Ma veniamo al mercato, che è l’ultimo spettacolo vivo ch’io vidi in Olanda.

La mattina per tempo feci un giro intorno alla città per veder arrivare i contadini. Ogni ora arrivava un treno che ne versava una folla; da tutte le strade della campagna venivan carrozze variopinte, tirate da bei cavalli neri, sulle quali sedevano maestosamente delle coppie coniugali; per tutti i canali giungevano barconi a vela carichi di derrate; in poche ore la città fu piena di gente e di rumore. I contadini son tutti vestiti d’un panno quasi nero, hanno un cravattone di lana intorno al collo, guanti, catenelle, gran portafoglio di bulgaro, sigaro in bocca, e un faccione di cor contento. Le contadine sono infiorate, rinfronzolite, ingioiellate, come le madonne delle chiese spagnole. Terminate le loro faccende, si spandono per le trattorie e per le botteghe, non già come i nostri contadini, che guardano qua e là timidamente coll’aria di chiedere il permesso d’entrare; ma con viso e piglio di gente che sa di essere da per tutto desiderata e inchinata. Nelle trattorie, le tavole si coprono di bottiglie di vino di Bordeaux e di vino del Reno; nelle botteghe, i fattorini si sbracciano a tirar giù roba. Le contadine vi son ricevute come principesse e vi spendono infatti principescamente. Seguono, per esempio, di queste scene, che intesi raccontare da testimoni oculari. Un mercante dice a una signora di città il prezzo d’una veste di seta.—Troppo caro,—risponde la signora.—La piglio io;—dice una contadina che le è accanto, e se la piglia. Un’altra contadina va a comprare un pianoforte. Il negoziante glie ne fa veder uno che costa mille lire.—Non ne avrebbe di più cari?—essa domanda;—dei pianoforti di mille lire ne hanno anche le mie amiche.—Marito e moglie passano dinanzi alla vetrina di un venditore di stampe, vedono un bel paesaggio a olio colla cornice d’oro, si fermano, vi scoprono una vaga rassomiglianza colla loro casa e il loro podere; la moglie dice:—Compriamolo?—il marito risponde:—Compriamolo!—entrano nella bottega, mettono sul banco trecento fiorini l’un sull’altro, e si portan via il quadro. Quando hanno fatto le loro compre, vanno a vedere i Musei, entrano nei caffè a legger giornali, o fanno un giro per la città guardando con aria pietosa tutto quel popolo di bottegai, d’impiegati, di professori, d’uffiziali, di proprietari, che in altri paesi sono invidiati da chi lavora la terra, e che a loro paion povera gente. Chi non sapesse come stanno le cose, crederebbe, a veder quello spettacolo, di essere capitato in un paese dove una grande rivoluzione sociale abbia tutt’a un tratto fatto passare la ricchezza dai palazzi alle capanne, e i nuovi ricchi sian venuti dalla campagna in città per beffare i signori spogliati. Ma il più bello è la sera, quando ritornano alle loro fattorie e ai loro villaggi. Allora per tutte le strade della campagna si vedono quei bizzarri veicoli correre rapidissimamente, cercando di passar gli uni davanti agli altri; le donne stesse stimolano i cavalli, per riuscir vittoriose nella gara; i vincitori fanno schioccare la frusta in segno di trionfo: l’aria echeggia di risa e di canti; fin che il turbinio festoso dispare nel verde infinito della campagna cogli ultimi barlumi del tramonto.


DA GRONINGA AD ARNHEM.

A Groninga voltai le spalle al Mare del Nord, il viso alla Germania, il cuore all’Italia, e cominciai il mio viaggio di ritorno attraversando rapidamente le tre provincie olandesi della Drenta, dell’Over-Yssel e della Gheldria, che si stendono intorno al golfo di Zuiderzee, fra quella della Frisia e quella d’Utrecht; una parte dell’Olanda, che, visitata tratto per tratto, riuscirebbe uggiosa a chi non viaggia con curiosità d’agronomo o di naturalista; ma che, vista di volo, lascia in chi abbia sentimento della natura, un’impressione incancellabile. Per tutto il tempo del viaggio, il cielo fu quale si conveniva all’aspetto del paese: grigio ed eguale; ed io fui quasi sempre solo. Così godetti lo spettacolo in tutta la sua trista bellezza, e in silenzio.


Uscendo dalla provincia di Groninga, si entra in quella della Drenta, e si vede un cangiamento improvviso nell’aspetto del paese. Di qua e di là si stendono a perdita d’occhio campi immensi, coperti di sterpi, nei quali non si vedono nè strade, nè case, nè rigagnoli, nè siepi, nè alcun indizio d’abitazione o di lavoro. Qualche macchia di piccole quercie, che si considerano come traccie dell’esistenza di antiche foreste, sono la sola vegetazione che s’innalzi al di sopra della sterpaglia; le pernici, le lepri e i galli selvatici, i soli animali che richiamino il viaggiatore al sentimento della vita. Quando si crede d’essere alla fine della landa, la landa ricomincia; agli sterpeti succedono gli sterpeti, alla solitudine la solitudine. In questa triste pianura, si vedono qua e là dei monticciuoli, che altri crede siano stati innalzati dai Celti, altri dai Germani, nei quali, scavando, furon trovati vasi di terra, seghe, martelli, ossa calcinate, cocche di freccie, pietre da macinare il grano, anelli che si suppone servissero di monete. Oltre a questi monticciuoli, si ritrovarono, e rimangono tuttora degli smisurati massi di granito rosso ammontati e disposti in una forma che rivela un’intenzione di monumento, come di altare e di tomba; ma senza iscrizione, nudi, solitarii, come enormi aeroliti caduti in mezzo a un deserto. Nel paese si chiamano tombe degli Unni, la tradizione li attribuisce alle bande di Attila, il popolo dice che sono stati portati in Olanda da una razza antichissima di giganti, il geologo crede che siano giunti dalla Norvegia sul dorso dei ghiacci antidiluviani, lo storico si perde in vaghe congetture. Tutto è arcanamente antico in questa strana provincia. Vi si ritrovano degli usi della Germania primitiva, la coltura in comune sugli esschen, la tromba rustica che chiama i contadini al lavoro, le case descritte dagli storici romani, e su questo vecchio mondo il mistero perpetuo d’un silenzio immenso:

«. . . . . . ove per poco
Il cor non si spaura.»

Andando innanzi, si comincia a veder paludi, grandi stagni, zone di terra limacciosa, attraversati da canali d’acqua nerognola, fossi lunghi e profondi come trincee, mucchi di glebe color di bitume, qualche barcone, qualche creatura umana. Sono i campi di torba, il cui solo nome suscita nella mente mille immagini di avvenimenti fantastici: i lenti ed immensi incendi della terra; le praterie galleggianti coi loro abitanti e i loro animali sulle acque degli antichi laghi; le foreste erranti pei golfi; i campi staccati dal continente e turbinati dalle tempeste del mare; le immense nuvole di fumo che dalle torbiere arse della Drenta, il vento del nord spande sulla metà dell’Europa, fino a Parigi, in Svizzera, sul Danubio. La torba, la terra che vive, come la chiama il contadino olandese, è la principale ricchezza della Drenta, e una delle principali dell’Olanda. Nessun paese ne è più ricco, e ne trae maggiore vantaggio. Essa dà lavoro a migliaia di braccia; quasi tutta la popolazione dell’Olanda ne alimenta il focolare; serve a mille usi: colle glebe a fortificare le fondamenta delle case, colle ceneri a infertilire la terra, con la filiggine a nettare i metalli, col fumo a salare le aringhe. Sulle acque del Wahal, del Leck, della Mosa, per i canali della Frisia e della Groninga, nel Zuiderzee, per tutto circolano battelli carichi di questo gran combustibile nazionale. Le torbiere esaurite si convertono in praterie, in orti, in oasi feconde. Assen, la città capitale della Drenta, è il centro di tutto questo lavoro di trasformazione. Un grande canale, a cui metton capo tutti i piccoli canali delle torbiere, si stende a traverso quasi tutta la Drenta da Assen fino alla città di Meppel. Da ogni parte si lavora a dissodare il terreno. La popolazione della provincia ch’era di poco più di trentamila abitanti sulla fine del secolo scorso, si è quasi triplicata.