora intorno a Broek, per effetto dell’usanza antica. Dinanzi a tutte le case c’erano, e se ne vede ancora qualcuna, delle sputacchiere di pietra, nelle quali sputavano i fumatori dalle finestre. L’uso di stare in casa coi piedi scalzi è ancora in pieno vigore, così che dinanzi a tutte le porte si vedono scarpe, stivaletti e zoccoli ammonticchiati. È una fiaba quello che si racconta di sommosse popolari accadute a Broek contro stranieri che sparsero per la strada dei noccioli di ciliegia; ma è vero che ogni cittadino il quale veda cadere una foglia o una festuca portata dal vento dinanzi alla sua casa, la va a raccattare e la butta nel canale. Che poi si vadano a spolverare le scarpe a cinquecento passi fuor del villaggio, che ci sian dei ragazzi pagati per soffiare quattro volte all’ora fra i mattoni della strada, e che in certe case si portino gli ospiti a braccia perchè non insudicino il pavimento, son cose che si raccontano,—mi disse quella buona donna,—ma che probabilmente non si fecero mai. Però prima di lasciarmi uscire, mi raccontò un aneddoto che, se fosse vero, farebbe quasi credere possibili quelle stravaganze.—Nei tempi andati,—mi disse,—la manía della pulizia era arrivata a tal segno, che le donne di Broek trascuravano, per strofinare e lavare, persino i loro doveri religiosi. Il Pastore del villaggio, dopo aver tentato inutilmente tutte le vie della persuasione per far cessare quello scandalo, prese un altro partito. Fece una gran predica nella quale disse che ogni donna olandese la quale avesse compiuto fedelmente i suoi doveri verso Dio nella vita terrena, avrebbe trovato nel mondo di là una casa piena zeppa di mobili, d’utensili e di gingilli svariatissimi e preziosissimi, nella quale, non distratta da altre occupazioni, avrebbe potuto spazzolare, insaponare e lustrare per tutta l’eternità, senza mai poter dire d’aver finito. L’immagine di questa sublime ricompensa, il pensiero di questa immensa felicità infuse tanto ardore e tanta pietà nelle donne di Broek, che d’allora in poi furono sempre assidue agli esercizi religiosi, e non ebbero mai più bisogno di eccitamento.—

Eppure, nè questo furore di pulizia, nè la bizzarria architettonica che ho descritta, sono la cagione della semi-seria celebrità del villaggio di Broek. Questa celebrità derivò da una stravaganza di forme e di consuetudini, appetto alla quale ciò che ora si vede non è più nulla. Il Broek d’oggigiorno non è più che una larva del Broek antico. A persuadersene, basta visitare una casa posta all’entrata del villaggio, e aperta agli stranieri, la quale è un modello completo delle antiche case, e vien conservata accuratamente dal proprietario come un monumento storico delle follie trascorse. L’esterno della casa non è diverso dalle altre: una baracca da burattini. Il maraviglioso sono le stanze e il giardino. Le stanze, piccolissime, sono tanti bazar, ciascuno dei quali richiederebbe un volume di descrizioni. La manía olandese di ammontare oggetti su oggetti, e di cercar la bellezza e l’eleganza nell’eccesso degli ornamenti più disparati, là si vede spinta sino al superlativo grado del ridicolo. Vi sono figurine di porcellana sugli armadi, tazze e zuccheriere chinesi sopra e sotto le tavole, piatti appesi alle pareti dal soffitto fino al pavimento, orologi, ovi di struzzo, barchette, bastimenti, conchiglie, vasi, piattini, calici, ficcati in tutti gl’interstizi e nascosti in tutti i buchi; quadri che presentano figure diverse, secondo da che parte si guardano; armadi pieni di centinaia di ninnoli; ornamenti senza nome, decorazioni senza senso, un ingombro, un lucicchío, una dissonanza di colori, un cattivo gusto così innocentemente spietato, che è un piacere e un dispetto a vedersi. Ma tutte queste stravaganze sono di gran lunga superate dal giardino. Qui si vedono ponti messi per mostra sopra rigagnoli larghi un palmo, grotte e cascatelle da presepio, chiesette rustiche, templi greci, chioschi chinesi, pagodi indiani, statue dipinte, piccoli fantocci colle mani e i piedi dorati che balzano fuori dai panieri di fiori, automi di grandezza naturale che fumano e che filano, armadi che s’aprono al tocco d’un ordigno, e lascian vedere una comitiva di burattini seduti a tavola, bacinetti dove nuotano cigni e oche di zinco, aiuole coperte di un mosaico di conchiglie, con un bel vaso di porcellana nel mezzo; alberi che rappresentano figure umane, cespugli di bosso tagliati in forma di campanili, di chiesuole, di navi, di chimere, di pavoni che fan la ruota e di bambini che allargan le braccia; sentieri, capanni, siepi, fiori, piante, tutto scontorto, manierato, tormentato, imbastardito, stravolto. E così erano nei tempi andati tutte le case e tutti i giardini di Broek.

Ma ora non solamente l’aspetto del villaggio, anche la popolazione è in gran parte mutata. Broek era chiamato altre volte il villaggio dei milionarii, perchè quasi tutti i suoi abitanti erano negozianti ricchissimi, che si raccoglievan là per amore della solitudine e della pace. A poco a poco, la noia, il ridicolo di cui furon fatti segno le loro case ed essi stessi, l’importunità dei viaggiatori, il desiderio di luoghi più ameni, snidò da Broek quasi tutte le famiglie ricche, e le poche rimaste, cessando la gara che aveva prodotte tante fanciullesche meraviglie, non pensarono più a crearne delle nuove, e lasciarono perdere o sparire le vecchie. Ora Broek ha circa un migliaio d’abitanti, dei quali la maggior parte fanno formaggi, e gli altri son bottegai, fattori e artefici che vivon di rendita.

Malgrado che sia decaduto, Broek è ancora visitato da quasi tutti gli stranieri che vanno in Olanda. In una stanza della casa che ho descritta, v’è un enorme libro che contiene parecchie migliaia di, biglietti di visita e di firme manoscritte di gente d’ogni paese. Io l’ho scorso tutto. Il maggior numero di visitatori sono inglesi e americani; il minimo italiani, e questi quasi tutti nobili delle provincie meridionali. Fra i molti nomi illustri vidi quello di Victor Hugo, di Walter Scott, del Gambetta e del commediografo Emilio Augier. Fra i ricordi, v’è un calcafogli che l’Imperatore e l’Imperatrice di Russia regalarono a un cittadino di Broek in segno di gratitudine per l’ospitalità ch’egli concesse nel 1864 al granduca Nicola di Alexandrovitch.

A proposito di visitatori illustri, anche l’Imperatore Alessandro di Russia e Napoleone il Grande furono a Broek. La tradizione locale dice che così l’uno che l’altro avendo voluto vedere l’interno d’una casa, dovettero, prima d’entrare, infilarsi certe grosse calze di lana che porse loro la serva, perchè non insudiciassero i pavimenti cogli stivali. Non oserei affermare che questo sia vero; ma so, per averlo letto in certe Memorie del viaggio di Napoleone in Olanda, che a Broek egli s’indispettì nel vedere le strade deserte, e la gente tappata in casa che lo guardava di dietro i vetri coll’aria di sorvegliare che non insudiciasse le cancellate dei giardini. Anche l’imperatore Giuseppe II fece una visita a Broek; ma, per quello che si narra, non avendo portato con sè delle lettere di raccomandazione, non potè entrare in nessuna casa. Un aiutante di campo insistendo presso un padrone di casa, perchè lasciasse entrare la Maestà Sua:—Io non conosco il vostro Imperatore,—quegli rispose;—e fosse anche il borgomastro d’Amsterdam in persona, non ricevo chi non conosco.—

Quand’ebbi visitato la casa e il giardino antico, entrai in un piccolo caffè dove una ragazza senza scarpe, inteso alla prima il mio linguaggio da sordomuto, mi portò una mezza forma di buon formaggio di Edam, delle uova e del burro, ogni cosa posto sotto un coperchio di maiolica, protetto da una reticella di fil di ferro, e nascosto da una bianchissima tovaglietta ricamata; e poi scortato da un ragazzo che mi parlava a gesti, andai a vedere una fattoria. Molta gente, tra noi, che porta cappello a staio ed orologio d’oro, non ha un appartamento pulito ed ornato come quello in cui si pavoneggiano le vacche di Broek. Prima d’entrare bisogna pulirsi le scarpe a una stuoia distesa davanti alla porta, e se non lo fate, vi pregano di farlo. Il pavimento delle stalle è di mattoni di vario colore, nitidi da poterci passare sopra la mano; le pareti son rivestite di legno di abete; le finestre sono ornate di tende di mossolina e di vasi di fiori; le mangiatoie son dipinte; le vacche sono strigliate, pettinate, lavate, e perchè non s’insudicino hanno la coda tenuta su da un cordoncino legato a un chiodo del soffitto; un rigagnolo che attraversa la stalla, porta via continuamente le immondizie; fuor che tra i piedi delle bestie, non si vede un fuscello, nè una macchia; e l’aria è così purgata, che a occhi chiusi si crederebbe di essere in un salotto. Le camere dei contadini, le stanze dove si fa il formaggio, i cortili, i bugigattoli, tutto è netto e luccicante ad un modo.