— Ma che melanconie son queste, Mario?

— Non sono melanconie, son disinganni. Vuoi che io ti dica una cosa che non ho mai detta a nessuno e che non ho quasi mai osato dire a me medesimo, ma che ormai credo fermissimamente vera, tanto che provo quasi un sentimento di sdegno contro tutti coloro che per lungo tempo cospirarono a farmi credere il contrario? Te la dico in tre parole: — Ho sbagliato strada.

— Andiamo, — disse con vivacità la ragazza, — ora ti faccio ravveder io. Io conosco il segreto di tutte queste malinconie. Tu hai una ruga qui tra ciglio e ciglio che quasi non si vede quando sei sereno, e quando non lo sei, diventa profonda come una ferita. Ora è un mese che io ti vedo codesta ruga quasi tutti i giorni. Ecco perchè non puoi lavorare. Disinganni, vesciche, buccie di limone spremuto, son tutte fantasie: il male sta qui. Dunque non c'è da far altro che spianare la ruga; — e appuntandogli l'indice fra ciglio e ciglio soggiunse: — e io ci terrò il dito su fin che sparisca, e allora vedrai che ti tornerà l'inspirazione e la fiducia in te stesso.

Mario le strinse il mento fra l'indice e il pollice, poi lasciando ricader la mano, rispose con un sospiro: — Ah buona Teresa, sulla ruga vera tu non puoi mettere il dito perchè è dentro al cervello.

— Oh allora, — disse la ragazza con quel tuono di ironia benevola che s'usa coi bambini fingendo di dare importanza a una corbelleria, — allora non c'è rimedio. Capisco anch'io che hai sbagliato strada. Non parliamone più.

— Eppure, — riprese il giovine senza badarle, — benchè questa certezza si sia impadronita di me a poco a poco, risparmiandomi così il dolore d'uno di quei disinganni improvvisi, che schiacciano prima che si sia potuto pensare a resistere, io credevo che l'avrei sopportata con cuore più fermo. E veramente quando s'è nutrito per molti anni la speranza di riuscire qualche cosa nel mondo, e s'è veduto godere di questa medesima speranza la famiglia e gli amici, e s'è avuto dalla gente mille dimostrazioni di simpatia e di rispetto, non tanto per quello che s'era quanto per ciò che si prometteva di divenire; dopo tutto questo, l'accorgersi che ci si è ingannati e che s'è ingannato gli altri; prevedere che un giorno la gente ci farà scontare col disprezzo le lodi che le abbiamo scroccate; sentirsi a poco a poco riattrarre e poi travolgere e annegare nella folla sulla quale si era riusciti ad alzare un momento la testa; persuadersi infine che s'è sciupato gioventù, ingegno, fatiche per prepararsi dei disinganni e delle vergogne, mentre percorrendo una strada più modesta si sarebbe ottenuto un nome onorato e una vita tranquilla; è un cangiamento questo, mia cara Teresa, che somiglia a quello di un uomo il quale di ricco e potente si trovi ridotto mendico.

Teresa lo guardò attentamente, e poi, sospettando ancora ch'egli non parlasse sul serio, prese un libro, lo aperse, mise un dito sul nome dell'autore, e domandò con ingenuità fanciullesca, abbassando la voce: — È questo signore che parla?

— È lui, lui, — rispose Mario respingendo il libro. — Ah! cara amica, quanto t'inganni se credi che la vista di tutta quella cartaccia stampata mi faccia provare il menomo sentimento di alterezza. Sì, certo, quando sono in mezzo alla gente, mostro di credermi qualche cosa; il mio amor proprio sta sulle difese. Il vedere la presunzione di tanti che valgono anche meno di me, e il timore di fornire agli altri, mostrando di stimarmi poco io stesso, il pretesto di stimarmi anche meno, mi tengono un po' su; e per questo, chi mi ferisce dal lato dell'amor proprio, sente la resistenza dell'orgoglio. Ma davanti a me stesso è altra cosa! Se ti dicessi che passan dei mesi ch'io non leggo una pagina di mio, nemmeno se mi cade sott'occhio, per timore della sgradevole impressione che ne riceverei? Se ti dicessi che, riandando le cose mie, anche le meno peggio, mi piglia il sospetto che un accordo d'amici, la benevolenza dei conoscenti e l'indulgenza sollecitata di molti altri sian stati la cagione di quel po' di fortuna che ho avuta? E se ti dicessi ancora che, quando correggo le prove di stampa, qualche volta mi sento tutt'a un tratto salire il sangue al viso, e penso alla maniera di sciogliermi dall'impegno contratto coll'editore, e comprendendo che non è più possibile, cerco almeno che ci sarebbe da fare per impedire la diffusione del libro, o se non altro, per evitare che lo legga il tale o il tal altro, di cui mi preme non perdere la stima?

— Ma queste, scusa, sono esagerazioni! E poi, qualunque opinione tu abbia di te stesso, non potrai mettere in dubbio un fatto che dovrebbe bastare a darti coraggio: il favore pubblico.

— Qui ti volevo. Il favore pubblico! Che cos'è questo favore pubblico? che cosa prova? Chi non ne ottiene un po' di questo favore, scrivendo, pur che abbia cuore e non offenda alcuna classe della società e segua l'andazzo del tempo e scriva cose che la maggior parte sentono o pensano, o non hanno interesse di negare? Entra in un caffè di una qualunque delle nostre grandi città, e sarà un miracolo se non ci troverai in un canto qualche pover'uomo a cui nessuno bada e di cui nessuno sa il nome, del quale venti o trent'anni prima qualcuno non abbia detto o stampato che era una speranza della letteratura italiana e che sarebbe diventato una gloria della patria. A vent'anni abbiamo tutti qualcosa di bello nel capo e di generoso nel cuore, e abbiamo tutti bisogno di farlo sapere. Ebbene, io l'ho fatto sapere, ho fatto il mio sfogo di giovanotto e sta bene. Ma ora basta, ora dovrei buttare la penna da parte e abbracciare una professione; perchè altro è esser nato per passare per lo stadio di scrittore, altro è esser nato per restarci; e una cosa è aver ingegno per scrivere, e un'altra cosa aver tanto ingegno da poter legittimamente non far altro che scrivere.