Strada facendo verso Leuwarde, incontrammo parecchi carri di contadini tirati da quei famosi cavalli frisoni, che si dicono i primi trottatori del mondo. Hanno il pelo nero, il collo lungo, la testa piccina e piena di vita. I più belli son quelli allevati nell’isola di Ameland. Resistono meravigliosamente alla fatica; servono insieme al tiro e alle corse, e cosa singolare in un paese dove tutto si muove placidissimamente, i loro flemmatici padroni li fanno andar sempre di trotto serrato, anche per tirare i carri del fieno, e quando non han punto premura di arrivare. Le corse di questi cavalli, che si chiamano le harddraveryen, sono uno spettacolo antico e caratteristico della Frisia. In tutte le piccole città si prepara un’arena divisa in due vie parallele e diritte, sulle quali i cavalli corrono successivamente a due a due, e poi lottano fra loro i vincitori di ciascuna corsa fin che uno li abbia vinti tutti, e questo ottiene il premio. Il popolo accorre in gran folla a questo spettacolo, e l’accompagna con applausi e grida festose, come alle gare dei patinatori.
Arrivando a Leuwarde ebbi il più bello e più inaspettato incontro che potessi immaginare: un corteo nuziale di contadini. Erano più di trenta carrozze, tutte colla cassa della forma d’una conchiglia, altissime, coperte di dorature e di fiorami dipinti, e tirate da robusti cavalli neri, su ciascuna delle quali stava seduto un contadino vestito in gala, e una donnina rosea col casco d’oro e il velo bianco. I cavalli andavano di gran trotto, le donne, strette al braccio dei loro compagni, gettavano confetti ai ragazzi della via, le trine sventolavano, i caschi mandavan lampi. Il corteo s’allontanò e disparve come una cavalcata fantastica in mezzo a un frastuono di risa, di schiocchi e di voci festose.
La sera, a Leuwarde, mi divertii a veder passare dinanzi alla porta dell’albergo le donne e le ragazze dalla testa luccicante, come un generale ispettore alla così detta rassegna annuale, quando i soldati sfilano uno per uno con armi e bagaglio. A un certo punto però, osservando che andavan tutte dalla stessa parte, seguii la corrente e riuscii in una vasta piazza, dove suonava una banda musicale, in mezzo a una gran folla, davanti a un edifizio con tutte le finestre illuminate, alle quali s’affacciavano di tratto in tratto dei signori in cravatta bianca, che dovevano essere là per un pranzo ufficiale. Benchè piovigginasse, la gente rimaneva immobile, e le donne essendo tutte in prima fila, formavano intorno alla banda un gran cerchio di caschi, che da lontano, al lume dei fanali e a traverso il velo della nebbia, pareva davvero una schiera di corazzieri a piedi, che tenesse indietro la folla. Mentre la banda suonava, una ventina di soldati di fanteria, raggruppati in un angolo della piazza, l’accompagnavano col canto, agitando il berretto e saltellando ora sur una gamba ora sull’altra cogli atteggiamenti grotteschi degli ubbriachi dello Steen e del Brouwer. La folla li guardava, e m’immagino che lo spettacolo le paresse straordinariamente bello e dilettevole, perchè rideva dai precordi, si alzava in punta di piedi, accennava, esclamava, applaudiva. Io mi fermai a osservare qualche bel viso di Frisona, che quando si vedeva guardata, mi vibrava uno sguardo pieno di orgoglio guerresco, e poi me n’andai a far conversazione con un libraio, cosa gradevolissima in Olanda, dove i librai sono generalmente molto colti e molto cortesi.
La notte, all’albergo, non potei quasi chiuder occhio per cagione d’uno scellerato pianista di campanile, il quale, forse perchè soffriva d’insonnia, si prese il barbaro piacere di dare alla città addormentata un saggio di tutte le opere del Rossini e di tutte le canzoni popolari dei Paesi Bassi. Non ho ancora parlato del meccanismo di questi organetti aerei, ed ecco com’è congegnato. L’orologio del campanile mette in movimento un piolo, il quale alla sua volta fa girare una ruota e un cilindro munito di cavicchi, simile a quello d’un organo di Barberia. A questi cavicchi, disposti nell’ordine voluto dalla melodia, sono attaccati dei fili di ferro i quali sollevano i battagli delle campane e i martelli che le percuotono. Quando suonan le ore, risponde un’arietta determinata; ma togliendo il cilindro, si possono suonare tutte le arie che si vuole, per mezzo di molle mosse da due tastiere, una delle quali si preme colle mani e l’altra coi piedi. Il suonare in questa maniera richiede una forza e uno sforzo considerevole, poichè alcuni dei tasti vogliono una pressione equivalente al peso di due libbre; eppure, è tale il piacere che i campanari trovano in questa musica, e che suppongono ci trovino anche gli altri, che suonano per ore intere con un vigore e una passione degna veramente di più grata armonia. Io non saprei dire se quel campanaro di Leuwarde suonasse bene; ma son certo che doveva avere dei muscoli erculei e una spaventosa passione per il Rossini. Dopo avermi addormentato col Barbiere, mi svegliò colla Semiramide, poi mi riaddormentò coll’Otello, poi mi fece riaprir gli occhi col Mosè, e così di seguito. Era una gara fra noi due, egli a vibrarmi delle note e io a scagliargli delle maledizioni. Cessammo tutti due insieme a un’ora molto avanzata della notte, e non so, se avessimo fatto il conto, quale dei due sarebbe rimasto creditore. La mattina mi lamentai col cameriere, un olandese flemmatico, a cui credo che nessun rumore del cielo o della terra aveva mai turbato la dolcezza del sonno. “Ma sapete” gli dissi, “che questa vostra musica dei campanili è molto importuna?”—“Come,” mi rispose innocentemente, “non ha osservato che ci sono tutte le ottave coi tuoni e coi semi-tuoni?”—“Proprio?” gli dissi coi denti stretti. “Allora il caso è diverso: scusate.”
La mattina per tempo partii per Groninga, recando con me, malgrado la persecuzione della musica, un caro ricordo di Leuwarde e delle poche persone che ci avevo conosciute, amareggiato però da un rammarico che mi dura ancora: quello di non aver visto scivolare sul ghiaccio le belle, ardite e severe figlie del Nord, che passano, come dice Alfonso Esquiroz, avvolte in una nuvola e coronate d’un nembo d’oro e di trine, simili a figure fantastiche intravvedute sognando.
La pianura olandese, che veduta la prima volta, desta un senso vago e gradevole di malinconia, e presenta nella sua uniformità mille aspetti nuovi e mirabili, che divagano l’immaginazione, finisce però col generare stanchezza e noia anche in chi sia per natura meglio inclinato a comprendere e a godere la sua maniera particolare di bellezza. Vien sempre un giorno, in cui lo straniero che viaggia in Olanda, sente improvvisamente un desiderio irresistibile di altezze che gli facciano sollevare gli occhi e il pensiero; di curve su cui lo sguardo possa salire, precipitare, aggirarsi; di forme che l’immaginazione possa animare con quelle vaghe e meravigliose rassomiglianze di dorsi di leoni, di fianchi di donne, di profili di visi e d’edifizi, che presentano i poggi, i monti, le rupi del suo paese. La mente e gli occhi sono sazi di spaziare e di smarrirsi per quel mare sconfinato di verzura: hanno bisogno di cime, d’abissi, d’ombre, di azzurro, di sole. Allora si è veduto abbastanza l’Olanda e si pensa alla patria con amore impaziente.
Provai per la prima volta questo sentimento andando da Leuwarde a Groninga, capitale della provincia del medesimo nome. Uggito di vedere, a traverso la nebbia, praterie dopo praterie e canali dopo canali, mi raggomitolai in un cantuccio del vagone e mi diedi a pensare ai poggi della Toscana e alle colline delle sponde del Reno, nello stesso modo che maestro Adamo di Dante pensava ai ruscelletti del Casentino. A una piccola stazione posta a mezza strada fra le due città, salì nel vagone un uomo che mi parve a primo aspetto, ed era infatti un contadino, biondo, corpacciuto, color di cacio fradicio, come dice il Taine dei contadini olandesi, vestito pulitissimo, con una gran ciarpa di lana intorno al collo e una grossa catena d’oro al panciotto. Mi diede un’occhiata benevola e mi sedette davanti. Il treno ripartì. Io continuavo a pensare alle mie colline, e di tratto in tratto mi voltavo a guardar la campagna colla speranza di qualche cangiamento di paesaggio, e vedendo sempre pianura, facevo, senz’accorgermene, un atto che voleva dire che ero ristucco. Il contadino guardò per qualche tempo ora me ed ora la campagna; poi sorrise, e pronunziando le parole con grande sforzo, mi disse in francese: