Dei del cielo, che bianchezza! Paragonai quel collo, ch’era tutto scoperto, col velo che tenevo in mano, e rimasi incerto di quale dei due fosse più bianco.
Il casco di Sofia era assai diverso dai caschi di argento che avevo visti per le strade; anzi, per dire il vero, questo nome di casco non conviene che a quei d’oro, poichè gli altri, sebbene presentino, a chi li guarda di fronte, il medesimo aspetto di caschi, non ne hanno punto la forma. Questi son fatti di due lastre quasi circolari, congiunte da un cerchietto flessibile di metallo che passa dietro il cocuzzolo, e ornate di due grandi bottoni cesellati che riescono sulle tempie. Queste due lastre non coprono che la parte anteriore del capo. I caschi d’oro invece sono un larghissimo cerchio che abbraccia tutta la testa, fuorchè il cocuzzolo, e si allarga ancora alle estremità fino a non lasciar più vedere che una piccolissima parte della fronte. La lamina è sottile e flessibile come carta di Bristol in modo che si può adattare facilmente a teste di diversa grandezza. Sotto questo casco (anco sotto quei d’argento) portano una specie di cuffia nera, che serra i capelli come un berretto da notte; e sopra il casco, un’altra sorta di cuffia di trina, che scende fin sulle spalle. Su questa seconda cuffia molte donne mettono ancora un cappellino indescrivibile, ornato di fiori e di frutti finti, o un cappello Pamela. Prima di mezzo giorno, stando in casa o uscendo per faccende, le donne del popolo portano il casco senz’altro; la cuffia e il cappello se lo mettono per andare alla passeggiata.
Mentre osservavo il casco della ragazza, la signora mi parlava di certi usi singolarissimi che si ritrovano ancora nella campagna della Frisia.
Quando un giovane si presenta in una casa per domandare la mano d’una ragazza, questa gli fa subito capire se lo accetta o non lo accetta per sposo. Se lo accetta, esce dalla stanza e vi ritorna poco dopo col casco. Se non si va a mettere il casco vuol dire che il giovane non le piace, e ch’essa non acconsente a diventare sua regina. Gli amanti sogliono regalare alle loro fidanzate dei legacci da calze, sui quali sono iscritte delle sentenze, delle parole d’amore e degli auguri di felicità. Qualche volta l’innamorato presenta alla ragazza un fazzoletto annodato con iscrizioni nel nodo e dentro monete o gingilli. Se la bella lo scioglie, s’intende che accetta la mano del giovane; se non lo scioglie, s’intende che la ricusa. L’onore più ambito dagli amanti è quello di poter legare lo zoccolo, o patino che si voglia dire, al piede della loro diva; la quale li ricompensa di questa cortesia con un bacio. Del resto, giovani e ragazze godono della più ampia libertà. Vanno a passeggiare insieme come marito e moglie, e rimangono sovente soli in casa, per parecchie ore, di notte, dopo che il padre e la madre sono andati a letto.—E non si hanno mai da pentire di esserci andati troppo presto? domandai: “Il fallo,” mi rispose la signora “è sempre riparato.”
Durante tutti questi discorsi, la bella frisona era sempre rimasta seria ed immobile come una statua. Prima che se n’andasse, le dissi, per ringraziarla con un complimento, che era una delle più belle guerriere della Frisia, e pregai la signora di tradurle quelle parole. Le ascoltò col viso serio e diventò rossa fino ai capelli; poi, come se ci avesse pensato meglio, sorrise leggerissimamente, e fatto un mezzo inchino uscì dalla stanza, ritta, lenta e maestosa come una regina di tragedia.
Grazie alla cortesia dei miei ospiti, vidi un piccolo Museo d’antichità nazionali della Frisia, formato da pochi anni, e già ricco di moltissimi oggetti preziosi. Profano come sono a questi studi, non feci che sogguardare le medaglie e le monete, e mi trattenni particolarmente dinanzi agli antichi zoccoli dei patinatori, ai rozzi diademi da cui derivarono i caschi, e a certe strane pipe trovate nella terra a una grande profondità, le quali paiono anteriori all’uso del tabacco, e si crede servissero a fumare la canapa. Ma il più curioso oggetto del Museo è un cappello da donna, ch’era in uso sulla fine del secolo scorso, un cappello così spropositato e così ridicolo, che se l’antiquario che me lo mostrò, non m’avesse assicurato d’averne visto ancor uno, coi suoi occhi, sul capo d’una vecchia signora di Leuwarde, non sono molti anni, in occasione di una festa per l’arrivo del re d’Olanda, avrei creduto impossibile che delle creature ragionevoli si fossero mai incappellate in quella maniera. Non è un cappello, è una tenda, un baldacchino, una tettoia, sotto la quale si potrebbe riparare dalla pioggia e dal sole un’intera famiglia. Si compone di un cerchio di legno, grande due volte uno degli ordinari tavolini da caffè, e d’un cappello di paglia munito d’una tesa della stessa grandezza, mancante da una parte, in modo che presenta la forma d’un semicircolo. Il cerchio è ornato di una lunga frangia, ed ha una piccola apertura, nella quale entra la testa, e vi si assicura non so come. Quando il cerchio è assicurato, il cappello, che è una cosa a parte, vi si posa su e vi si stende come una tela sull’armatura d’una baracca, e l’edifizio è compiuto. Quest’edifizio, quando le signore entravano in chiesa, lo scomponevano, per non ingombrare troppo spazio, e lo rifabbricavano al momento d’uscire, e il cappello pareva grazioso, e l’operazione comodissima. Tanto è vero il proverbio, che tutti i gusti son gusti.
Un cortese frisone, al quale ero raccomandato da un amico dell’Aja, mi condusse in campagna per vedere le case dei contadini. Ci dirigemmo da Leuwarde verso la città di Freek, a traverso uno dei tratti più fertili della Frisia, per una bella strada ammattonata e pulita come un marciapiede di Parigi; e arrivammo, dopo un breve cammino, a una casa dinanzi alla quale il mio compagno s’arrestò e disse in tuono grave: “Ecco il friesche hiem del contadino frisone, la vecchia fattoria degli antenati.” Era una casa di mattoni, con le persiane verdi e le tendine bianche, coronata d’alberi e posta in mezzo a un giardinetto circondato da un fosso pieno d’acqua. Accanto a questa casetta, c’era un fienile formato di gigantesche travi di pino di Norvegia e coperto da un enorme tetto di canne; e in questo fienile la stalla, difesa da una gran parete di legno. Entrammo nella stalla. Le vacche, come nella Nord-Olanda, non hanno strame, e sono unite a due a due, colla coda legata alle travi del soffitto, perchè non s’insudicino. Dietro di esse corre un rigagnolo profondo che porta via le immondizie. Il pavimento, le pareti, gli animali stessi sono pulitissimi, e non mandano punto cattivo odore. Mentre io osservavo in ogni parte quel salotto animalesco, il mio compagno, che era un erudito agronomo, mi dava dei preziosi ragguagli intorno alla campagna frisona. In un podere di trenta o trentacinque ettari si suol tenere un cavallo e settanta bestie bovine. Per ogni ettare c’è una vacca da latte, e in quasi tutti i poderi otto o dieci grandi pecore, col latte delle quali si fanno dei piccoli formaggi cercati come una ghiottoneria sopraffina in tutte le città della Frisia. Tuttavia il prodotto principale, in Frisia, non è il formaggio, come nella Nord-Olanda; ma il burro. La stanza dove si fa il burro è il penetrale sacro della casa dei contadini. C’entrammo, e non fu piccola concessione quella che ci venne fatta, perchè i profani sono pregati per il solito di fermarsi sulla soglia della porta. Era una stanza pulita come un tempietto e fresca come una grotta, nella quale si vedevano molte file di vasi di rame pieni fino all’orlo di latte munto allora allora, e già coperto di un denso strato di fiore. La zangola era messa in movimento da un cavallo, come s’usa in quasi tutta la Frisia. A una parete era appeso un termometro, le finestre erano ornate di tendine, e sul davanzale si vedeva un bel vaso di giacinti. Questo burro di Frisia è così squisito, mi diceva il compagno, che sul mercato di Londra, dove se ne porta una quantità immensa, si vende a un prezzo esorbitante. Anno per anno se ne raccolgono nei varii mercati della provincia da sette a otto milioni di chilogrammi. Il burro è posto in certi bariletti di quercia di Russia, del peso di venti o quaranta chilogrammi ciascuno, che vengono portati al Peso Municipale delle città della Frisia. Qui un perito li esamina, li assaggia, li pesa e poi ci mette il suggello delle armi della città; dopo la quale operazione sono trasportati ad Harlingen, e caricati sopra uno steamer, che li reca sulle rive del Tamigi. Questa è la nostra ricchezza, concluse il cortese frisone, colla quale ci consoliamo della mancanza delle palme e degli aranci che avete voi, prediletti dalla natura. E terminò, a proposito di aranci e di burro, raccontandomi di quel generale spagnuolo, che un giorno mostrò un arancio a un contadino frisone e gli disse con orgoglio: “Questo è un frutto che il nostro paese produce due volte all’anno!” e il contadino, ponendogli sotto gli occhi un pane di burro, gli rispose: “E questo è un frutto che il nostro paese produce due volte al giorno!” E il generale rimase senza parola.
Il contadino che ci accompagnava, ci permise di dare una capatina in una stanza dove sua moglie e la sua figliuola, l’una col casco d’oro e l’altra col casco d’argento, lavoravano sedute di qua e di là d’un tavolino. Pareva una stanza apparecchiata appositamente per gli stranieri curiosi. V’erano dei grandi armadi di forma antica, degli specchi colle cornici dorate, delle porcellane chinesi, dei vasi da fiori scolpiti, delle argenterie esposte sugli stipi. “E il meno è quello che si vede,” mi susurrò nell’orecchio il mio compagno, vedendomi dar segno di meraviglia. “Quegli armadi sono pieni di biancheria, di gioielli, di vesti di seta; e vi son dei contadini che hanno i piatti, le tazze, le caffettiere d’argento; e ve n’è persino di quelli che si fan fare le posate e le scatole da tabacco d’oro massiccio. Guadagnano molto, vivono economicamente, e spendono il frutto dei loro risparmi in oggetti di lusso.” Questo spiega perchè nei più piccoli villaggi ci sian delle botteghe di gioiellieri quali non si trovano in molte grandi città europee. Ci son contadine che comprano delle collane di corallo del valore di mille lire e che hanno nelle loro cassette per più di diecimila fiorini tra anelli, buccole, spille, gingilli. E vivono economicamente, è vero, durante la maggior parte dell’anno; ma i giorni di grandi feste, nelle occasioni di matrimonio, al tempo delle Kermesses, quando vanno in città per divertirsi, s’installano nei primi alberghi, pigliano i più bei palchi al teatro dell’opera e stappano tra un atto e l’altro delle brave bottiglie di Champagne. Un contadino che possegga un capitale di centomila lire non passa punto per ricco, poichè sono moltissimi quei che ne possedono duecento mila, trecento mila, un mezzo milione, ed anche molto di più.
Il carattere di questi contadini (e quello che si dice dei contadini si può dire di tutti i Frisoni) è per testimonianza universale ed antica, maschio, aperto, generoso.—Che peccato che non siate un Frisone!—dicono a una persona che stimano. Sono alteri della nobiltà della loro razza, che credono la prima della grande famiglia germanica, e si vantano d’essere il solo popolo di quella famiglia, che abbia conservato il suo nome dopo i tempi di Tacito. Molti credono ancora che il loro paese sia stato chiamato Frisia da Frisio, figliuolo di Alano, fratello di Mesa, nipote di Sem, e s’inorgogliscono di quest’origine antica. L’amore della libertà è il loro sentimento dominante, «I Frisoni,—dice il loro vecchio codice,—saranno liberi fin che i venti soffieranno nelle nuvole e fin che durerà il mondo.» È la Frisia, infatti, che manda al Parlamento i deputati più arditi della parte liberale. La popolazione è quasi tutta protestante, e gelosissima della sua fede, e non meno che della fede, della lingua, illustrata da un grande poeta popolare, e coltivata tuttora con grande amore. Il contadino in particolare, dice il Laveleye, cita con alterezza gli uomini illustri che nacquero sotto l’hiem frisone, i due poeti Gisberto Japhis e Salverda, il filologo Tiberio Hemsterhuis e suo figlio Frans, l’amabile e profondo filosofo che la signora di Staël chiamava il Platone olandese.