— Hai scritto?

— No — rispose il giovane con aria pensierosa.

— Hai fatto male.

— Avrei fatto peggio se avessi scritto: anche oggi son vuoto come una bolla di sapone.

— È un mese che lo dici.

— È assai più d'un mese che lo sento. Sento che sono una buccia di limone spremuto. Un critico disse una volta una verità semplicissima, ma profonda: — Per scrivere bisogna avere qualcosa da dire ai proprî concittadini. — Ebbene, io non ho nulla da dire e non scrivo. Scrivere solamente per far sapere al pubblico che si sa accozzare il verbo col sostantivo e far delle infilzate di epiteti, non mi par degno d'un uomo.

— Mario, — rispose la ragazza mettendogli una mano sul capo e sorridendo: — dici questo sul serio o soltanto per farmi stizzire?

— Per farti stizzire? Lo dico con tutta la serietà d'una certezza dolorosa. È più d'un mese che per me il tavolino è la ruota del tormento, e mi ci mordo le dita senza riuscir a scrivere un periodo. Ho un bell'eccitarmi prima, leggere versi ad alta voce come consiglia il Buffon, pensarci su come dice il Manzoni, ed anche tenere i piedi nell'acqua fredda come faceva lo Schiller, frugar dentro di me, ravvivare tutti i sentimenti che m'inspiravano una volta; ogni cosa è inutile. Seduto che sono al tavolino, mi pare che il cuore e il cervello mi si raggrinzino come vesciche crepate, e non mi riesce più di afferrare un'idea che meriti l'omaggio d'una goccia d'inchiostro. Ti giuro che dico la verità.

— Non giurare.... m'hai detto altre volte le stesse cose e dopo qualche giorno le hai disdette.

— Cara mia, anche le malattie disperate hanno i loro alti e bassi, e non v'è moribondo al quale non brillino dei barlumi di speranza. Ho avuto anch'io i miei barlumi.