Appena s’è oltrepassato Meppel, si entra nella provincia dell’Over-Yssel, che presenta per un certo tratto il medesimo aspetto della Drenta: sterpeti, torbiere, solitudine; e s’arriva poco dopo a un villaggio, se pure si può chiamare villaggio, dei più strani che mente umana possa immaginare. È una fila di case rustiche, colle facciate di legno e coi tetti di stoppia, che si succedono, a una qualche distanza l’una dall’altra, per la lunghezza di più di otto chilometri: posta ciascuna sopra una stretta zona di terra che se le prolunga dietro sin dove arriva la vista, e circondata da un fosso pieno di piante acquatiche, sull’orlo del quale s’innalzano dei gruppi di ontani, di pioppi e di salici. Gli abitanti di questo villaggio, che è diviso in due parti chiamate Rouveen e Staphorst, sono i discendenti di due antiche colonie frisone, i quali hanno conservato religiosamente il vestire, gli usi, le tradizioni agricole dei loro padri, e vivono agiatamente col prodotto delle terre e di qualche piccola industria loro propria. In questo singolare villaggio, non ci sono caffè, non ci sono cammini, poichè gli avi non li usavano, non ci sono strade, perchè le case sono tutte sur una sola fila, non c’è nulla di simile agli altri villaggi. Gli abitanti son tutti calvinisti austeri, sobri, operosissimi. Gli uomini si fanno essi medesimi le calze nei ritagli di tempo che lascia loro la coltivazione della terra, e abborriscono a tal segno dall’ozio, che gli stessi amministratori del villaggio, quando debbono radunarsi a consiglio, portano seco il filo e i ferri da calza per non istar colle mani in mano mentre si discute. Il Comune possiede seimila ettari di terreno, divisi in novecento zone lunghe circa cinquemila metri, e larghe da venti a trenta. Quasi tutti gli abitanti sono proprietari, sanno leggere e scrivere, hanno un cavallo e una diecina di vacche, non s’allontanano mai dalla loro colonia, si maritano dove son nati, e passan la vita nella stessa zona di terra, e chiudono gli occhi sotto lo stesso tetto dove vissero e morirono i nonni dei loro nonni.


Via via che si va oltre nell’Over-Yssel, la campagna cangia aspetto. Presso Zvolle, città natale del pittore Terburg, capitale della provincia, di poco più di ventimila abitanti, presso la quale, nel piccolo convento di monte Sant’Agnese, visse sessantaquattr’anni e morì Tommaso da Kempis, il supposto autore dell’Imitazione di Gesù Cristo; si vedono bellissime strade fiancheggiate da betulle, da faggi, da pioppi, da quercie, che rifanno gratamente gli occhi del paese nudo e tristo percorso fino allora. Da ogni parte lo sterpeto indietreggia, s’alzano mucchi di verzura, si stendono praterie, pullulano piantagioni nuove, sorgono case, si sparpagliano armenti, s’allungano nuovi canali, che dalle torbiere vanno a sboccare in un gran canale chiamato il Dedemsvaart, l’arteria vitale dell’Over-Yssel, che ha trasformato quella terra desolata in una provincia fiorente, dove una popolazione industriosa procede colla letizia d’un esercito vittorioso, e il povero trova lavoro, il lavoratore proprietà, il proprietario ricchezza, e tutti la speranza d’un avvenire migliore. Di qui la strada s’addentra, fiancheggiando l’Yssel, nel Salland, la Sala degli antichi, dove soggiornarono i Franco-Salii prima di scendere verso il mezzogiorno per conquistare la Gallia, dove fu redatta la legge salica, a Saleheim e a Windoheim, che esistono ancora col nome di Salk e di Windesheim; dove rimangono tuttavia tradizioni e convenzioni agricole di quei tempi lontani. E infine tocca Deventer, l’ultima città dell’Over-Yssel, la città di Giacomo Gronovius, dei tappeti e del pan di spezie, che conserva nell’edifizio del peso pubblico la caldaia dove si facevan bollire i monetari falsi, e si compiace della vicinanza del castello di Loo, la residenza prediletta dei Re d’Olanda. Oltrepassata Deventer, si entra nella Gheldria.

Qui lo spettacolo cangia. Si fiancheggia la terra abitata dagli antichi Sassoni, la Veluwe, una regione sabbiosa che si stende fra il Reno, l’Yssel, e il Zuiderzee, dove non sono che pochi villaggi perduti in mezzo a vaste lande ondulate come un mare in tempesta. Fin dove giunge lo sguardo, non sono che colline aride, le più lontane velate da una nebbia azzurrina, le altre, parte vestite dei colori cupi della vegetazione selvatica, parte biancastre delle loro sabbie mobili, che il vento spande sulla faccia del paese. Non si vedono nè alberi nè case; tutto è solitario, nudo, sinistro, come in una steppa della Tartaria; e il pauroso silenzio di questa solitudine, non è rotto che dal canto dell’allodola e dal ronzìo delle api. Pure in alcune parti di questa regione, gli Olandesi sono riusciti col loro paziente coraggio e a prezzo d’infinite fatiche, a far crescere il pino, il faggio, la quercia; a formare bei parchi, a creare boschi interi, a coprire di piante utili, in meno di trent’anni, più di diecimila ettari di terreno; a far sorgere dei villaggi popolosi e floridi dove non c’era nè legno, nè pietre, nè acqua e i primi coltivatori dovevan vivere in tane scavate nella terra, e coperte colle glebe.


La strada passa accanto alla città di Zutphen e arriva in breve ad Arnhem, la capitale della Gheldria, città illustre e gentile, posta sulla riva destra del Reno, in una regione coperta di belle colline, che le valsero il nome di Svizzera olandese, e abitata da un popolo che ha fama di essere il più poetico dell’Olanda, giusta il proverbio che lo definisce: «grande di coraggio, povero di beni, la spada alla mano, ecco il mio blasone.» Ma per questa loro stessa singolarità, non presentano nè il paese nè il popolo nulla di strano a uno straniero del mezzogiorno d’Europa, che sia andato in Olanda per vedere l’Olanda; e però tutti i viaggiatori vi passan di volo colla persona e colla penna. E lo stesso può dirsi del Limburgo e del Brabante settentrionale, le due sole provincie dell’Olanda, nelle quali non mi parve necessario di penetrare. Perciò, visto che ebbi la città di Arnhem, partii per Colonia. Il cielo era scuro e basso più che non fosse stato mai in tutta quella giornata, ed io, benchè in fondo al cuore godessi di ritornare in Italia, sentivo il peso di quel tempo triste, e appoggiato allo sportello del vagone, guardavo immobilmente la campagna, più coll’aria di chi parte dal suo, che di chi abbandona un paese straniero. Arrivai senz’accorgermene fin quasi alla frontiera tedesca, assorto nel pensiero delle fatiche, dei dubbi, degli sconforti coi quali avrei dovuto lottare per molti mesi in un cantuccio della mia cameretta per scrivere queste povere pagine; e solo quando un viaggiatore mi disse ch’eravamo vicini alla frontiera, mi riscossi, e mi avvidi ch’ero ancora in Olanda. Girai gli occhi sulla campagna e vidi ancora un mulino a vento. Già il terreno, la vegetazione, la forma delle case, la lingua dei miei compagni di viaggio, non eran più olandesi. Mi rivolsi perciò a quel mulino come all’ultima immagine dell’Olanda, e lo guardai colla medesima curiosità con cui avevo guardato il primo, un anno innanzi, sulle rive della Schelda. Dopo un po’che lo fissavo, mi parve di veder qualcosa muoversi con esso nel vano delle sue grandi ali; il cuore mi battè più forte, guardai ancora, e vidi infatti le bandierine dei bastimenti, i tigli dei canali, le facciate a scalini, le finestre infiorate, i caschi d’argento, il mare livido, le dune, i pescatori di Scheveningen, Rembrandt, Guglielmo d’Orange, Erasmo, Barendtz, i miei amici, tutte le più belle e più nobili immagini di quel paese glorioso, modesto ed austero; e come se davvero le vedessi, vi tenni gli occhi fissi, con un sentimento di tenerezza e di rispetto, fin che il mulino non mi apparve più che come una croce nera a traverso la nebbia che copriva la campagna; e quando anche quell’ombra scomparve, rimasi come chi partendo per un viaggio che non avrà ritorno, vede svanire la figura dell’ultimo amico che lo salutava dalla riva.

Fine.


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