La mattina per tempissimo—credo che non ci fossero ancora cento persone levate in tutta la città—uscii, e mi diedi a girare per le strade deserte sotto una pioggiolina lenta e diacciata che arrivava alle ossa.
Leuwarde ha l’aspetto d’un grande villaggio. Le strade sono quasi tutte spaziosissime, percorse da larghi canali, e fiancheggiate da case straordinariamente piccine, colorite di rosa, di lilla, di cenerino, di verde chiaro, di tutti i colori di Broek. I canali interni si congiungono con canali esteriori, i quali si stendono lungo i bastioni della città, e si collegano alla loro vòlta con altri canali, che conducono ai villaggi e alle città vicine. Vi sono piazze e crocicchi da grande città, che paiono anche più vasti per la piccolezza delle case, in moltissime delle quali le finestre sono a un palmo da terra e toccano quasi il tetto colla parte superiore. Per lunghi tratti di strada, se si ammucchiassero tutte insieme le case, non si formerebbe un edifizio di grandezza ordinaria. Pare una città antichissima, primitiva, fondata da un popolo di pescatori e di pastori, e a poco a poco ristaurata, dipinta, ingentilita. Ma nonostante i bei ponti, le botteghe ricche, le finestre adorne, il suo aspetto generale ha qualcosa di così esotico per un europeo del mezzogiorno, da fargli parer strano che gli abitanti portino il soprabito e il cappello cilindrico come noi. Di tutte le città della Neerlandia è quella in cui un italiano si sente più lontano dal suo paese. Le strade erano deserte, tutte le porte chiuse: mi pareva di girare per una città abbandonata e sconosciuta, che avessi scoperta io. Guardavo quelle strane casette e dicevo tra me, meravigliandomi, che pure là dentro ci dovevano essere delle signore eleganti, dei pianoforti, dei libri che anch’io avevo letti, delle carte geografiche d’Italia, delle fotografie di Firenze e di Roma. Girando di strada in strada, passai dinanzi all’antico castello dei governatori della Frisia, della casa di Nassau Diez, gli antenati della regnante famiglia d’Orange; scopersi una curiosissima prigione, un palazzo bianco e rosso, sormontato da un tetto altissimo, e decorato di colonnine e di statue, che gli dan l’aspetto d’un villino principesco; e infine riuscii in una gran piazza, dove vidi una vecchia torre di mattoni, ai piedi della quale si dice che cinquecento anni fa giungessero le acque del mare, e che ora è lontana più di dieci miglia dalla costa. Di qui, passando per altre strade pulite come salotti, in mezzo a due file di case di cui rasentavo le gronde coll’ombrello, ritornai nel centro della città.
In tutto quel giro non avevo visto altre donne che qualche vecchia scarmigliata e insonnita, che guardava il tempo dalla finestra; e ognuno può immaginare quanto fossi curioso di vedere le altre, non tanto per la loro celebre bellezza, quanto per la stranissima copertura di capo della quale avevo inteso parlare e letto descrizioni e trovato immagini in tutte le città dell’Olanda. La sera innanzi, arrivando a Leuwarde, avevo ben visto a una cantonata qualche testa di donna stranamente luccicante; ma l’avevo vista di sfuggita, al buio, e senza quasi badarci. Ben altra cosa doveva essere il vedere tutto il bel sesso della capitale della Frisia, in pieno giorno, a mio bell’agio. Ma come cavarsi questa curiosità? Il cielo prometteva la pioggia per tutta la giornata, le donne sarebbero probabilmente rimaste tappate in casa, io avrei dovuto aspettare fino alla mattina dopo, e l’impazienza mi divorava. Per fortuna mi venne una di quelle idee luminose che nelle grandi occasioni sbocciano anche nei cervelli più piccoli. Vedendo passare un musicante della guardia civica, col pennacchio in capo e la tromba sotto il braccio, mi ricordai ch’era l’anniversario della nascita del Re di Olanda, pensai che si dovesse radunare la banda musicale, che questa banda avrebbe percorso la città, che dove sarebbe passata tutte le donne avrebbero fatto capolino, e che perciò, mettendomi accanto al capo-banda come i monelli che accompagnano i reggimenti agli esercizi, avrei veduto quanto volevo. Dissi a me stesso:—Bravo!—e canterellando l’arietta «Che invenzione prelibata» del Barbiere di Siviglia, seguii il musicante. Arrivammo nella gran piazza dove la guardia civica s’andava raccogliendo intrepidamente sotto una pioggia dirotta, in mezzo a un centinaio di curiosi; in pochi minuti, il battaglione fu ordinato; il maggiore gettò un grido stridulo; la banda diede fiato agli strumenti; la colonna si mosse verso il centro della città. Io camminavo accanto al capo tamburo, ed ero beato.
S’aprirono le finestre delle prime case, e si affacciarono alcune donne colla testa tutta luccicante d’argento, come se fossero elmate; ed avevano infatti due larghe lastre d’argento che nascondevano affatto i capelli e coprivano una parte della fronte stringendo il capo come un casco di guerriero antico. Un po’ più oltre, s’affacciarono altre donne, quali col casco d’argento, quali col casco d’oro. Il battaglione svoltò in una delle strade principali, e allora su tutte le porte, a tutte le finestre, agli svolti delle strade, sulle soglie delle botteghe, dietro le cancellate dei giardini, comparirono caschi d’oro e d’argento, grandi e piccini, con velo e senza velo, tersi e sfolgoranti come celate d’armeria; mamme in mezzo a una nidiata di ragazzine, tutte col casco; vecchie cadenti, col casco; serve colla casseruola in mano, col casco; signorine che s’erano alzate allora dal pianoforte, col casco; Leuwarde pareva una immensa caserma di corazzieri sbarbati, una metropoli di regine spodestate, una città dove tutta la popolazione si preparasse ad una grande mascherata medioevale. Non posso dire lo stupore e il piacere che provavo dinanzi a quello spettacolo. Ogni nuovo casco che vedevo, mi pareva il primo, ridevo, e mi pareva che il capo tamburo, le guardie civiche e i monelli che avevo intorno, dovessero riderne con me. Tutti quei caschi coloravano di riflessi dorati e argentati i vetri delle finestre e le imposte inverniciate; brillavano confusamente nel buio delle stanze semi-aperte del pian terreno; apparivano e sparivano lampeggiando dietro le tendine trasparenti e i fiori dei davanzali. Passando accanto alle ragazze ritte sul marciapiedi della strada, rallentavo il passo, e vedevo riflessi sulle loro teste gli alberi, le botteghe, le finestre, il cielo, le guardie civiche, il mio viso. In mezzo a tutte quelle teste amabilmente terribili, su cui non si vedeva una ciocca di capelli, io collo staio e la capigliatura lunga, mi parevo un uomo imbelle e spregevole, a cui da un momento all’altro una di quelle austere frisone dovesse porgere per scherno il fuso e la rocca.—Ma che spedizione hanno in mente tutte codeste donne?—pensavo, celiando con me stesso.—A chi vogliono far la guerra? A chi intendono di metter paura?—A ogni passo vedevo qualche scena curiosa. Un ragazzo, per far stizzire una bambina, le appannava il casco col fiato, e quella subito s’affannava a ripulirlo colla manica, prorompendo in invettive, come un soldato a cui il compagno insudici qualche parte dell’armatura un momento prima della rivista del capitano. Un giovanotto, da una finestra, toccava colla punta d’un bastoncino il casco d’una ragazza affacciata alla finestra accanto, il casco risonava, i vicini si voltavano, la ragazza faceva il viso rosso e spariva. In fondo a un corridoio, una serva si aggiustava il casco guardandosi in quello d’una compagna gentilmente inchinata per farle da specchio. Nell’atrio d’una casa, che doveva essere un collegio, una cinquantina di ragazze, tutte col casco, si disponevano a due a due, in silenzio, come un drappello di guerriere che s’apparecchiassero a fare una sortita contro il popolo ribellato. E in ogni nuova strada che infilava la banda, pullulava da ogni parte, come a un richiamo di guerra, una nuova legione di quell’esercito stravagante e gentile.
Da principio, tanto ero assorto nella contemplazione dei caschi, che non avevo quasi badato ai volti di quelle Frisone, che hanno fama di essere le più belle donne dei Paesi Bassi, di discendere in diritta linea dalle antiche sirene del Mare del Nord, e di aver fatto andare in visibilio il gran cancelliere dell’Impero germanico; il quale non dev’essere di natura molto facilmente eccitabile. Riavuto dalla prima meraviglia dei caschi, mi diedi a considerare le persone; e debbo dire che ne vidi, come in tutti gli altri paesi, pochissime belle, ma queste degne veramente della fama. Son donne la maggior parte di alta statura, di larghe spalle, bionde, bianche, diritte come palme e gravi come antiche sacerdotesse, alcune di mani e piedi molto piccoli, e malgrado la loro gravità, sorridenti con una dolcezza che par davvero un riflesso lontano delle loro favolose progenitrici. L’elmetto argenteo, che stringendo e nascondendo i loro capelli, le priva del più bell’ornamento della bellezza, le rifà in parte di questo difetto, col mettere in mostra la nobile forma della loro testa, e col dare al loro viso dei lumeggiamenti bianchi e azzurrini d’una delicatezza inesprimibile. All’apparenza, non hanno ombra di civetteria.
Mi rimaneva però una grande curiosità, ed era di veder da vicino una di quelle belle teste elmate, e di sapere come questi elmi fossero fatti, e in che modo si mettessero, e che norme avesse quell’uso. A questo fine avevo una lettera per una famiglia di Leuwarde, la portai, fui ricevuto cortesemente in una bella casetta posta sull’orlo d’un canale, e scambiati appena i primi saluti, dimandai di vedere un casco, il che fece ridere di cuore i miei ospiti, perchè quella è immancabilmente la prima domanda che rivolgono tutti gli stranieri arrivati in Frisia ai primi Frisoni che hanno la fortuna di conoscere. Per tutta risposta, la padrona di casa, una signora colta e gentilissima, che parlava con molto garbo il francese, tirò il cordoncino d’un campanello, e comparve subito una ragazza col casco d’oro e la veste lilla, a cui essa accennò di venire innanzi. Era la serva: una ragazza alta come un granatiere, robusta come un atleta, bianca come un angelo, fiera come una principessa. Capì di volo che cosa volevo e mi si piantò davanti colla testa alta e cogli occhi bassi. La signora mi disse che si chiamava Sofia, che aveva diciott’anni, ch’era promessa sposa e che il casco gliel’aveva regalato il suo fidanzato.
Domandai di che metallo fosse il casco.
“D’oro!” rispose la signora quasi meravigliandosi della mia domanda.