Prima che avessi trovata questa faccia, il bastimento si fermò e io discesi. Mentre stavo esitando fra due tarchiati frisoni che volevano impossessarsi della mia persona, mi sentii sussurrare nell’orecchio una parola che mi rimescolò il sangue:—il mio nome.—Mi voltai come se mi fossi inteso chiamare da uno spettro, e vidi un giovane signore, che sorridendo della mia meraviglia, mi ripetè in francese: “È lei il signor tale dei tali?”—“Son io,” risposi, “o almeno mi pare d’esser io, perchè a dirle la verità sono talmente stupito d’esser conosciuto da lei, che dubito quasi della mia identità. Che prodigio è questo?”—Il prodigio era semplicissimo. Un mio amico d’Amsterdam che m’avea accompagnato la mattina stessa al porto, aveva mandato un dispaccio, appena partito il bastimento, a un suo amico di Harlingen, per pregarlo di andare ad attendere allo scalo un forestiero alto, bruno e insaccato in un pastrano color cacao, il quale sarebbe arrivato verso sera, e avrebbe avuto gran bisogno d’un interprete e gran desiderio d’un compagno. Tutti i miei compagni di viaggio essendo biondi, l’amico dell’amico m’aveva subito riconosciuto, ed era venuto a cavarmi d’impiccio.

Se avessi avuto in tasca un collare dell’Annunziata, glielo avrei buttato al collo. Non avendolo, gli espressi la mia infinita gratitudine con un diluvio di parole, che lo fecero rimanere attonito, come direbbe il marchese Colombi, senza potere attribuire. Dopo di che, entrammo nella città, dove non intendevo di rimanere che poche ore.

Grandi canali pieni di bastimenti, larghe strade fiancheggiate da piccole case variopinte e nitide, pochissima gente fuor di casa, un silenzio profondo e non so qual aria di pace malinconica che fa pensare a mille cose lontane: tale è Harlingen, città di poco più di diecimila abitanti, fondata presso il luogo dov’era anticamente un villaggio che il mare distrusse nell’anno 1134. Fatto un giro per le strade, il mio compagno mi condusse a vedere le dighe, senza le quali la città sarebbe già stata cento volte sommersa, poichè tutto quel tratto di costa è esposto più d’ogni altro alle correnti e alle onde dell’alto mare. Le dighe sono formate da due file di palafitte smisurate, congiunte le une alle altre da grossi tronchi traversali, e tutte rivestite di grandi chiodi colla testa schiacciata, i quali le preservano dai piccoli animali marini che distruggono il legno. Fra queste palafitte ci sono delle assi fortissime, o piuttosto delle grandi travi segate in due, sprofondate nella sabbia, le une accanto alle altre; dietro queste assi una muraglia di massi ciclopici di granito rosso portati dalla provincia della Drenta; e dietro questa muraglia, ancora un robustissimo stecconato, che basterebbe da solo a trattenere le acque di un torrente furioso. Sopra questa diga si stende un viale alberato che serve di passeggio pubblico, di dove si vede il mare, qualche casa della città, e qualche albero di bastimento che sporge oltre i tetti. Quando vi passammo, l’orizzonte era ancora leggermente dorato da ponente e oscurissimo dalla parte opposta; non si vedeva nessuna barca in mare e nessun movimento nel porto; quattro ragazze ci passarono accanto a braccetto chiacchierando e ridendo, una si voltò; poi disparvero; la luna uscì da una nuvola; tirava un vento freddo, e noi passeggiavamo in silenzio. “Siete tristo?” mi domandò il compagno. “Punto,” risposi—e lo ero. Perchè? chi lo sa! Quanto m’è rimasto impresso nella mente quel luogo e quel momento! Chiudo gli occhi, rivedo ogni cosa, e sento l’odore del mare.


Il mio compagno mi condusse in un club, dove c’intrattenemmo fino all’ora della partenza del treno per Leuwarde, la capitale della Frisia. Era il primo frisone col quale avessi l’onore di parlare, e lo studiai. Era biondo, impettito, grave, come quasi tutti gli olandesi; ma aveva uno sguardo straordinariamente animato: parlava poco, ma diceva quelle poche parole con una rapidità e una forza, che lasciavano indovinare un carattere più vivace di quello dei suoi connazionali dell’altra riva del Zuiderzee. Il discorso cadde sull’antica Frisia e sull’antica Roma, e fu amenissimo, poichè avendo egli cominciato a parlare degli avvenimenti di quei tempi con una straordinaria serietà, come di casi seguiti pochi anni avanti, ed io dandogli spago, finimmo per discorrere tale e quale come s’egli fosse stato un frisone dei tempi di Olennio ed io un romano dei tempi di Tiberio, ciascuno facendo l’avvocato del suo paese. Io gli rinfacciavo i soldati romani messi in croce, ed egli mi rispondeva pacatamente che i provocatori eravamo stati noi, perchè fino a tanto che ci eravamo contentati di prelevare il tributo imposto da Druso, consistente in cuoi pur che fossero, essi non avevano rifiatato; e che se poi s’erano ribellati, l’avevan fatto perchè Olennio non si contentava più dei cuoi, e voleva i bovi, i campi, i ragazzi, le donne; e questo era un volerli assassinare. “Pacem exuere, dice lo stesso Tacito, nostra magis avaritia quam obsequii impatientes; e aggiunge che Druso ci aveva imposto un piccolo tributo, perchè eravamo poveri, pro angustia rerum. E se ai poveri rubavate i buoi e le terre, che cosa facevate ai ricchi?”—Quando m’accorsi che sapeva Tacito a memoria, battei in ritirata, e gli domandai amichevolmente se delle prepotenze dei miei padri egli serbava qualche rancore con me.—“Oh signore!”—rispose tendendomi una mano, come se gli avessi fatto quella domanda sul serio: “nemmeno per ombra!”—O sbaglio,—dissi tra me,—o di questa ingenuità nei nostri paesi non ce n’è più la semenza.—E non potevo finir di guardarlo, tanto mi pareva d’uno stampo differente dal mio.

Stemmo insieme fino a notte, e m’accompagnò alla stazione della strada ferrata, per andar poi ad assistere ad un concerto musicale. In quella piccola città di marinai, di pescatori e di mercanti di burro, c’era un concerto dato da quattro artisti, due tedeschi e due italiani, fatti venire espressamente dall’Aja, per sonare un par d’ore, al prezzo di duecentocinquanta fiorini! Dove questo concerto si facesse, in una città come Harlingen, tutta casette liliputtiane, non lo potevo capire, se non supponendo che i suonatori stessero in casa, e gli uditori nella strada; e domandai una spiegazione al mio compagno. “Una casa abbastanza grande c’è,” mi rispose:—Una!—pensai. O dove sarà questo colosso di casa, che non l’ho veduto? Attraversammo due o tre strade semioscure, ma un po’ più popolate che due ore innanzi, e arrivammo alla stazione. “Non ci vedremo mai più” mi disse quel franco e simpatico frisone stringendomi la mano. “Probabilmente mai più,” risposi. Stemmo un po’ guardandoci l’un l’altro, e poi ci dicemmo tutti e due insieme:—Addio!—e con questo triste saluto ci separammo. Egli andò al concerto, ed io partii per l’interno della Frisia.


La Frisia è tutta una pianura, d’un terreno misto di sabbia, d’argilla e di torba, bassa in ogni parte, e sopratutto a occidente, dove non di rado, verso la fine d’autunno, le acque del mare si spandono su grandi spazi. Vi sono moltissimi laghi, i quali formano come una catena a traverso tutta la provincia dalla città di Stavoren fino alla città di Dokkum. La campagna è coperta di vastissime praterie, e solcata in tutti i versi da larghi canali, lungo i quali pascolano, per nove mesi dell’anno, armenti innumerevoli non guardati nè da pastori nè da cani. Lungo il Mare del Nord, vi si trovano dei piccoli rialti di terreno, chiamati terpen, innalzati dagli antichi abitanti per rifugiarvisi coi loro armenti al montare delle maree, e su alcuni di questi rialti son fabbricati dei villaggi. Altri villaggi e città son costrutti su palafitte, in terre conquistate a poco a poco sul mare. La provincia ha duecento settantadue mila abitanti, che traggono non solo sostentamento, ma ricchezza dal commercio del burro, del formaggio, dei pesci, della torba, e comunicano agevolmente tra loro per via dei canali e dei laghi. Pochi alberi dietro i quali son nascoste le case campestri e i villaggi; qualche vela di bastimento; degli stormi di pavoncelle, di cornacchie e di corvi; e i bellissimi armenti che picchiettano d’infinite macchie nere e bianche il verde della campagna, sono le sole cose che attirino l’occhio su quella vasta pianura di cui un velo di vapori bianchi nasconde perpetuamente i confini. L’uomo che in quel paese ha fatto tutto, non si vede da nessuna parte, e pare un paese nel quale l’acqua viva e lavori da sè, e la terra non sia posseduta che dagli animali.


Arrivai a Leuwarde a notte fitta e trovai per buona ventura un albergo dove si parlava francese.