Enckhuisen è la più morta di tutte le città morte del Zuiderzee. Nel sedicesimo secolo conteneva quarantamila abitanti, mandava alla pesca dell’aringa centoquaranta bastimenti, protetti da venti vascelli da guerra, aveva un bellissimo porto, un grande arsenale, dei sontuosi edifizi. Ora il porto è ingombro di sabbia, la sua popolazione ridotta a cinquemila persone, una delle sue antiche porte è a un quarto d’ora di cammino dai primi edifici della città, le sue strade sono coperte d’erba, le sue case abbandonate e cadenti, i suoi abitanti poveri e sparuti. Non le rimane altra gloria che quella d’aver dato la vita a Paolo Potter. Il bastimento si fermò qualche minuto dinanzi a questa larva di città. Sul ponte di sbarco non c’era che qualche marinaio immobile, della città non si vedeva che qualche casa mezzo nascosta dalle dighe, e un alto campanile, che in quel momento sonava con note lente come i rintocchi dell’agonia, l’aria O Matilde, t’amo, è vero, del Guglielmo Tell. La riva era deserta, il porto silenzioso, le case sbarrate, e una gran nuvola nera soprastava alla città come un drappo mortuario che discendesse lentamente per ricoprirla per sempre. Era uno spettacolo che metteva compassione e sgomento.
Lasciata Enckhuisen, il bastimento arrivò in pochi minuti all’imboccatura del Zuiderzee, tra la città di Stavoren, posta nel punto più avanzato della costa di Frisia, e Medemblik, altra città decaduta della Nord-Olanda, che fu capitale del paese prima della fondazione di Hoorn e di Enckhuisen. In quel passo il golfo è poco più largo della metà dello stretto di Calais. Quando si metterà ad effetto la gigantesca impresa del prosciugamento del Zuiderzee, in quel passo si costruirà la diga enorme che dovrà separare il golfo dal Mare del Nord. Questa diga si stenderà da Stavoren a Medemblik, lasciando aperto nel mezzo un grande canale per il movimento delle maree e lo scolo delle acque dell’Yssel e del Vecht; e dietro di essa, il gran golfo sarà a poco a poco trasformato in una fertile pianura, la Nord-Olanda congiunta alla Frisia, tutte le città morte delle coste rianimate d’una vita nuova, distrutte isole, trasformati costumi, confusi linguaggi, creata una provincia, un popolo, un mondo. Questa grande opera costerebbe, giusta le previsioni degli Olandesi, centoventicinque milioni di lire; da molti anni ci si sta studiando e forse tra non molto tempo ci si metterà mano; ma, ahimè! prima ch’ella sia compiuta, noi nati verso la metà del secolo decimonono avremo le braccia in croce, come dice il Praga, e le radici delle viole sul capo.
Appena s’è oltrepassato Medenblik, si vedono sulla riva opposta del Zuiderzee i campanili di Stavoren, la più antica città della Frisia, così chiamata, dicono gli etimologisti, dal dio Stavo che gli antichi Frisoni adoravano. Questa città, che non è più che un piccolo villaggio d’aspetto triste, circondato da grandi bastioni e da paludi, era, al tempo in cui Amsterdam non esisteva ancora, una città grande, bella e popolosa, nella quale risiedevano i re di Frisia e affluivano tutte le mercanzie dell’Oriente e dell’Occidente, così che le avean posto il glorioso nome di Ninive del Zuiderzee. Una strana leggenda, che però è fondata sopra un fatto vero, l’insabbiamento del porto, spiega la prima cagione della sua miserabile decadenza. Gli abitanti, spropositatamente arricchiti col commercio, erano diventati orgogliosi, vani, dissipatori, e spingevano il loro lusso forsennato sino a dorare le balaustrate, i chiavistelli, le porte, i più umili utensili delle loro case. Ciò dispiacque al buon Dio, il quale deliberò di infliggere alla insolente città un castigo solenne, e n’ebbe ben presto l’occasione. Una ricca mercantessa di Stavoren noleggiò un bastimento e lo mandò a Danzica a pigliare un carico di non so che merci preziose. Il capitano del bastimento arrivò a Danzica, ma non riuscì a trovare le merci che la mercantessa desiderava, e per non tornare col bastimento vuoto, lo caricò di grano. Quando rientrò nel porto di Stavoren, la mercantessa, che era là ad aspettarlo, gli domandò: “Che hai portato?” Il capitano rispose umilmente che non aveva portato che del grano. “Del grano!” gridò l’altera mercantessa con un accento di sdegno e di disprezzo. “Gettalo immediatamente nel mare.” Il capitano obbedì, l’ira di Dio traboccò. Nel punto stesso che il grano cadeva nell’acqua, si formava dinanzi al porto un grande banco di sabbia, il quale estinse a poco a poco il commercio della città. Questo banco di sabbia c’è infatti, e si chiama Vrouwensand, ossia sabbia della Dama, ed è un tale impedimento, che anche i più piccoli bastimenti mercantili debbono governarsi con grande prudenza per non darci dentro; nè un gran molo che si costrusse per riparare a questo danno, cangiò punto le sorti della città condannata a morire.
Quando il bastimento partì da Stavoren, tramontava il sole; ma nonostante l’ora e la stagione, il tempo era così mite, che io potei desinare sopra coperta, e ispirato dalla grande idea del prosciugamento del Zuiderzee, prosciugare fino alle sue più oscure profondità una bottiglia di vecchio Bordeaux, senza aver bisogno d’alitarmi neanco una volta sulle punte delle dita. I viaggiatori eran scesi tutti sotto, il mare era quietissimo, il cielo dorato, il Bordeaux squisito, il mio cuore in pace. Intanto mi si spiegava dinanzi agli occhi la riva della Frisia difesa da due ordini di palafitte, sostenute da pezzi enormi di granito, di trachite e di basalto di Germania e di Norvegia, che danno a quel paese l’aspetto d’un immenso campo trincerato. Si passò davanti a Hindelopen, altra città decaduta, che non ha più di un migliaio d’abitanti, e conserva le stravaganti foggie di vestire di molti secoli addietro; si rasentò una serie di piccoli villaggi nascosti, che ci avvertirono della loro presenza alzando di sopra le dighe il dito di ferro dei loro campanili; e s’arrivò finalmente ad Harlingen,—la seconda capitale della Frisia,—ancora illuminata dagli ultimi chiarori dei tramonto.
FRISIA.
Mentre il bastimento s’avvicinava allo scalo, mi ricordai di quello che m’era accaduto ad Alkmaar, e pensando che forse mi sarei trovato nelle medesime péste ad Harlingen, per dove non avevo alcuna lettera di raccomandazione, mi turbai. E avevo ragione di turbarmi, poichè della lingua frisona, che è una mescolanza d’olandese, di danese e di vecchio sassone, presso che incomprensibile agli stessi Olandesi, io non capivo il bellissimo nulla; e sapevo per giunta che nella Frisia non si parla quasi punto il francese. Mi preparai dunque, con malinconica rassegnazione, a gesticolare, a far rider la gente e a lasciarmi condurre come un bambino, e mi posi a cercare cogli occhi in mezzo alla folla dei facchini e dei ragazzi che aspettavano i passeggieri sulla riva, una faccia più umana delle altre, a cui affidare la mia valigia e raccomandare la mia vita.