Sono tutte casette verdi, coi tetti coperti di coppi rossissimi, sui quali s’innalzano dei chioschi pure verdi, sormontati da banderuole variopinte o da palle di legno di diverso colore infilate in un’asta di ferro; torricciuole coronate di balaustrate e di padiglioni; edifizii della forma di tempietti e di villini; baracche e bicocche di una struttura non mai vista, capricciosamente sovrapposte, e strette le une contro le altre, che par che si disputino lo spazio; un’architettura di ripiego, tutta vanità e tutta apparenza. In mezzo a questi edifizii, stradine per cui passa appena una persona, piazzette anguste come stanze, cortili poco più grandi di una tavola, canali dove non può scorrere che un’anitra; e sul davanti, tra le case e la riva del fiume, dei giardinetti da ragazzi, pieni di capanni, di casette per le galline, di pergolati, di cancellate, di mulini a vento da trastullo e di salici piangenti; e dinanzi a questi giardini, sulla riva del fiume, dei piccoli porti pieni di piccole barche verdi legate a piccole palafitte ancora più verdi. In mezzo a questo guazzabuglio di giardini e di baracche, s’alzano da tutte le parti mulini a vento di grande altezza, coloriti pure di verde e listati di bianco, o bianchi e listati di verde, con le braccia dipinte come aste di bandiere e la rotella dell’asse dorata e ornata di girandole multicolori; campanili verdi e inverniciati dal piede fino alla punta; chiesuole che paion teatri da fiera, scaccheggiate e orlate di tutte le tinte dell’arcobaleno. Ma questo è anche più strano: che gli edifizi, già piccini all’entrata del fiume, vanno scemando di grandezza via via che si procede, come se la popolazione fosse distribuita per ordine di statura, tanto che verso la fine non son più che casotti da sentinelle, stie, topaie, scatole, nascondigli, che paiono sporgenze d’una città sotterrata; un’architettura minuscola che è lì a dieci passi, e fa l’effetto di essere molto lontana; un tritume di città, un vero alveare umano, dove i bambini paiono colossi, e i gatti saltano dalla strada sui tetti; e là ancora ci son giardini occupati interamente da un sedile, chioschi capaci d’una persona sola, padiglioni grandi come ombrelli, e salici piangenti, e piccoli scali, e piccolissimi mulini a vento, e banderuole e fiori e colori.

Ma son proprio uomini che han fatto tutto codesto?—uno si domanda dinanzi a questo spettacolo.—E questa è una città davvero? E ci sarà ancora l’anno venturo? O non è stata fabbricata per una festa, e la settimana prossima sarà tutta scomposta e accatastata dentro il magazzino di un decoratore d’Amsterdam? Ah! burloni d’Olandesi!


ALKMAAR.

Il bastimento, dopo oltrepassata Zaandam, corse ancora per un lungo tratto in mezzo a due file non interrotte di mulini a vento, toccò parecchi villaggi, svoltò nel canale di Marker-Vaart, attraversò il lago di Alkmaar, ed entrò finalmente nel gran canale del Nord. Non riuscirei mai ad esprimere, per quanto mi ci sforzassi, il sentimento di solitudine morale, di lontananza, e direi quasi di smarrimento che provavo io solo in mezzo a una folla di contadine indiademate come regine e immobili come idoli, su quel piroscafo che scorreva colla placidità di una gondola a traverso una pianura sconfinata ed uniforme, sotto quel cielo malinconico. Certi momenti domandavo a me stesso in che maniera mi trovassi là, dove sarei andato a finire, quando sarei tornato; sentivo la nostalgia di Amsterdam e dell’Aja, come se il paese dove passavo fosse tanto lontano dall’Olanda meridionale, quanto l’Olanda meridionale è lontana dall’Italia; facevo il proponimento di non viaggiar mai più solo, e mi pareva di non aver mai più da tornare a casa.


In quel punto mi trovavo proprio nel cuore della Nord-Olanda, di quella piccola penisola bagnata dal Mare del Nord e dal Golfo di Zuiderzee, ch’è quasi tutta più bassa delle acque che la circondano, ch’è difesa da una parte dalle dune e dall’altra da immense dighe, e frastagliata da un’infinità di canali, di laghi e di paludi, che le danno l’aspetto d’una terra per metà sommersa, e destinata a sparire sotto le onde. Per tutto lo spazio che si poteva abbracciare collo sguardo, non si vedeva che qualche gruppo d’alberi, qualche vela di bastimento e qualche mulino.


Il tratto del canale del Nord che il piroscafo percorreva in quel punto, fiancheggia il Beemster, la più grande distesa di terra che siasi prosciugata nel secolo decimosettimo, uno dei quarantatrè laghi che coprivano anticamente la provincia di Alkmaar, e che furono trasformati in bellissime praterie. Questo Beemster, che abbraccia una superficie di settemila ettari, e viene amministrato, come tutti gli altri polders, da un Comitato eletto dai proprietari, il quale fa le spese col provento d’un’imposta ripartita per ettari; è diviso in un gran numero di quadrati cinti da strade ammattonate e da canali, che lo fanno parere un’immensa scacchiera. Il fondo essendo quasi tre metri e mezzo sotto il livello d’Amsterdam, le acque piovane debbono essere continuamente estratte per mezzo di mulini a vento, che le riversano nei canali, i quali alla loro volta le conducono al mare. Ci sono, in tutto il polder, quasi trecento fattorie, che posseggono circa seimila bestie bovine e più di quattrocento cavalli. Non vi si vedono altri alberi che pioppi, olmi e salici, aggruppati intorno alle case, per difenderle dal vento. Tutto è prateria, e come il Beemster, tali sono gli altri polders. I soli oggetti che richiamino l’attenzione su quelle verdi pianure sono le antenne che sorreggono i nidi delle cicogne, e qua e là qualche enorme osso di balena, antico trofeo di pescatori olandesi, piantato ritto nella terra, perchè ci si strofinino le vacche. Tutti i trasporti di derrate da fattoria a fattoria si fanno per mezzo di barche; nelle case si entra per un ponte che si solleva la notte, come il ponte d’una fortezza; gli armenti pascolano senza guardiani; le anitre e i cigni scorrono liberamente per i lunghi canali; ogni cosa spira sicurezza, abbondanza e pace. Son queste infatti le provincie in cui fiorisce in tutta la sua bellezza quella famosa razza bovina, alla quale l’Olanda deve in gran parte la sua ricchezza; quelle vacche enormi e pacifiche, che danno fino a trenta litri di latte al giorno; i discendenti di quei gloriosi animali, che nel medio evo furon condotti a nobilitare le razze in Francia, nel Belgio, nella Germania, nella Svezia, nella Russia; un armento dei quali, se è vera la tradizione, attraversò il continente fino ad Odessa, rifacendo all’indietro, passo a passo, la strada che avean percorsa le grandi invasioni germaniche. Col latte di questi animali si fa quello squisito formaggio chiamato d’Edam, città della Nord-Olanda, alla cui fama è angusto il mondo. Nei giorni di mercato tutte le città di questa provincia riboccano di quelle belle forme rossiccie, ammontate come palle di cannone per le strade e per le piazze, e mostrate allo straniero con un sentimento d’orgoglio nazionale. Alkmaar ne vende in un anno più di quattro milioni di chilogrammi, Horn tre milioni, Purmerende due, Medenblick e Enkhuisen da settecento a ottocento mila, tutta la Nord-Olanda per più di quindici milioni di lire. Tutte queste cose faranno sorridere qualche poeta e qualche signorina; e capisco anch’io che suonerebbero male in un sonetto; ma non sono per questo men belle, men buone e meno invidiabili cose.