Essendo giorno di festa, le strade principali eran piene di gente che andava o tornava di chiesa. La prima cosa che mi colpì fu l’acconciatura del capo delle donne. Portano, sotto un cappello coperto di fiori, una specie di cuffia di trina, che scende fin sulle spalle, dalla quale escono di qua e di là dalla fronte due nodi di capelli arricciolati e stretti che paion ciocche di chicchi d’uva. Il cerchio d’oro o d’argento, che stringe la testa, e luccica attraverso la trina di codesta cuffia, termina sulle tempie in due lastrine quadrate dello stesso metallo, rivolte verso chi guarda, con una rosetta nel mezzo. Un’altra lastrina dorata e cesellata, una sorta di nastro metallico, legato, non so come, al cerchio, attraversa obliquamente la fronte e scende quasi fino a toccare la tempia opposta, o l’occhio, o l’intracciglio, in modo che pare un pezzo del cerchio stesso, rotto e lasciato spenzolare per negligenza o per vezzo. Due grossi spilloni confitti verticalmente all’estremità del cerchio s’alzano come due corna sopra le due ciocche di riccioli. Altri orecchini lunghissimi ciondolano alle orecchie, il collo è ornato di più giri di collane, il seno di borchie, di fermagli, di catenelle, da riempirne una vetrina di gioielliere. Tutte le donne, con leggiere differenze, sono ornate così; e son tutte bianche, rosee e vestite col medesimo cattivo gusto, in modo che uno straniero non distingue alla prima la contadina dalla signora. Non si può dir certo che quell’acconciatura del capo e quella sovrabbondanza d’ornamenti sia bella ed elegante; ma pure quei visi bianchi, in mezzo a quella trina e a quell’oro, quel misto di principesco e di campagnuolo, di opulento e di rozzo, di pomposo e d’ingenuo, ha una grazia tutta sua, che s’accorda mirabilmente coll’aria, se così può dirsi, della città, e che finisce per piacere. Anche le bambine hanno il loro diadema e le loro trine: gli uomini sono la maggior parte vestiti di nero. Bambine, poi, uomini, ragazze, donne, giovani, vecchi, hanno tutti un aspetto di gente contenta, un non so che di primitivo, di verginale, di nuovo, che fa quasi parer strano che siano europei del tempo nostro; che fa pensare di essere in un altro continente e in un’altra civiltà; di trovarsi in un paese dove la ricchezza fiorisca senza fatica, la vita scorra senza passioni, la società si regga e si muova senz’attriti e senza scosse, e nessuno desideri altro bene che la pace. E se mentre si pensa a questo, l’orologio del campanile più vicino canta colle sue note argentine una vecchia canzone nazionale, allora l’illusione è intera, e si vorrebbe condurre a Zaandam la famiglia e gli amici, e finire in una di quelle casette verdi i nostri giorni tranquilli.

Ma se tutta questa beatitudine non è che illusione, è un fatto però che Zaandam è una delle più agiate città dell’Olanda, che in molte di quelle casette verdi stanno dei costruttori di navi millionarii, e che non c’è famiglia senza pane, nè ragazzo senza maestro.

Oltre a questo, Zaandam possiede quello che Napoleone I disse: «il più bel monumento dell’Olanda» cioè la capanna di Pietro il Grande, in onore del quale la città fu per un tempo ed è ancora chiamata da molti Czardam o Saardam. Una squadra di ciceroni sussurra il nome di questa capanna famosa nell’orecchio a tutti gli stranieri che arrivano a Zaandam, e si può dire ch’essa è lo scopo unico di tutti coloro che vanno a visitare questa città.

Quando e perchè il grande Imperatore sia andato a stare in quella capanna, è noto a tutti. Dopo aver vinto i Tartari e i Turchi, ed essere entrato trionfalmente in Mosca, il giovane czar volle fare un viaggio nei principali Stati d’Europa per studiare le arti e le industrie. Accompagnato da tre ambasciatori, quattro segretarii, dodici gentiluomini, cinquanta guardie ed un nano, partì nell’aprile del 1697 dai suoi Stati, attraversò la Livonia, passò per la Prussia brandeburghese, per la Pomerania, per Berlino, la Vestfalia, e arrivò ad Amsterdam, quindici giorni prima del suo seguito. In questa città, sconosciuto a tutti, passò qualche tempo negli arsenali dell’ammiragliato; e quindi per imparare coi propri occhi e colle proprie mani l’arte della costruzione delle navi, nella quale gli Olandesi, in quel tempo, primeggiavano, si vestì da marinaio, e si recò a Zaandam dov’erano i più famosi arsenali. Qui entrò col nome di Pietro Michaeloff, nell’arsenale di un certo Mynheer Calf, si fece iscrivere nel numero degli operai, lavorò da falegname, da ferraio, da cordaio, e per tutto il tempo che rimase a Zaandam, andò vestito e si nutrì come i suoi compagni di lavoro e dormì com’essi, in una casetta di legno, che è quella che si vede oggigiorno. Quanto tempo sia stato in quella città, non si sa di certo. V’è chi dice che ci sia stato qualche mese, v’è chi crede con maggior ragione, che seccato della curiosità degli abitanti, non ci sia stato che una settimana. Certo è che, ritornato in Amsterdam dopo breve tempo, terminò colle sue mani, nell’arsenale della Compagnia delle Indie, un vascello da sessanta cannoni; che studiò matematica, fisica, geografia, anatomia, pittura, e che lasciò quella città nel gennaio del 1698, per andare a Londra.

La famosa capanna si trova a un’estremità di Zaandam, in vista dell’aperta campagna; ed è come incassata in un piccolo edifizio in muratura che la regina d’Olanda, Anna Paulowna, russa di nascita, fece costruire per difenderla dalle intemperie. È una vera casupola da pescatori, di legno, composta di due piccole stanze, e talmente sconnessa e sbilenca, che se non fosse puntellata dall’edifizio che la circonda, un soffio di vento la butterebbe a terra. In una stanza vi sono tre rozze scranne, una larga tavola, un letto ad armadio ed un grande cammino dell’antica forma fiamminga. Nella seconda stanza vi sono due grandi ritratti: uno di Pietro il Grande vestito da operaio, e l’altro dell’imperatrice Carolina. Sul soffitto sono stese delle bandiere russe e delle bandiere olandesi. La tavola, le pareti, le imposte, le porte, le travi sono coperte di nomi, di versi, di sentenze, d’iscrizioni di tutte le lingue del mondo. V’è una lastra di marmo su cui è scritto:—Petro magno Alexander,—fatta porre dall’imperatore Alessandro di Russia, in memoria della sua visita del 1814. Un’altra lapide ricorda la visita fatta dal principe ereditario, ora czar, nel 1839, e c’è sotto una strofa d’un poeta russo che dice:—Sopra quest’umile abituro aleggiano gli angeli santi. Isarevitch! inchínati. Qui è la culla del tuo impero, qui nacque la grandezza della Russia.—Altre lapidi rammentano visite di re e di principi, e colle lapidi altre poesie e soprattutto iscrizioni russe che esprimono l’entusiasmo e la gioia di gente arrivata alla mèta d’un sacro pellegrinaggio. Una di queste iscrizioni ricorda che da quella catapecchia il falegname Pietro Michaeloff dirigeva le mosse dell’esercito moscovita, che combatteva contro i Turchi in Ucrania.

Uscendo di là, pensavo che se il giorno più glorioso della vita di Pietro il Grande fu quello in cui s’addormentò sotto quella capanna dopo aver lavorato per la prima volta colle proprie braccia, così il più felice doveva essere stato quell’altro in cui, dopo diciotto anni egli ci ritornava, nel colmo della sua potenza e della sua gloria, per mostrare a Caterina il luogo dove facendo l’operaio aveva imparato a far l’imperatore. Gli abitanti di Zaandam ricordano quel giorno con orgoglio, e ne parlano come d’un avvenimento di cui sian stati testimoni. La czarina era rimasta a Vesel per partorire; lo czar arrivò a Zaandam solo. Ognuno può immaginare con che gioia e che alterezza l’abbiano ricevuto quei negozianti, quei marinai, quei falegnami, che l’avevano avuto compagno diciotto anni prima. Per il mondo egli era il vincitore di Pultava, il fondatore di Pietroburgo, l’incivilitore della Russia; ma per loro era Peterbas, mastro Pietro, come lo chiamavano famigliarmente quando lavoravano insieme; era un figliuolo di Zaandam divenuto imperatore; era un vecchio amico che tornava in mezzo agli amici. Dieci giorni dopo il parto arrivò la czarina e visitò anch’essa la capanna. Imperatore e Imperatrice, senza seguito, senza pompa, andarono a desinare in casa di Mynheer Calf, il costruttore di bastimenti che aveva ricevuto nel suo arsenale il giovane operaio coronato; il popolo li accompagnò gridando:—Viva mastro Pietro!—e mastro Pietro, lo sterminatore dei boiardi e degli strelizzi, il condannatore di suo figlio, il principe formidabile, pianse.


Per andare ad Alkmaar m’imbarcai sopra un piroscafo che doveva rimontare lo Zaan fino al canale del Nord, e così vidi l’Oost Zaandam e la West-Zaandam,—ossia tutta la parte della città che si stende per quasi tre miglia lungo le due rive del fiume.

È uno spettacolo che rivende Broek cento volte.

Ognuno si ricorda dei primi paesaggi che si dipingono da ragazzi, quando il padre o lo zio ci regala una scatola di colori sospirata da molto tempo. Per il solito si vuol dipingere un luogo delizioso, come quei che si sognano a scuola, sonnecchiando alle ultime lezioni di latino, sulla fine del mese di giugno. Per render questo luogo veramente delizioso, ci sforziamo di fare entrare in un piccolo spazio una villetta, un giardino, un lago, un bosco, un prato, un orto, un fiume, un ponte, una grotta, una cascata d’acqua, tutto ben vicino, ben stretto e ben pigiato; e perchè non sfugga assolutamente nulla all’occhio di chi guarda, si dipinge ogni cosa coi colori più vivi della scatola e si fanno dei bei contorni vistosi; e quando s’è finito, colti dal timore di non aver approfittato di tutto lo spazio, si ficca ancora una casetta qui, un albero là, una capanna in fondo; finchè non essendo più possibile di farci entrare un filo d’erba, nè una pietra, nè un fiore, si smette il pennello soddisfatti dell’opera propria, e si corre a far vedere il quadro alla fantesca, la quale giunge le mani in atto di meraviglia, ed esclama che è un vero paradiso terrestre. Ebbene, Zaandam, vista dal fiume, è tale quale uno di codesti paesaggi.